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Full text of "Siracusa sotto la mala signoria degli ultimi Borboni"

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ó 

SIRACUSA 



SOTTO 



U HAU SlfilRIA DEGÙ ITIH NRBOIH 

RlfTORDI 

DI 

EMHANUELE OE BENEDIGTIS 



. > 9 ii C — 9 



TORINO 

(BTAMPERIA dell'unione TIPOGRAFICO-EDITRICI^ 

1861 



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SIRACUSA 

SOTTO LA MALA SIGNORIA 

DEGLI 

ULTIMI BORBONI 



Intento del lavoro. 

Non è in noi intenzione di tessere i fasti Siracu- 
sani: son essi troppo noti, e la storia rimane fiaccola 
accesa per consolazione di noi, famiglia venuta al ci- 
vile convito : e noti sono i tesori letterarii, scientifici 
ed artistici di Siracusa greca. Senonchè questa città 
illustre par tocca da fatale decreto; e dal di che volse 
sua fortuna, e prima dall'impeto romano fu ridotta 
provincia; poi, dopo secoli, il Saraceno la smunse a 
morte, Siracusa non conta che periodi di lenta ago- 
nia, derivata da perversità di eventi, da malignità dì 
natura, da ingratitudine e pravità d'uomini: cose- 
tutte che son piombate su lei come su matrona de- 
caduta e reietta. Il pellegrino che vi giunge , col- 
l'animo esaltato dalle gloriose gesta avite, accoglie 



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-(2)- 

commosso Del pensiero i monarchi e i grand' uomini, 
i monumenti 9 le ricchezze artistiche , la maestà dei 
templi, i floridi commerci, la sovranità di tutta una 
nazione in essa rifusa, e il gran mare degli abitanti 
chiusi in una pentapoli: numera i trionfi e le vittorie, 
i nemici prostrati e Sicilia libera per opera di lei : 
ma il pensiero amoroso cade nell'athattimento, dac- 
ché la realtà di sue presenti tristizie quasi fa inda- 
gare le cagioni di tanta infausta prostrazione ; e le 
cagioni, più che dolorose, sono indegne. Cercheremo 
di sollevare il velo dell'umana nequizia con infiorare 
il nostro racconto di quanto di rilevante toccò a Si- 
racusa pel periodo di quarantatre anni. Né ci svo- 
glieranno le difficoltà che naturali debbono starci di 
contro nell'onorata fatìga; la quale riordinata da noi 
per documenti e per libri, correrà libera del fascio 
inutile delle citazioni e delle note, bastandoci al bi- 
sogno di concretare la nostra narrazione con detti 
documenti. Quanto ai benevoli che ci furon larghi di 
notizie, s'abbiano sin d'ora da noi pubblica la grati* 
tudine; né la loro modestia s'adonti se in gran parte 
verrà taciuto il loro nome. 



Disinganni. 

I padri nostri ebbero un bel fare di salvar Sira- 
cusa da minacciosa mina, Tabisso era aperto , e la 
vittima dovea precipitarvisi. Parliamo di fatti ia« 



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contrastati , e che ci restano serbati negli archivii 
patrii. Fu inganno o illttsione, pur l'università sira- 
cusana, troppo corriva nel bene che viene da potere 
assololo, credette poter procurare qualche vantaggio 
a se ste^a, e quindi ai suoi amministrati, con mettere 
al bando il proprio patriaìooio: credette che cedendo 
alle voglie sovrane, la sua vita venisse più spigliata 
e più aperta; ed ecco a sciupar tutto in collette e do«« 
nativi, in costruire quartieri militari, elevare inespu- 
gnabili fortezze, prosciugar mari per esse; ecco invera 
tire Tuso dei civici balzelli, accrescerli, smungere il 
popolo, poi ridursi a vendere ogni cosa. ÀI marchesa 
di Sorti no cedere Topera grandiosa dei padri anti* 
chissimi, gli acquidotd stupendi , lavoro scavato nd 
vivo masso, a cui fatigarono ateniesi e cartaginesi 
prigionieri; dritto poscia usurpato con violenza dal 
demanio. Poi il dritto di macinato de' grani usur- 
parlo il governator militare, il quale compremendo 
le oneste voglie e private e del comune, fare un mo- 
nopolio d'ogni cosa: poi lo scudo di casta privile*^ 
giata divenir durissimo, e ognuno, schiacciando la 
soggezione municipale, far lecito l'arbitrio e l'esem- 
pio di cieca milizia. Sperdersi la rendita di onze ^00 
annue destinate a compre di frumento dal cav. Gion- 
frida per i singoli Siracusani: spogliarsi dei due feudi 
deirisola e del Pantano, e sempre in olocausto di 
un bene fattizio. Tanti mali ed altri si vollero dai 
padri nostri; e quale la mirabile mercede? Eccola. 



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-(4)- 



Come avviene degli Asiatici che nella sostanza o|^ 
piata è la loro estasi ; con l'oppio furono assonnati 
Siracusani. Si disse ab immemorabili che frutto dq 
cennati sacriticii dovea essere l'esenzione dei pes 
verso il Governo. Dolce parola e lusinghiera, cìn 
durò colla notte e tornò sinistra col giorno. Pur tn^ 
viamo in termini solenni che Tesenzioni dette do 
vean valere : erano parola di monarchi, e chi potey^ 
non rispettarle o disconoscerle? Difatti Federigo II 
disse esente Siracusa d'ogni tassa con i diplomi d^ 
1298 e 1307; re Lodovico lo ripetè nel 1342; d 
Martino e la regina Maria nel 1392; regina Bianci 
nel 1404^; regina Maria nel 1421; re Alfonzo n^ 
1442; re Giovanni nel 1468; regina Isabella ne 
1468; Carlo V imperatore nel 1519; regina Gio 
Vanna nel 1S20; re Filippo IV nel 1641 ; re Filippo^ 
nel 1735; re Carlo III nel 1757; gli atti dei Parla 
menti del 1698 e 1699 lo decretarono. Così fecer 
-i Governi savoiardo e tedesco; così decretò il Parla 
mento nel 1757; e tali privilegi derivarono, com' 
scritto nei diplomi, per causa onerosa e per causa re 
muneratoria. E quali somme Siracusa avea per quest 
donate? Un donativo di onze 300 a Federico III n( 
1303, per bisogni di guerra: altro di onze 100 i 
re Pietro per lo ristoro delle bastìe, ed altro al re Lii 
dovico nel 1342. Di più: debiti contrasse il Comum 



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I cui frutti calcolaronsi nella cifra di onte 999 annue 
ber diversi donativi a monarchi, per guerre, per fop* 
liGcazioni, per concorrere all'esigenze del regno: al- 
Ibre onze 22^ annue di' frutti, per donativi nella cifra 
fdi scudi 18,000: altre onze 160 annue anche di 
iTrutti nella somma di scudi 9,000 per donativo di 
%cudi 10,000 a Filippo IV; altri debiti per dare al 
aitato re scudi 15,000 da lui richiesti. E taciamo 
iV>gni altfo, dacché la materia è lunga, e libri appo- 
siti convenevolmente ne parlano: e tali ricordi sono 
Mi mortificazione e d'angoscia a noi meschini nepbti, 
rimasti a scontare le passate indiscretezze e imbecil- 
^Tiità: eppure i nostri avoli non lasciarono di recla- 
%nare l'adempimento della legge, quando questa co* 
^%nincìava à pesare al Governo: reclamarono sotto 
Ferdinando III, e il parroco Logoteta scrisse analoga 
"Wifesa, e una deputazione in Napoli parlò e gridò per 
'^^iracusa. Eran tempi mutati, e gridavasi al deserto, 
^lappunto come nell'epoca attuale di rivendicate ra- 
gioni sembra esorbitanza sostenere queste ragioni. 
ert 

•la* — 

Laslnglie. 

re 

^^ Spuntavano giorni auspicati. Le armi napoleoniche 
°%vean chiarito i potentati , aveano insegnato ai pò* 
^poli che l'uomo è qualcosa colle sue morali potenze, 
^%)lle materiali opere. La rivoluzione del 1789 era- 
^^1 nuovo patto civile delle nazioni: patto consacrata 



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4^1 eeeessi e da iin(ir€ttUtudiiiii> da sangue innocentQ 
» da sangue reo » e la ngenerazione cofitane si 
proclamava : rìgeBeraziotte basata sullo accordo del 
diritto col doYore» deU'ordìae eoa la libertà, dell'au- 
tonomia dello Stato eoa T autonomia dell' indivi^ 
ditto: fu stroosato il privilegio, ristabilita l'ugua^ 
^ianza degli uomiai in faccia afla legge; scadde 
la forza matmalo dello Slato, nò si tenne più stru-^ 
B»ento deirarhitrk> dei potenti , invece rizasossi piìi 
ì^ido sussidio, queRoi della coscienza pubblica, clie 
()Ì6sero pubblica opinione (Reau, Della libertà di 
(»6€Ì9nzay La lem^pesta peaetrò ovunque era dispo^ 
tisAo. Re F^inandòii, allora HI di Sicilia, fuggito da 
Napoli, e abbandonato popolo e reame , ebbe sic^ 
WEza e feste in Sicilia; ebbe denaro per servire ai 
BmA pravi ed ocenAti fini; e vittime. Carolina sfogò 
be«e le ferocie innate di sua casa austriaca : con gli 
aoori sfacciati sostenne causa di martirii, finché l'hir 
gbil terra la relegava ìm Austria a morire di crepar 
ciiore e di dispetto^ Quali fiaurooo i giorni furomessi 
per Sicilia? Blandizie sovrane quando l'uragano 
ruggiva: spergiuramenti allorché la stella propizia 
ai troni tornò a scintillate : pur quell'orgoglio do- 
vette inchinare innanzi al volere dell'Inghilterra, e 
ie Ferdinando g^iiurava il patto» siciliano del iS12, 
la annullava nel) iSiSi, quando la santa alleanza de«* 
oretava il mercato» de' popoli e il rimpasto delle na^ 
zjeni. Sicilia vide miovi organamenti politici, e un 
éocretoi d^li ii ottobre Ì&17 cbe^ la circoscriveva 



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» sette Provincie, lasciando gli «nticbi distretti. SU* 
MCttsà sentì innalzarsi ad una di queste valli. Fu 
gratitudine ai sacrifizii dimostrati? fu compenso alle 
é^anperazioni in cui era caduta per i tanti donativi 
% debiti contratti? fu grazia speciale verso la città 
antiea ed itlnstre? La storia dice che nella mente di 
fé Ferdinando era come un ossequioso rispetto verso 
^rac«sa , e il diploma del 4806 chiaramente lo 
pova (a) : lo provano le lettere del ministro Tom;^ 
mssì, una delle quali del 22 novembre 1817 dice: 
« S. M. nell'innalzare la città di Siracusa a sede 
dà una delle sette stabilite Intendenze, avea avuto in 
mira di ncbiamarla al suo antico splendore,^ e di ec<^ 
citarla alh riproduzione di quei sublimi ingegni, che 
in ogni maniera di scienze ed arti chiaramente fii^ 
siti anche della eulta Grecia ì Fiatoni, gli Eschili^ i 
SiincHiidi ed altri insigni ammiratori ritrassero. In tal 
§iiisa S. M. ha tutta la fiducia di poter córre m co^ 
4esta cospicua città il pia ubbioso frutto del suo alto 
disegno di feimare co» una perfetta legislazione la 
Moipiiita felicità de'sMt- popoli ». 



Gol decreto degli 11 ottobre 1817 sp^ò Siracusa 
migliore avvenire. E veramente con lo' scassinare gU 
antichi ordini giudiziarii intralciati e di grave dispen- 
é»pe\ privati^ era un passo all'edita sociale, se 



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-(8)- 

vuoisi chiamare giustizia l'equa distribuzione dei 
vantaggi civili. Coi Normanni furono introdotti me- 
todi giuridici che servivano in Inghilterra : buoni in 
tempi di caos e certo salutari allorché niun limite 
e guarentigia davasi ai cittadini, non poteano durare 
coi secoli avanzati. E di vero qua! conto potea /"arsi 
ancora de' Stradicoti chiamati a conoscere le cause 
criminali , quando in essi non era piena facoltà di 
giudicare? Qual conto dei vicecomiti o baiuli, come 
poi si dissero, che investiti della facoltà di va- 
lutare gl'interessi economici d'un comune, esercita- 
rono poi la loro possanza nelle cause civili, coadiu- 
vati da assessori? Che dei giustizieri, che prima ebber 
<;arico di girare le provincie per conoscere i delitti 
più atroci e gli usurpati poteri, poi rimasero magi- 
strati locali col nome di capitani di giustizia? Che prò 
dei giustizieri del banco e del capitale givstiziero che 
componevano la suprema curia? E i camerarii, ma- 
gistrati supremi nell'amministrazione economica? Poi 
le corti civili, il giudice civile, il tribunale del pa- 
trimonio, i protonotarii della Camera, la suprema 
Giunta, il tribunale del Concistoro, e tutt'altro che 
formava il gran fardello dell'ordine legale , da cui 
scaturiva il laberinto degli atti , il misterioso uffizio 
dei difensori, l'eternità delle liti, la perdita sicura del 
«debole e del povero ? Sicilia se non ebbe il tempo di 
riformare le sue leggi, e far rivivere la magistratura 
secondo i principii dello statuto del 1812; se non 
'fu dato ai deputati siciliani compiere fruttuosamente 



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-(9)- 

il mandato dei loro elettori, e assodare un corpo di 
dottrine giuridiche, dimostranti il trionfo della ci- 
viltà sulla forza brutale: non ad essa la colpa. Ella 
vide per isforzata imitazione francese un nuovo co- 
dice ed un novello organamento: non ebbe larghezza 
di civili guarentigie, ma ebbe un principio di equità 
morale, onde le varie condizioni sociali, che mostra- 
ronsi scosse in sul principio, parvero riposarsi nelle 
nuove leggi, e conobbero almeno non più invilup- 
pato e confuso il cammino della difesa. Se ne acquie- 
tarono gli animi: fu paga Siracusa, che compariva tra 
le sette città dominanti .nell'indirizzo della cosa pub- 
blica : ma di tal sogno dovea farsene ingratamente 
delusa, dovea sempre convincersi che non valgono 
sacriGzii verso sovrani assoluti, i quali, presti a di- 
menticare, anzi a rinnegare quanto di bene seppero 
i popoli sostenere per essi , guardano con dispetto i 
ricevuti favori ; e vorrebbero che dalle pagine della 
storia venissero cancellati, e solo scritto spontanea 
munificenza regia. Siracusa lo provò, e non ebbe a 
scorrere grande intervallo di tempo. 



i9«0. 



Quel che avvenne in Italia nel 1820 e 1821, 
ognuno lo sa. Sa ognuno quanta storia di lagrime è 
in quel periodo, quante vite strozzate, quante spe- 



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lanze fallite, quante promeaie troncate. Persecuzioni 
e patìboli; rendette e sangae. I grandi nomi con- 
fiisi con gl'inetti; la virtìi reputata inginria, infamia 
ìà sapere; religioDe il mancare ai giuramenti, giù-* 
stizia la i^iolazìone d'ogni sacrario domestico; trionfo 
la calunnia e la delazione satanica; trionfo la prò* 
strazione, lo avviamento, Tadulazìone abietta; trionfo 
il ribadimento di esecrate catene; trionfo l'apoteosi 
d'un Canosa e lo strazia del bartMiro Austriaco ve«* 
mito a comprimere con la vita anche il pensiero, Si- 
cilia ebbe tati grazie dallo spergiuro di Leybak,^ e la 
società dei Carbonari scontò falli che era meglio non 
curare. 

In Siracusa gli sforzi dei Carbonari non furono 
pochi, né meschini : ìnpefocciiè è da notare che il 
nucleo dei Carbonari^ là lascevasf pin forte,. oVera 
dimora di milizia; e i soldati napolitani mostraronsi 
allora degni d'ogni piìf verace encomio. Abbiamo 
documenti rivelanti le pratiche della società, special- 
mente in Agosta e Siracusa: soldati d'ogni corpo e 
d'ogni grado levare» albx la tcsta,^ e sperarono assa? : 
sperarono nello statuto di Spagna, e invano. Siracusa 
avea le sue vendite e clamorose. Una nel quartier 
Nuovo detta Cianea; altra nel Castello detta Vezzosa; 
altra nel quartier Vecchio; altra nella infermeria dei 
Padri Cappuccini, ov'era capo un certo Durante, ser- 
gente, e dove cowenìifano maestri ed astefici;. oltre 
che in casa Oddo stavoano^i Fraflico^Muratori, odorano 
in gran riputazione Lopez Foaseca, Menichini,. il ba^ 



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90iie Hilocea^ i firateUi Campisi^ Laazarotti, per tacere 
d'altri. Il Governo, buon carbonaro anch'esso, la- 
sciava fare^ ma preparava la trappola per celliere i 
molti affiliati, evi riusd con cristiana modestia. Però 
in quel brulicame Bon tutti aderivano ai principi! 
della società ; v'erano di tali cke, anziché farvi parte, 
la bistrattavano in ogni luogo. Un di costoro^ Fulvio 
Falangiani, tenente di Piazza, era l'accigliato cinico 
eontro i Carbonari,, uè lasciava occasione di pungerli 
e motteggiarli: spiaeea tanta audacia, e fuvvi chi 
volle avvertirlo dì mutar linguaggio pel suo bene. 
Falangiani non curò il savio consiglio e continuò la 
aatira. Una sera (24 ottobre) egli era in casa, rim- 
petto le mura delbastioaeSw Giovannello; una voce 
k) chiama, e il domestico, certo Spwito, si fa alla 
finestra e chiede che si voleva: inteso che si cercava 
del padrone, andè^ a ehìamavlo, e coatm non appena 
comparve alla finestra fu colto da un colpo di fucile 
e cadde semivivo^ Erano le quattro di notte. In quel** 
l'ora scorrevano per quella via Giuseppe Buttafuoco 
siracusano e Rocco Manzono sergente di cavalleria: 
saputa la novità, salirono neUa casa Falangiani, e lo 
trovarono giacente su d'im saecone e spirante r cor- 
sero da un prete,, e Tuccàso potè ricevere i conftHrti 
estremi di reli^one*. Fu avventerà eho fece graa rur 
more in quel tenpo^ e fin* o^ se ne parla come di 
angolarità stranau. Sporito, il dcMnestKO,, eveduto com»* 
plico, ebbe condanna cU^ f»rì per Z^ amii: ma era 
più convenevole ehiedece mìglioci scfaiarimenii ad 



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-( 12 )- 
Antonino Giappone, e ai suoi amici tenenti Solaro e 
Taglieri. 

Altro scompiglio non meno memorando fu la fuga 
del provvisorio. Era in Siracusa, come in Gaeta, un 
corpo di più di mille uomini irrequieti e indiscipli- 
nati: stavano nel quartiere buttati, confusi, vilipesi 
col nome di corpo provvisorio : gli ufficiali non do- 
veano commiserarli o accarezzarli, il che accrescea 
la loro mina, e solo quando taluno dava segno di 
ragione, era chiamato al servizio, ma tosto tornava 
all'abietta vita a marcire tra gli insetti e Taccidia, e 
quasi ignudo. Questo nucleo di disperati ebbe agio di 
accordarsi coi compagni di Gaeta, e fu fissato il giorno 
e Fora della loro diserzione coll'unico intento di 
francarsi dell'insopportabile obbrobrio, e tornarsene 
ai proprii tetti; lo accordo era anche coi condannati 
nel presidio. Un bel giorno di agosto 1820, i soldati 
muovono dal quartiere armati : le vie di Siracusa ne 
sono ingombre: l'agitazione dei cittadini è al colmo, 
il timore degli ufficiali non minore : un tenente cerca 
contenerli ed è ucciso, altro ufficiale. Corso di na- 
zione, e ch'era stato pel provvisorio peggio di tor- 
mentatore, tiranno, si vede perduto: è inseguito, 
corre per la marina, si butta in una barca e salvasi 
al largo: buon per lui che i soldati avean premura 
di uscirsene; l'avrebbe scontata male. Già i soldati 
sono nelle campagne: era loro scopo di giungere a 
Messina e imbarcarsi : ma nelle campagne tornarono 
all'abito antico; camminarono sbandati, incerti, con- 



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-(13)- 

sunti dal vino: e i villici ne fecero sterminio, pochi 
poterono esser ricondotti al quartiere. — Abbiam 
narrato questi due fatti perchè legansi molto cogli 
avvenimenti del 1820, in Siracusa, e forse furono 
occulta cagione dei rovesci della società, la quale 
non tardò molto che vide processi e persecuzioni, e 
con gl'ignobili, percossi i migliori. Citerò due pro- 
cessi. Il primo pel rinvenimento di carta spettante ad 
uomo iniziato nei misteri dei Carbonari; era un vil- 
lico nativo di Attilia provincia di Cosenza in Cala- 
bria: i dìgnitarii della società «raccomandavano il 
loro adepto alle società consorelle sparse sulla su- 
perficie della terra, a riconoscerlo per membro attivo 
apprendente, a somministrargli tutti i soccorsi che 
potrebbero occorrergli ». Quest'era la reità del cala- 
brese, e la Corte militare in Siracusa, addì 4 settem- 
bre 4823, lo condannava a dieci anni di esilio. — 
Il secondo processo colpiva i signori Ferdinando 
Lopez Fonseca primo esercente da procuratore ge- 
nerale del re in Siracusa e Raffaele Menichini veri- 
ficatore del registro: venivano imputati d'aver fatto 
slampare dal tipografo Giuseppe Fiumara da Messina, 
dimorante in Siracusa, un programma prescrivente 
i doveri dei Carbonari, e nel quale si raccomandava 
d'imitare rZ/owo di Nazaret. Il ministro Froysi scrisse 
all'intendente Reburdone come di cosa esecranda 
alla religione e degna di stillata pena; dacché se- 
condo lui erasi voluto dai Carbonari spogliare dal ca^ 
ratiere di divinità il comun Redentore^ e rendere un 



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disprezzo td un notabile oltraggio al ditmo figlmoto^ 
con sommo scandalo dei secolari e degli mclesiastici. U 
programma era il seguenle. 

« I trasporti d'entusiasmo potendo dar luogo a 
sconsigliate risoluzioni che offendono la costituzione, 
le leggi e le autorità da esse stabilite, e che macchiar 
possono la dignità, la virtù e l'onore della rispetta- 
bile Carboneria, hanno spinto alcuni zelanti Carbo- 
nari a far conoscere al pubblico le seguenti idee e 
massime, che formano la base dei loro principii e 
della loro condotta. 

« Le riunioni dei Carbonari non sono che assem- 
blee d'uomini giusti, virtuosi e liberi. 

« Per esser giusti, virtuosi e liberi fa d'uopo d'os- 
servar le leggi e rispettare le autorità che le rappre- 
sentano. 

« Le leggi son quelle che fissano la garanzia dei 
dritti di ciascun cittadino, e sono il baluardo della 
libertà individuale e sociale. La loro violazione è 
perciò un attentato alla tranquillità e sicurezza degli 
altrui dritti, distruttivo di qualunque libertà. È una 
ingiustizia commessa da colui che le infrange a danno 
degli altri. 

« Se nell'ugual garanzia stabilita dalle leggi giace 
la preziosa libertà : se nello sturbar questa si ha 
un'ingiustizia commessa a danno della intera società, 
egli è chiaro che colui il quale viola le leggi o in- 
sulta le autorità che le rappresentano, non ha idee 
né di giustizia, né di libertà, nà di virtù. Costui 



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dunque noopnò di venir CarbcniafD; e se già lo è, noa 
merita di più ritenere questo nome. 

« Da queste cbiare idee ne flcaturisoono le se- 
guenti fondamentali massime. 1^ Che qualunque cit- 
tadino il quale abbia in qualsisia modo mancato al 
rispetto dovuto alle leggi ed alle diverse autorità che 
n'esercitano i poteri, sia per sempre escluso dall'o- 
nore e dal bene d'appartenere alla rispettabile Car- 
boneria, il cui oggetto è quello di fraternizzare sol- 
tanto per apprestarsi scambievoli soccorsi nei casi di 
bisogno, ed esercitare eroiche virtù, e precisamente 
tutti gli atti d'umanità e di beneficenza, dei quali 
diede luminoso esempio TUomo di Nazaret. 

« S® Che qualunque Carbonaro il quale si renda 
colpevole dello stesso reato, sia nel turbare con pre- 
tensioni insensate il corso regolare deiramministra- 
zione pubblica e la tranquillità dello Stato, sia con 
prendere diretta o indiretta ingerenza negli atti delle 
autorità costituite per esercitare quei poteri che la 
costituzione e le leggi ad esse soltanto affidano, e 
sconvolger quindi l'ordine politico e la macchina so- 
ciale, per produrre gli orrori dell'anarchia e della 
licenza, sia nell'impedire l'esecuzione degli atti dei 
poteri giudiziarii e dei suoi agenti subalterni, sia 
nel violare il rispetto dovuto alla religione dei nostri 
padri, s'intenda dall'istante medesimo della com- 
messa colpa cancellato dal numero del popolo car- 
bonaro, e per sempre abbandonato alla pubblica 
esecrazione ed al rigor delle leggi, vindici dei vio- 



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lati dritti e della offesa libertà. — Siracusa 28 di- 
cembre 1820 ». 

Or questo programma non lasciò in pace i detti 
Lopez Fonsec-a e Menichini. Un'amnistia era stata 
promulgata a' 30 maggio 1821, e i connati individui 
erano contemplati in essa; oltre che la stampa era 
uscita in tempo in cui la costituzione la proclamava 
libera ; ma la Corte di Siracusa sentiva forti le parole 
del ministro Froysi, laonde arzigogolò tanto sulla pa- 
rola Uomo di Nazaret da infliggere contro glMmpu- 
tati mandato di arresto; e sarebbero caduti nei lacci 
della giustizia, se il re, meno impudente dei ^uoi 
giudici, non avesse a' 9 settembre 1823 fatto tacere 
il ridicolo clamore. Ma i magistrati di re Ferdinando 
sin da quell'epoca fecer capire come il servire le 
voglie superne era debito di ossequio profondo, op- 
però le persecuzioni non limitaronsi, anzi coi magi- 
strati concordarono altri funzionarii civili, ecclesia- 
stici, militari, e gli Austriaci con essi: tutti con ani- 
mosità d'uomini violenti scagliaronsi contro non 
pochi Siracusani e della provincia: né ebbero ri- 
guardo a qualità, a condizione, a casato, ad età : 
vecchi e giovani, secolari ed ecclesiastici, e soprat- 
tutto militari caddero nella maledizione borbonica. 

Dal t9«0 al 1989. 

Gli anni che corrono dal 1820 al 1837 son po- 
veri di clamorosi fatti in Sicilia, se togli le comuni 



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-(17)- 

aspirazioni per riuscire a qualche mutamento di stato^ 
Duravano i partigiani dello Statuto del 1812 e quelli 
della Costituzione del 1820; duravano gli affiliati 
massonici, e in tutti erano occulte mire ed incerte. 
Uomini gravi e di riverita rinomanza stavano all'o- 
pera, e la gioventù pendeva da essi. Nel 1325 piac- 
que alla Provvidenza chiamare a sé il primo Ferdi- 
nando, non sappiamo se strozzato da violenza dL 
natura o dall'uomo. Il successore di lui, Francesco I,. 
con la provata ipocrisia ingannò il cielo e gli uominir 
resse con l'altrui ladroneggio, fu inetto e balordo^ 
pur allietossi d'umane vittime, e il comune di Bosco,, 
e il canonico De Luca, e il patibolo del siracusano^ 
Gaetano Àbela, sono pagine gloriose per lui. Poi- 
Francesco recossi in Spagna, e collo sciupìo di noni 
pochi milioni in tal viaggio, fu visto morire, e chiu- 
dersi tra gl'ignobili dell'umanità. Ferdinando II, sa- 
lito giovane sul trono, intese a sanare le piaghe dei 
suoi popoli; e il ministro Intonti preparava non so 
quali farmachi per queste piaghe; ma il ministro Del 
Carretto e il ministrò d'Austria gli furono addosso, e- 
gli chiarirono che ogni generoso intento era sacri- 
legio di casa Borbone. Ferdinando ne rimase spa- 
ventato, e gli antichi spiriti si rinfiammarono in lui. 
Cominciò a fiutare i venti e guardare accigliato i luo- 
ghi da dove potea venirgli qualche occasione benignai 
i processi di morte, dei quali l'avofo e il padre lo 
avean reso erede, gli turbavano i sonni : sospirava tri- 
sto, finché l'anno 1837 giunse sospirato al suo cuore)^ 

Siracusa 2 



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I tempi ingrossavano: la Francia nelle giora»te 
di luglio parve rinnovare le speranze del i789 e fa 
generale commozione, vinta al solito dal disinganno. 
Gl'Italiani rinfrescarono la fede colla Giovim ItaliOy 
e la nuova fede strinse in uno stendardo le nienti 
accese, e parvero lacere le parole di principato civile» 
si volle andar dritto alla meta politica, e la repub- 
blica s'affacciò colla sua austerità e coi nudi colori. 
Dapertutto aderenti : in Siracusa numerosi ed arditi: 
né gli agenti del governo pareano volersene occupare: 
e le fila muovevano per la provincia, ed erano ac- 
cordi molti e sinceri. E la gioia giunse al colmo 
allorché Michele di Landò mandò fuori la famosa 
epistola per la Giovine Italia : l'epistola ci venne da 
Malta, da dove altri scritti ci perveniano di conttnuo. 
Tosto se ne fecero esemplari manoscritti , mandati 
nella provincia: un prete siracusano, il cui nome 
Tuolsi tacere, la recò in Catania, e quivi festeggiata 
<lal cittadino Diego Fernandez, da Carnazza, da Can- 
dullo, da Abate, da altri: l'orizzonte cominciava a 
^schiarirsi : la repubblica non eira più dorato sogno, 
poteva, colle volontà concordi, divenire realtà: que- 
sta lusinga confortava i fautori, ma ahi! questa dea 
inesorabile dovea aprire un libro e farvi scrivere 
martirologio; e le vittime doveano irreparabilmente 
cadere al suo magico invito: cadere schernite e vi- 
lipese dai gaudenti retrivi! 

Molte le pratiche e gli accordi. Siracusa eonapia- 
cevasi degli amici di Catania, di Messina e fik d'ogni 



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altro di Palermo; per questo le rìuotoai airaciisaQe 
riuscivano feconde di sperato bene. Denti e Gemelli 
venuti da Messina in Siracusa strìngevano le fila: al- 
largavansi le relazioni con la provincia: in Noto 
Luigi La Rosa era caporione di libertà ; in Modica il 
venerando abate Leva Gravina. Venne Tanno 1837: 
gli animi erano maturi, ma non matura l'impresa, e a 
guastarla sopraggiunse uo morbo micidiale, che tre- 
mendo in Napoli, piìi tremendo in Palermo, lasciava 
le genti come immiserite e stupide; ne piansero i ge- 
nerosi, ma costoro augurarono che la violmiza del 
mate poteva anche riuscire di profitta ai migliora- 
menti sperati, e il morbo divenir mezzo del siciliano 
riscatto. Fu ponderato il consiglio» e la accordo ap^ 
provato. 

Prima Palermo fu sollecita d'irrompere» e tu- 
ideme alle morti procacciate dal male» eran mort'- 
menti civili: con Palermo levaronsi Capace» Carini, 
Misilmeri, Marineo. Messina a'i2 luglio fa sentire il 
suo grido; Catania s'agita; Siracusa manda uomini 
per sapere dai fratelli Catanesi il da fare: la tempesta 
è cupa e vicina a prorompere» ma i Siracusani sono 
barrati nella campagna catanese dal cordone sani- 
tario, tornano in patria, e il cholera si manifestava 
in essa. Come difficile dunque il compito dei citta- 
dini barone Pancali, Salvatore Chindemi» Carmelo 
Campisi» Felice Campii» Raffaele Lenza, Nunzio 

Stella i quali dovean pensare a costituire una 

giunta provvisoria, dirigere i movimenti» e del tre- 



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-(20)- 

mendo malore cavarne artificiosamente buon prò alla 
causa Siciliana! . 



Un po' di storlA. 

Reggeva l'uffizio d'Intendente in Siracusa il signor 
Yaccaro, uomo di cui potevansi ignorare i meriti in- 
tellettuali e la nullità nelle pratiche d'amministra- 
zione; ma non ignorossi, com'egli stesso die prova, 
il suo niuno accorgimento, la pochezza dell'animo, 
l'irresolutezza nei provvedimenti, il meschino corag- 
gio. I ministri della pubblica sicurezza nativi di Sira- 
cusa, anch'essi, per educazione patrizia, non eran 
atti a contenere e frenare l'effervescenza del popolo 
posto tra lo spavento del cholera e gli adescamenti 
politici, ed essi ministri restavano come incerti e ir- 
resoluti. I magistrati giudiziarii apparivano come 
colpiti della comparsa dell'inaudito flagello, e nar- 
ravano i casi orrendi di mezza Europa, non sai se 
per conforto o per ostentazione di gente che vuol 
dirsi sapiente; incantati rimanevano poi tutt'altri 
funzionarii ed impiegati, ed ognuno si dimandava 
i modi come scampare dal funesto eccidio, e guar- 
dava nelle autorità all'uopo delegate. Il malore, 
sparuto dapprima, accresceva le vittime, e allora 
pensossi ordinare uno spedale dove riunire e portare 
gli ammalati poveri; pensossi a provvedere d'ogni 
cosa necessaria al vitto in tale doloroso frangente: 



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-( 21 )~ 
cercossi tal rimedio, e intanto ninno buono esempio 
di sacrifizio e d'abnegazione veniva dai detti corpi 
costituiti; anzi, se togli il commissario di polizia si- 
gnor Vico, il funzionante da intendente signor Vac- 
caro, i magistrati ed altri impiegati abbandonarono 
Siracusa, ed ogni cosa parve cadere nel disordine. 
— A' 16 luglio una voce si mosse per la città chie- 
dente ordini nuovi, e con tal voce la credenza che 
il male era opera dell'uomo: fu tregua nella giornata 
del 17, ma il giorno 18 inaugurossi funesto. 

I liberali che soffiavano nel tumulto cominciavano 
a parlare di commissione provvisoria di governo ; e 
molto più lo suggerivano in vista degli uomini del 
potere balordamente scomparsi, come s'è detto. Però 
se tal consiglio piaceva ai novatori, non lusingava 
le orecchie del volgo, il quale non avea dinnanzi che 
la morte, e com'esso credeva, il tradimento; pur la- 
sciava fare; sperava anzi trovare in tal guisa qualche 
refrigerio di vita : senonchè la diffidenza e il sospetto 
ingigantivano ad ora; ogni fatto guardavasi con oc- 
chio sinistro: le azioni cittadine erano sotto severo 
sindacato, e più d'ogni altro le pratiche dei forestieri, 
onde le menti stavano preoccupate della presenza 
in Siracusa del francese Giuseppe Schwentzer, il 
quale dilettava il popolo col Gosmorama. Si disse che 
capo emissario dell'improvviso malore era questo 
francese e la giovanissima sua moglie Maria Lepyk, 
e un loro garzone : raccontavansi stranezze incredi- 
bili, e che pur scomponevano le menti vulgari; Tagi- 



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--.( 22 )- 

tttasione era io tutte le classi, sì pel flagello, sì per le 
triste conseguenze di imminenti tumulti. Il giorno 
i 8 scoppiò la bufera. Primamente fu invaso il palagio 
Oddo dove alloggiava Io Schvrentzer, e tutto fu posto 
sossopra, tolti quanti oggetti si credettero opera Ve- 
neQca, e con religiosa scrupolosità condotti nel luogo 
del tesoro di S. Lucia, e tenuti in serbo; poscia il 
popolo passò nella casa dello intendente Vaccaro, ed 
anche qui fu raccolta ogni cosa anche sospetta, e 
portata nel citato luogo di deposito: nella casa del 
commissario Vico si trovò roba che affascinò i traviati 
sensi: anche presso il rondiero Lucifero si sperò rin- 
venire materia di morte. Il tutto fu serbato con chiave, 
ed aspellossi l'ora d'una legale generica di compe* 
tenti periti. Intanto i due francesi, marito e moglie, 
venivano fatti prigioni: il garzone tenuto a vista: la 
gente in grande esaltamento per insperata scoperta 
di sostanze venefiche: non era più freno. In questo^ 
trasportato dal popolo giungea nell'atrio del palagio 
del comune il commissario Vico, e quivi trucidato : 
trucidati altri forestieri insieme al garzone di Schwen- 
tzer : nella sera ucciso in campagna il sig. Vaccaro. 
Se ne commossero i patrioti, e cercarono mitigare 
ed arrestare la furia; e fu di bene, dacché gli sposi 
Schwentzer scamparono per qaella volta la minacciata 
taorte: furono condotti in carcere, chiamati quindi a 
deporre ì fatti dì cui venivano incolpati. Non fu più 
tempo da perdere, e la giunta provvisoria di governo 
fa istituita, e primo atto, la legale istruzione di quello 



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Stano avveoimeoto, e l'iacumbenza data al signor 
Fraocesco Mìstretta, allora giudice dei circoodarìo 
io Siracusa. 

In' un primo in Irroga torio lo Schwentzer, tra sba- 
lordito e confuso, fa rivelazioni orrende: dice che 
« primario propinatore delle venefiche sostanze era 
ìm certo Bainard di nazione tedesco, da lui conosciuto 
in Milano al tempo del cholera: nel rivederlo in Si- 
racusa avea esclamato: Tu qui? vanne presto, che la 
tua presenza mi spaventa. Il Bainard gli aveva risposto 
d'aver »esso il fuoco in Palermo, e che andava in 
Catania e quindi in Messina. Ciò era avvenuto a' 15 
giugno. Dopo due giorni Bainard era scomparso. Ag- 
giunse Schwentzer che Bainard avevagli mostrato 
due boccette, l'una contenente un liquido color gial- 
lastro, l'altra della polvere rossa: agire tai veleni 
sul corpo imano propinandolo nei cibi, spargendolo 
ne' ruscelli, gettandolo nelle stanze, per le strade, 
frammischiandolo nei tabacchi, ed esser sì violenti che 
una piccola goccia bastava ad avvelenare una stanza: 
far d'uopo di molto aceto, di molt'acqua, di bruciar 
polvere e rosa marina per disinfettarla; avere inGne 
ciò sapito quando in Tolone, ove trovavasi, infieriva 
il cholera ». 

In un secondo interrogatorio protestando h sua 
innocenza ed incalzato a dire altro sul conto del te- 
desco, ris^se : « Io credo alla religione ed ai santi, 
e tuttoché sapevo la acellerateaca di quell'uomo che 
propinava veleni, pur tuttavia non lasciai ili for co* 



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-(24)- 

nìare la medaglia (era una medaglia che portara 
addosso, e che parve anche criminosa). 

In un terzo, disse che, perduto di sensi, non a^^ea 
saputo quel che avesse asserito. È lo spettacolo del 
Mora, del quale il Manzoni nella Colonna infam fa 
cupi ed apgosciosi i colori. 

Per tali fondamenta, e con l'animo fuorviato. come 
contenere il popolo? E lo Schwentzer, se temeva la 
morte ed era invaso da terrore, non trovava }\\i ma- 
turi argomenti per riuscire a salvazione? Era neces- 
saria la storia del tedesco Bainard e delle orribilità 
commesse da costui per commovere il vo^go? non 
veniva anzi ad accrescere i proprii pericoli? 11 popolo 
quindi a cantare vittoria d'imaginaria scoverta. — 
La giunta intanto mettevasi ad ordinare la cosa pub- 
blica. Il barone Pancali da Patrizio fu coirunemente 
accetto, ma più d'ogni altro l'avvocato Mano Adorno, 
-che divenne anima e guida di tutto un popolo : fu 
egli che incitò il Mistretta a condurre a teraine il pro- 
cesso : furoiio chiamati medici e chimici per dare il 
loro giudizio sugli oggetti rinvenuti; ed essi dichia- 
rarono che « una cartolina con polvere del peso 
<5inque oncie, trovata nella casa dell'Intendente, era 
acido arsenioso equivalente ad ossido bianco d'arse- 
nico: un involto di carta con circa un rotolò di tale 
sostanza fu definito nitrato di potassa: quest'involto 
apparteneva allo Schwentzer ». 

Lo Adorno non capì nei panni, e foggij un pro- 
gramma col quale annunziava al mondo linaspettato 



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-i 25 )- 

Eldorado, e il programma corse veramente il mondo, 
imperocché erano in Siracusa, tenuti da contumacia, 
non pochi legni esteri, e i comandanti si provvidero 
della famosa scritta che dovea suscitare mille ap- 
prensioni, e sempre più convincere dei delirii a cui 
è per lo spesso soggetta l'umana ragione; ma nella 
scritta c'era questo di buono pei confratelli siciliani, 
di tenersi cioè in guardia dei blandimenti di uomini 
ligi alle mire del potere, e cercar modo come fran- 
carsi di tale insopportabile soggezione. E il consiglio 
non fu vano. Nella provincia Siracusana levaronsi 
Floridia, Solarino, Cannicattini, Agosta, Avola, Len- 
tini, Pala/zolo, Modica, Ragusa, Gomiso, Gbiaramonte, 
Monterosso, Pozzàllo, Rosolini, Sortine, Scordia. — 
Dapertutto resse una commissione provvisoria. Più 
lungi, Catania avea inalberato il vessillo, e inviava 
i suoi programmi, i quali letti nella cappella del Se- 
minario, luogo del consesso patriotico di Siracusa, 
stimolavano a più arditi propositi : i nastri gialli fa- 
cevansi troppo palesi, ed erane distributore Vincenzo 
Mancarella : le morti pareano stancarsi quanto al fla- 
gello: ma la nequizia di pochi riproducea gli eccessi 
del giorno 1 8, e altre vittime immolavansi, tra le quali 
gli sposi Schwentzer; non per questo la fede nella 
rivoluzione era mancata: Io accordo continuava, 
quando s'udì che la città di Noto era rimasta inerte, 
e per opera di Felice Genovesi procuratore del re, il 
quale con lusinghe ed inganni avea saputo strozzare 
le aspirazioni e le promesse dei liberali verso i Sira- 



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-(26)- 

casani : Geaoyesi vide, oè senza base, cbe l'ora della 
decadenza di Siracusa era suonata: contenne i ge- 
nerosi, e l'animo di Luigi La Rosa dovette gemere 
come di ferita lacerante: così fu creduto : ma da lì a 
non molto, il benevolo marchese Del Carretto confe- 
riva il grado di giudice anche all'amico Luigi La Rosa. 
Raccontiamo cose vere, e teniamo per questo il 
debito severo dì storici. Che se la degna impresa fu 
coronata di infausta riuscita, non ai Siracusani la 
colpa, ma agli eventi atroci, e più alla malizia di non 
pochi infedeli. Furono commessi eccessi, e gli autori 
meritavano una pena, e la giustizia dovea cadere ri- 
gida e inesorabile; ma la umanità d'un ministro bor- 
bonico intese a stenderla anche sulla città di Siracusa, 
e insieme alle condanne di morte, di ergastoli, di ferri, 
d'una lunga lista di sciagurati, cadde la condanna 
sulla città illustre. 



Il mareliefiie Del Carretto. 

Chi lesse lesione e vide negli uomini di tutti i tempi 
e di tutte le nazioni le aberrasdoni in cui caddero i 
migliori; chi a proposito di malori nuovi ed inespli- 
cabili lesse che nella mente incita e confusa s'in- 
sinua tosto un sospetto che ùk di tali malori cacone 
l'umana malkia; chi conosce questo strano com- 
posto che dAcesi uomo, è in debito di compatire la 
traviata natura, di cut egli fa sciagurata parto. Ma il 



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-( 27 )« 
marchese Francesco Saverio Del Carretto, miDistro di 
polizia in Napoli, noli avea letto storie, uè credeva 
alla fragilità della natura: sapea anzi che la storia è 
misero documento di trista sapienza ; vedeva l'ordine 
sociale turbato solo da vizii e da delitti, e che la man- 
naia era la sola mercede a qualunque traviamento. 
Di ciò potentemente compreso, elieto della esperienza 
di sue ferode nella combattuta Calabria, ebbe grato 
il carico che re Ferdinando afSdavagli; gonfiossi nel 
sentirsi investito dei poteri deWÀlter Ego, e salito su 
d'una nave da guerra, accompagnato da uomini a lui 
diletti, tra i quali Gennaro Cioffi, commissario di po- 
lizia, muove da Napoli, e giunge in Reggio. Da quivi 
manda un programma per gli abitanti delle valli di 
Messina, di Cataniae di Siracusa, minaccioso come era 
il suo cuore. Siracusa non se ne die pensiero: disprezzò 
quelle jattanze; e i regii che sin dal primo insorgere 
dei Siracusani eransi chiusi nel castello, continuarono 
a star guardinghi e soprappensiero di qualche colpo 
ardito del popolo: non potea essere: né armi né uo- 
mini erano allora pronti a questa impresa, e poi il 
flagello avea fatto ritrarre i migliori. Del Carretto non 
vide Siracusani a Reggio, ma accolse gli amici di 
Noto, i quali gli parlarcelo di capo luogo e di puni- 
zione di Siracusa : fu questo il grand'omaggio al gen- 
darmefamoso. Addì.... agosto fu nel periodi Siracusa: 
non iscese in città; mandò invece i suoi Svizzeri d 
confortare i soffinentì, e i conforti li provarono i vil- 
lici della campagna dell'Isola, e le persone eicttabili 



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-(28)- 

quivi ricoverate. Il Ministro covava grandi propositi 
nella testa, e più d'ogni altro, mozzar capi dai busti. 
Era irrequieto in questa impresa, ma gli incumbeva 
prima di mandare a Siracusa questo saluto: 

« Poiché Siracusa ribellandosi all'esistente felice 
governo è divenuta non degna di rimanere capo 
luogo del vallo, cui clemenza d'augusto principe de- 
stinolla; 

« In forza dei poteri dall'Augusta Maestà del re Fer- 
dinando II a lui trasmessi, ordina in anticipo di for- 
male atto governativo e di real sanzione, che la sede 
delle autorità del vallo finora stabilita in Siracusa, 
passi nella città di Noto ». 

Era il primo colpo lanciato al 13 agosto: aspetta- 
vasi la sanzione sovrana, e re Ferdinando non tardò 
ad emanarla: al S3 detto, con piii sonanti parole de- 
cretava: 

« Informati noi con dispiacere del nostro real 
animo degli eccessi avvenuti in Siracusa, e degli at- 
tentati ivi commessi per sovvertire l'ordine pubblico, 
ed intesi airincontro con nostra piena soddisfazione 
delle prove di lealtà e di verace attaccamento date 
al real trono in questa occasione della città di Noto; 

« Sulla proposta del nostro Commissario, rivestito 
degli alti poteri délV Alter Ego per le valli di Mes- 
sina, di Catania, di Siracusa; 

« Abbiamo risoluto di decretare e decretiamo 
quanto segue : 



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-(29)- 

« 1^ La città di Siracusa cesserà d'essere capa 
luogo di valle e di distretto, e resterà solamente 
capo luogo di circondario. 

« 2"^ La valle minore chiamata sinora di Sira- 
cusa, conservando gli stessi limiti, prenderà il nome 
di Noto: la città di Noto ne sarà capo luogo... » 

In tal modo si volle parlare da un ministro feroce 
e da un monarca inumano : in tal modo sì volle an- 
nientare una città di fastose memorie: si volle punire 
tutta una popolazione per avventura non tra le in- 
fime nella rinomanza siciliana. Non valsero titoli 
antichie nuovi: un decreto dovea stendere cadavere 
la città ribelle, dovea innalzare a dignità la leale 
Noto. Era ragionevole quando l'arbitrio era legge 
suprema. » . 

Dalla città ai suoi abitatori. Del Carretto, pronun- 
ziata la pena, si risòlve venire in città : v'era tale 
che d'un colpo voleva vendicare uomini e cose: ma 
la moderazióne di taluno distolse il generoso! Pur il 
Ministro pretese dimostrazioni di giubilo; volle pub- 
bliche feste: e ravviUmento condito di non so quali 
lusinghe, apprestò tali feste all'uomo che gavazzava 
nel sangue e nelle: lagrime, e in mezzo ài tripudii 
vergognosi ordinava che: 

a Una Commissione militare ai termini dei reali 
decreti all'uopo si levasse per giudicare gl'individui 
prevenuti di misfatti commessi nella città e vallo di 
Siracusa, dal giorno 18 in poi, inatti rivoltosi, in voci 



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di sedizioDe> in inaiioinissioDi e m^sacri» ed in ogni 
opera o tentativo rovesciante Tordine pubblico »* 

La Gomoìissione fu composta di provati miiitari : 
s'ebbe per presidente un Garzia, clie corrispose ai di 
là delle esigenze del ministro; per relatore un Ric- 
oieri, il quale pensava al sangue» e sognava sangue: 
Tuomo di legge fu il giudice Mistrelta, buon cama- 
leonte, e che in tal congiuntura gli era necessario 
mostrare come altrimenti avesse sentito e pensato 
della rivoluzionesiracttsana. Gli altri giudici non è me* 
stieri che si ricordino» meschine pecore quaVerano. 
Ai meglio poi provvedeva il GOtnmissario Gioffi» le cui 
facoltà illimitate rinnovarono gli slrazii dei primi 
cristiani. 

Cominciano le arrestazioni senza eccezione o ri- 
guardo: le carceri son piene, uè è data distinzione 
agl'infelici; i ministri dell'altare mischiati con gli 
assassini, e trattati peggio di costoro; uomini educati 
a mollezze e ad agiatezze, a giacersi sul nudo terreno, 
su di fetida paglia e tutta insetti: poi non trascurati 
i tormenti: i 6gli straziati per dar conto dei padri 
profughi o nascosti: straziato un bimbo di due anni 
acciò commovesse coi gemiti la madre, per rivelare 
il nascondiglio del marito : poi spiate e manomesse 
case, campagne, grotte, chiese, sepolture. Ciofitì ope- 
rava da cristiano e a nome del cristianissimo Fer- 
dinando II; e il Ministro con ì'Alier £91) si distraeva 
coi balli e coi pranzi e gongolava della vista di pre- 
ziosissimi presenti L'avvocato Mario Adorno e suo 



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-(31)- 
figlio Carmelo erano nelle ungbie di Cioffi : Carmelo 
colpevole solo d'aver seguito il padre nei trambusti 
trascorstt. LMnquisìzione è aperta. Primo viene il padre, 
il quale risponde d*esser . figliuolo del defunto Gio- 
vanni, avere anni 6b, esercitare Tuffizio d'avvocato 
in Siracusa : nella lotta popolare esser accorso perchè 
sforzato dal popolo, il quale venne a rilevarlo da una 
campagna dove erasi ricoverato per timore del cho^ 
lera : sostenne che degli eccessi ei non era né isti- 
gatore né complice, aver cercato impedirli e infre- 
narli, per questo ordinate guardie di sicurezza, e 
promettevasene buon frutto, quando cadde ammalato. 
Gonfessossi autore del programma, e ripetè le parole 
diSchwentzer rispetto a Bainard; sostenne che nel 
programma le sue parole non ferivano alcuno, erano 
solamente rivolte alla comune salveiza in vista della 
precipitanza del male.- — Questo dicea lo Adorno 
alla Corte Marziale nel 16 agosto. Addi 17, il relatore 
Riccieri, con facondia esemplare, dava le sue conclu- 
sioni, e con calore esclamava: t Celere e subitanep 
esempio impone la legge nel reato di cospirazione 
contro lo Stato. Stolti! Cosa bramavano sotto l'ombra 
delle sante leggi in vigore, d'un re benefico, tutto pio 
ed intento sempre a migliorare le sorti dei suoi popoli? 
Respiravasi nel massimo grado quella dolce aura di 
civile libertà tanto ragionevolmente apprezzata dal 
virtuoso cittadino », e reclama Ut morte di Adorno, 
di suo figlio Carmelo, diComettol^^nza. La Corte fero- 
cemente aderisce, e la dimane costoro son condotti al 



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--(32)- 

patibolo, nel piano del duomo dì Siracusa: Carmelo 
Adorno pìangea nella via, pur pensando ai figli di- 
serti e alla madre derelitta: il padre incuoravalo in 
quell'istante supremo: parlavagli di Dio e di divino 
perdono: eppure il povero vecchio dovette sorbire 
l'ultima stilla del calice amaro, dovette prima vedersi 
cadavere Tinnocente figliuolo, poi venire la sua volta, 
e come altamente reprobo, colpito alle spalle dalle 
schioppettate: Lanza fu l'ultimo. E non erano scorsi 
altri giorni, che li seguirono Giuseppe Fortuna, Sil- 
vestro e Francesco Sollecito, Pasquale Greco, Pa- 
squale Argento, Pasquale Campisi, Felice Liberto, 
Emmanuele Miceli, Cometto Sgarlata, Giuseppe Sgar- 
lata. Santo Cappuccio, Francesco Li Voti, Gaetano 
Rodante, Sebastiano Posatori. Un ^cerdote, Gaetano 
Rispoli, ebbe condanna di morte, commutata poi in 
20 anni di ferri: in Siracusa, dunque, diciasette vit- 
time! e quant'altri ai ferri! 

Né bastò. L'eccelso Commissario è informato dalla 
commissione e da Cioffi che molti reprobi sono na- 
scosti; Cioffi è irrequieto di scavar tombe, e adempie 
l'infame opera nella casa Arcivescovile, nel salone 
Torres, dove ogni cittadino, sia grande sia piccolo, 
nobile o ignobile, deve venire da lui per ottenere un 
permesso d'uscire le porte della città, le quali re- 
stano perennemente chiuse: in questa meditata trap- 
pola, quanti creduli sono acchiappati dal vigilante 
Cioffi! Del Carretto dal suo canto, che vedeva rivolta 
e sediziosi i Siracusani^ e non tx)mplimenti a re Fer- 



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dinando com'oggi si diee, manda un bando così con- 
cepito: 

« Non essendo ancora tutti in potere della giu- 
stizia li malvagi felloni della rivolta di Siracusa;^ 
onde togliere ogni indugio ed accelerare il loro as- 
sicuramento alla giustìzia, ordina quanto segue : 

« Art. 1** Sarà pagato a chiunque arresterà e con- 
segnerà nelle prigioni del capo luogo, con prenderne 
ricevuta per ciascuno di questi sottonotati della 1^ 
classe (capi della rivolta), la somma di ducati trecento, 
ossiano onze cento, e per ciascuno di quelli della 2^ 
classe, ducati centoventi, ossiano onze quaranta, nel 
momento stesso della consegna in carcere, sopra bi- 
glietto del Procuratore Generale del re, dal Ricevitore 
; Generale che ne porterà il conteggio. 

« Art. 2** Coloro che saranno scoperti ricettatori 
d'uno o più individui iscritti sulla presente lista, 
saran tradotti alla Commissione militare e giudicati 
come cospiratori. 

« Art. 3** Coloro che denunzieranno il ricovera 
degl'iscritti notati, verificandosene il rinvenimento^ 
riceveranno per ognuno di essi la metà del premio 
espresso nello articolo primo. 

« Del Carretto ». 

Della classe prima erano dodici, tra' quali il sa- 
cerdote Giuseppe Cassone; della classe seconda ven- 
ticinque. E mancava la pena del taglione, e i con- 

Siracusa 3 



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iribueati vedevano che il loro danaro dovea scittf 
a servire le voglie tiranniche, e Del Carretto pr^ 
tendea che la denuncia avesse rotto ogni fede, ogni 
Jegame, la religione stessa! Ma grazie a Dio, uomini 
infami come lui non si videro, e il famoso bando iiool 
altro cagionò che orrore! 

La Commissione intanto non iscemò di rigori; fl 
campo era grande nella provincia, e moltiplici gl'in- 
quìsiti, onde non ispese inutile il tempo. Modica ne 
contò 43, Ragusa 7, Comiso 68, Cfaiaramonte 1§, 
Monterosso 61, Pozzallo 6, Floridia 120, Solarìno 
20, Cannicattini 49, Agosta 10, Lentini 27, Sortino 
141; Scordia39, Avola 134, Palazzolo 14, Rosolini 6. 
E questi comuni, più o meno, dettero i loro morti; ti 
resto insieme ai Siracusani languì nelle segrete, fii 
strascinato nelle carceri del continente, sofifrt mar- 
tirii inauditi. Né qui finì Io spettacolo della giustizia; 
si volle che la Commissione suprema dei reati di 
Stato in Palermo giudicasse ancora i contumaci: 6 
qui nuovi rigori e nuove persecuzioni. La vendetta 
era atroce, dovea percuotere i padri ed i figli, ed i 
figli dei figli. 

E tutto questo sotto l'ombra delle sante leggi d'un 
re benefico e pio, come attestava il Riccìeri! E la pietà 
fu veramente cristiana, mietendo quanta gente parve 
intinta di pece liberale! É la religione di re Ferdi- 
nando svelossi nuda quale potea sentirsi da «m INe- 
rone furibondo! £ gli uomini che il senrirooo, iwoM 
ancfa*essi pietosi , filantrc^^ cristàani! £ Im 



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éfnrea rimaner mute fer tutti : dovca a«3 insesTìare 
die ht^eme ai traviati, in riyolgimeoli polìtici, è nec- 
cessario che yenisse annientata una notrile città, « 
questa pagare il fio de!le debolezze <l'uniana naturai 
Lo avevano insegnalo gli antichi : (o dicevano i mo- 
derni da Boccaccio al Manzoni: lo avea mostrato 
l'Austria nel 1831 quando in Ungheria il cholera (ff 
4HTÌbile strage, e il popolo che credette a veneficio, 
iiKcise moki medici e moki zelanti benefattori : le 
avea mostrato la Francia, allorché nel 1832 Parigi 
fu colta dairasiatico malore, e quivi il popolo a ri- 
volgersi contro i medici e contro i filantropi negli 
spedali, e ucciderli barbaramente perchè sospettati 
avvelenatori. Eppure né TÀustria mutilò la capitale 
ungherese; né Luigi Filippo pensò tramutare a Réims 
la capitale francese. La speciosa dottrina dovea essere 
applicata in dosi minime a Siracusa in Sicilia, dacché 
le intemperanze civili avean tocco il eolmo in una città 
«meschina , e la punizione estrema era debito anche 
«stremo. — Del Carrettoerasi fatto immortale, e ninno 
gli contrastava la benemerenza civica: tornava in Na- 
poli all'onorando mestiere di carndtee, tornava ricco 
éi fama e ài denari : né meno ricco tornava il suo 
amico Cutrufiani, il quale lasciava promessa di volere 
quando che fosse pagare i debili sterminali fatti cdl 
giuoco! Ma qui è d*uopo diie^i rettifichi un errore ad 
onore dcfl vero: né i processi peritici defla provinciali 
Siracusa, né il processo dei vefeni che fece compilane 
ilVdomo, ferono involati per ordine di Bel Carretto*; 



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— ( 36 )— 

^scomparvero, è vero, per qualche tempo, per Gom- 
piacersene la suprema Corte dei reati di Stato : furono 
quindi restituiti, ed oggi sono in serbo in questo ar- 
chivio provinciale suppletorio. 

Completiamo ora le cose siracusane e notinosi del 
1837. — Il capitano di vascello Lucio della Marra 
fa in Noto da delegato dell'Alto Commissario, inau- 
gura il nuovo ordine e pronunzia un discorso eoi 
quale si felicita senz'altro coi Notinosi del compenso 
dovuto alla loro fedeltà ed alla loro savia condotta «no-^ 
strata negli ultimi torbidi^ dacché un branco di sediziosi 
ama voluto con malvage operazioni turbar l'ordine pub^ 
blico e la quiete preesistente. Dal canto suo Felice Ge- 
novesi, procuratore del re, che nella giornata dei 30 
luglio 1837 avea arringato il popolo netino perchè 
contenesse gl'impeti, e sperasse nei disordini siracu- 
sani per veder Noto risorta a capo luogo: Genovesi, 
che nella dimane fé' comparire un fantoccio con strani 
abiti, a cui die il nome di soldato portatore di lettera, 
e nella lettera l'avviso deirimminente venuta in Noto 
di milizie: Genovesi, che insieme a Gaspare Trigcma 
e barone Frangipane ed altri era andato a Reggio, 
come s'è detto, per inchinarsi all'illustre eroe : Ge- 
novesi è sollecito di aprire il tribunale e menar trionfa 
con sonante orazione: esclama : — « Invadea l'Europa 
4a più anni un morbo d'indole nuova ed arcana che 
percorrendo or una ora un'altra regione, e distrug- 
gendo e devastando, giunse disgraziatamente tra noi. 
/ nemici allora dell'ordine stabilito profittano del tre^ 



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-(37)~ 

w^ndo flagello di Dio, lo annunziano e lo fan credere- 
eome VoperadeWumana malvagità; eccitano allo sdegno, 
alPodio, alla crudeltà; spingono alla guerra civile, 
armano Tuomo contro Tuomo, il figlio contro l'autor 
dei suoi giorni, ed inalberano lo stendardo della rivolta. . . 
Questa città (Noto) con quella penetrazione di spirito 
che le fé' meritare da Ferdinando il Cattolico il titolo 
& ingegnosa, e colla sua costante fedeltà, che l'ha 
sempre distinta, disprezzò da una banda e volse a 
ridicolo le menzognere ed insidiose voci di veleno, e 
conservò dall'altra saldo ed invariato Tordine pub- 
blico, intero il rispetto per le leggi, e salve le persone 
e le sostanze dei suoi abitanti. Accolse nel suo seno, e 
servi d'asilo e d'aiuto a molti infelici perseguitati: 
resistette e minacciò l'ultima ora ai malvagi; impose 
colla sua influenza, col suo esempio a varii comuni 
vicini,* e compresse così una rivolta che assai più gravi 
disastri facea presentire; fino a quando l'angiolo ap- 
portatore di conforto ai buoni, di terrore ai tristi, di 
rinvigorimento all'ordine, inviato dal migliore dei re, 
che veglia sempre per noi, non apparve salvatore 
delle nostre contrade, e venne, vide, vinse... Un atto 
sovrano seguì allora immediatamente, il quale pro- 
clamando la lealtà e il verace attaccamento di questo 
comune al real trono, lo elevò a capo del vallo, e segnò 
l'epoca memoranda della giustizia e della munificenza 
reole ». 

Queste erano parole; si vollero fatti. Una Com- 
missione recossi in Napoli, e cogli omaggi espresse il 



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iroto d'ÌBulzare una staUia al re benefattore; e il re 
a' iO geaoaìa iS^ft dice cbe « eoo iriiFo iaterease 
ha accolto i seotiineiiti di riconoscenza e di devozione 
rassegnati dalla buona e leale città di Noto nella cod'* 

giuntura d'esser dii^eButa capo del vallo Quanto 

alla statua di marmo» cbe U pubblica gratitudine 
vuol innalzare^ a malgrado che la M« S« con molta 
ritrosia pieghisi a gradire omaggi di tal fatta, pure 
sì è degnata consentirvi, sul perchè questa memoria 
tornerà gloriosa alla città stessa, rammentando alle 
generazioni future la $ua saggia e leale condotta nei 
pubblici infortunii i q^uali affissero non ha guari la 
Sicilia ». 

I quali fatti y per dii udore questo capitolo, danno 
a vedere che Noto nel 1837 non fu la città dell'or-^ 
dine come la chiama il Consiglio comunale di quella 
città, ma usò le arti della volpe : macchinò di* sper- 
dere Siracusa^ e vi riuscì : dimostrano che anche t 
Notinosi credono d'avere i Siracusani usato il bel ri-- 
trovato del veleno per riuscire alla rivolta: dime* 
strano senz'ombra che la lealtà e il verace attacca- 
mento le meritarono un compenso: dimostrano che 
fu vanto di Noto lo aver ricettato gli uomini della 
polizia mal visi nel 1S37; che re Ferdinando si tenne 
orgoglioso della gloria della statua in marmo: ricor- 
dano un'altra faccenda, troppo consueta ai Notini,. 
cioè la cittadinanza accordata aWangiolo apportaiore 
di conforto 



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Alcuni rtcordl. 

Ora staccando la mente dal tristo spettacolo a cui 
giovanetti assistemmo, e quasi contammo le varie 
forme e gli aneliti di quelle morti/ e fummo atter- 
rai da una solitudine incresciosa , da urli frenetici, 
éatla esagerazione dispettosa della legge; e fre- 
ncdEDmo all'abbandono a cui si volle condannare un 
paese dianzi brioso, urbano, civile, vago di rispettosa 
riverenza verso gli uomini del potere, ossequioso con 
dignità verso le leggi ; dove era amore agli studii, alle 
Qose bèlle, alle cose grandi ; staccando la mente, ripe- 
tiamo, dalla trista scena, vogliamo consacrare una pa- 
nda ad un uomo che fu nostro maestro, e che neU 
Fepoca menzionata stette in Siracusa a sorvegliare e 
rigore insieme ad altri la causa del popolo, e i ^nistri 
eventi non vollero. Parlo del prof. Salvatore Chindemi. 
Costui, viste mutate le sorti della patria, era tornato ai 
consueti studii : accoglieva giovanetti volenterosi di 
sapere, e col bello che ritraeva dai classici, inaamo- 
nivali d'altro bello ancor pieno e fecondo, l'amore cioè 
di quest'Italia, madre gloriosa di virtù civili. Chindemi 
iosinuavasi in tal modo nell'animo de' suoi allievi. 
Valente poi nelle discipline letterarie , sapeva dp<* 
prezzare il merito di quanti eran dati alle sue cure; 
li amava perchè li voleva eruditi : in lui non boria, 
non orgoglio, non vanità: umile e tenerissimo nella 
scuola, lieto dei fratti che vedea prematuri cogliere 
dai Sfu» diletti. Di cuor buono e sommamente corrivo 



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-( 40 )-« 

airaflfétto: non credeva airumana malizia, npn du- 
bitava di perfìdie altrui, niun sospetto che altri il pò* 
tesse nuocere. Nuovo quasi in mezzo alla tristizia 
sociale, eppure ricco di esperienza cavata da' libri. 
Amava la terra natia, ed era venerato da' suoi cono- 
scenti ed amici : i suoi meriti e le austere virtù non 
potevano piacere allora al Governo, ed era inviso e 
sospettosamente guardato. Egli non vi badava. Chiuso 
nel suo studio, si consolava di libri , e nella età di 
30 anni otteneva in Siracusa culto di maestro degno, 
e ammirazione pei suoi scritti. 

Pure quella quiete, diremmo domestica , si volle 
turbare : si pensò con ruvido strumento toccare la 
piaga ch'era larga nel suo cuore per la spogliazione di 
Siracusa: si credette provocarlo con uno scritto che 
narrava le glorie antiche e nuove della città dì Noto, 
benemerita al certo della Sicilia, e lavoro di Salva- 
tore Russo Ferruggia. L'autore non misurò l'impresa, 
6 con ingiuriosi paragoni alterando la storia, scagliò 
non pochi vituperi contro Siracusa. Ghinderai ne fu 
tocco, e fu sollecito scrivere una risposta la quale fu 
stampata nel Caronda^ giornale di Gatanìa. Era il 
1839. — Dicea Ghindemi « bella ed onorata» impresa 
per la Sicilia (la storia di Ferruggia) quando la cosa 
si fosse contenuta entro i limiti del vero e del retto; 
ma quando si vede in queste pagine minare l'odio 
vilissimo di municipio per calunniare, innalzando 
Noto, vituperando Siracusa ; abusando della storia, 
travisandola; del buon senso, facendo i Siciliani più 



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-(41)-. 

goffi e inaterìaK degli Ottentoti; della buona fede, 
servendo il vitupero; allora diremo, non che servizio 
alle lettere, non nominanza alla Sicilia, non bene 
ritoma alla civiltà, ma indignazione nei buoni, sde* 
coro alla patria, infamia a chi scrive, e quel che è 
più, scandalo ai nepoti ». 

C!on siffatto preambolo lo scritto dovea riuscire 
pungente: a ninno era lecito d'insultare il caduto, e 
lanciargli quasi l'ultima pietra. Ben poteva il Fer- 
raggia portare alle stelle la città risorta dalla muni- 
ficenza di re Ferdinando, bruciare alquanti granelli 
d'incenso alla generosità del marchese Del Carretto ; 
ma non potea crescere le angoscie dei Siracusani con 
insani motteggi. Ghindemi dunque menò ardita la 
frusta, e nel fascio delle sue ragioni furono colpiti 
il Re, il Ministro, aderenti, servi, tutta la coorte che 
avea servito al funereo banchetto siracusano. Fu lo 
scoppio di bomba. I ministri della polizia in Noto 
fecero rumore; chi voleva contenerli? Molto più che 
un certo Cipriani, cagnotto venduto a Del Carretto, reg- 
geva le redini da funzionante da Intendente : furono 
ordinate inquisitorie sevizie, e la casa di Chìndemi fu 
violata dalla presenza dei birri, rimescolata, scon- 
volta. In quella minuziosa ricerca, in un cassetto di 
un forziere sì rinvenne un manoscritto, l'epistola cioè 
di Michele Landò ai fratelli suoi nella Giovine Italia : 
bastò perchè Ghindemi fosse tratto in carcere e dar 
luogo ad un processo rigoroso. Fatto esame del ma- 
noscritto, si conobbe di essere scrittura del cognato 



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d&Ghindefliì» Sftlwat(»e Giaracà» il ^lude stana im 
Noto come uomo del foto: e Giardeà^ rea panmettle 
di eospùrazicHfte» perqaisita la sua casa» assicurati Dcn 
pochi scritti e lettere, e ooodotto altresì io prigione. 
Qael che si disse e si fece per tale avventura è vano 
il dirlo: possono bene ripeterlo i Siracusani che ri- 
cordano tuttavia le amaritudini provate in^oel ti^npo; 
oltreché il processo è ostensibile a tutti , ed ognuno 
può valutare i modi rudi, maliziosi, furbeschi, ille» 
gali, tirannici in esso usati. E per verità era una 
nuova occasione pei nemici di Siracusa, e Del Car- 
retto strillava a tutte fiato contro l'audace che avea 
potuto dimenarsi tanto sotto il suo umana governo. 
Chindemi dovea pagarla cara, e cara pagarla Giaracà, 
il quale delia risposta a Ferruggia avea fatto in Noto 
baldorie. Tutti aspettevano la fine del gran processo 
politico , ma la Commissione suprema dei reati di 
Stato in Palermo , la consueta competente di simili 
fatti, statuiva, addì 1 1 ottobre 1839, di non constare 
la colpabilità dei due inquisita Vennero posti in li- 
bertà tra' plausi e le compiacenze dei colti Palermi- 
tani; senonchè per Chindemi sorsero caritatevoli prò* 
ponimenti. Era allora in Palermo prefetto di polizia 
il notinese Felice Genovesi: costui rìspondea a Chin- 
demi chiedente il permesso di tornare in patria, che 
gli sarebbe sta più utile una nuova dimora in Noto 
con più agiatezze e mezzi più opportuni di studio. 
Consiglio da lupo. Chindemi replicava di sentirsi con- 
tento della sua onorata povertà , e che Futile volea 



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rendalo ai m» eoncUtadini» se mai avoner coutil 
nualo a fidare in lui: Genove» a frapporre ostacoU, 
e Chiodeiui a dirgli di voler fienz'allro una caria per 
andarsene all'estero. Tal risposta inaspettata ooa 
qaadrò a Genovesi* Del Carretto» cbe tutto sapea» noa 
s'appagjò nemfloeno della bizzarra risoluzione di Chìn- 
demi: scrisBO di non contrariarlo» e Chindemi potè 
rivedere i suoi amati; ma doveva dopo anni assag^ 
giare il pane deiresilio» rinfrancato solo dall'ospitalità 
del iratemo Piemonte; dovea, mercè i suoi studii> se^ 
dere tra' professori prima in Sassari» poi in Pallanza, 
e dopo dodici anni venire in Sicilia ! 



Un bencntterlto 4MÈtk €oM«a«iii» lU Cesa. 

Era tempo di tripndii e feste per la città di Noto. 
Le |H^rogative ottenuto col decreto di agosto 1837 
aveano suscitato nei Notinesi una gioia inusitata» 
frutto per altro di gratitudine e di riconoscenza. 
Siamo sinceri. In questa testimonianza di pubblica 
affetto era un dovere che s'intrecciava colla rive- 
renza , e ninno può fame rimprovero. E veramente 
vedersi Noto d'un tratto elevata a capo del vallo : 
quivi convenire un nuvolo di gente, altra volta non 
vista : quivi i diversi ufBcii» e i funzionarii, e gl'im- 
piegati di vario ordine : come non sentirsi la gratitu- 
dine al monarca » comunque governasse e si no- 



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^( 44 )- 

masse? Però taluni fatti insieme al ridicolo accen- 
Davano a cinismo verso gli ospiti siracusani ; il che 
faceva indiscreti col volgo anche gli uomini di senno. 
Il decreto connato si volle con qualche cerimonia 
conservare tra le reliquie del santo piacentino Cor- 
rado: ed anche questa era occasione di scherno; 
correvano per la bocca non so quali parole arcane e 
derisorie, da stomacare anche la polizia, e i Siracu- 
sani a tacere : ma l'ingiuria divenne stragrande pel 
fatto seguente. Il municipio di Noto avea commesso 
allo scultore napolitano Cali la statua in grande di 
re Ferdinando , e Cali avea appagato le comuni esi- 
genze da quel valente che era. Venuta la statua, si 
volle celebrarla con apposita accademia poetica : né 
qui c'era male. Si raccolsero dunque i poeti notinosi, 
in un bel giorno di festa, nella chiesa dei PP. Croci- 
feri, e il Baronello Galbo Montenero lesse il discorso 
inaugurale. Venne la volta ai poeti , e ciascuno a 
cantar le laudi sonore a suo modo: quando un buon 
padre, né smunto, né sparuto, ma delta buona lega 
dei reverendi Rodìn , levò la fronte . soffiò il naso, 
drizzò il braccio, e cantò: 

Imprecato sia sempre in suo destino 
Il sedizioso genio irrequieto, 
Che fabbro di delitti ed assassino 
L'anarchico velen spàrge in segreto. 

Ei spera invan tra il popolo netino 
Del rubellé desio gir tronfio e lieta, 
Scoprirà questo al popolo vicino 
Del mistero d'inganno il reo decrela. 



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-( 45 )- 

Dinnanzi là quel marmo venerando 
Prostrati i padri insegneranno ai figli 
Propizio nume a rispettar Fernando; 

Saran da ognuno maledetti intanto 
Quei che il folle sognò strani consigli 
Delle genti vergogna e non il vanto. 

Sì chiese, tra i plausi, la cagione della strana tirata 
del padre rettore Francesco Oddon ma il padre Oddo, 
rimasto duro e pettoruto, rideva dell'inaspettato 
trionfo, e con gli occhi ammiccati e il viso compunto 
ringraziava gli astanti commossi. Vago veramente il 
sonetto e singolare! Pensossi che il gran concetto gli 
era calato in testa , dacché la materia trita di buon 
re, di buon padre, di amico dell'umanità, era giunta 
alla nausea in queiraccademia ; e il padre Oddo 
volea far cosa nuova ; e vi riuscì a meraviglia con 
buona pace de' suoi colleghi e dipendenti nel colle- 
gio, i quali nell'ora ch'egli contava i versi colle dita, 
spiavano le coscienze ree nei confessionali, per abito 
innocente, non altro. Padre Oddo sperò conciliarsi i 
pochi nemici della compagnia, ma un nemico, Saverio 
Giaracà, fu impeninente ed ostinato: tolte le rime 
del famoso sonetto, dicea: 

Imprecato sia sempre in suo destino 
Di Loìola il seguace irrequieto ^ 
Dell' ispano Acquavi va, Y assassina 
Fabbro di scisma e traditor segreto. 

8'era spento e rinacque! Ora il Nétino 
Popolo infiamma neir infamia lieto ^ 
A disdegno del popolo vicino 
Tutte ad onor d'un compro e vii decreto. 



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Àl nipote or m prostra ^enerwii^^ 
E il ssmit» i padri « ìhtok narraft» ai j^K, 
Ohe li Imadira Tarok) Fenmnéh. 

Folli ! non san che ms iiennla m^rm^o 
Per quei clie fèr nì»elU empii e&nrigU 
Dele genti a Ter^gna e ntm a tten^! 



Vedete easoJ avea il aonetfai gesuitico rallegrato 
brigate e popolo, né alcuna ^ipoce si era mossa^ la 
|)olizia rimasta indiflerenie: niiin pericolo avea exxt» 
i\ Governo. Ài comparire della risposta» tutto f n sos- 
sopra ; e poicbè il vezzo dei processi ara in voga, ecoa 
i due sonetti girare nuova sorta di Parnasi, le corli 
cioè di Noto, di Palermo^ di Catania. I magistrati cte 
pur aveano studiato rettorica e poesia, ridevano detb 
goffaggine di padre Oddo e della trivialità de' suoi 
versi; non capivano come nei fioriti ed eleganti pa- 
dri potesse Irovarsi poeta si basso e meschino : fu 
questa la ^cagione per la quale eondannarono al si- 
lenzio il negozio dei sonati. Ma il padre Oddo non 
chiuse il cuore, e cruccioso volle m^tedire la statua 
di Ferdinando, causa di quello scalpore; e la male- 
dizione pesò funesta sulla povera statua^ come a^renaa 
occasione di narrare in altro luogo. E Siracusa? Sem- 
pre tra due fuochi. Hubelle con padre Oddo e suoi 
interpreti a tempo della schiavitù: retriva coi Noti- 
nesi a tempo della libertà... Triirtaulileruutiva! 



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-(47)- 
tipolisBlirail. 

' Questa Tolta la stom Ycnne a «rreggere le cu- 
pide voglie del re Ferditunido: ta atorìa delle stillate 
sofferenze d'una infelice città. Gmi ai vinti! Era la 
parola del paterno Re. Sia distratta Siracusa! ripe- 
tevano a coro i suoi ministri, e più di tutti il favorito 
Del Carretto. E nuova Cartagine e misera Numan- 
zia, provò Siracusa i colpi aguzzi di pugnale avve- 
lenato. Fa pena toccare minuzie che rivelano pra- 
vità d'animo e corto intelletto: sarebbe stato più 
degno di re troncare con uoa parola l'esistenza po^ 
litica ed economica d'un paese; ma metterlo alla tor- 
tura, sperimentare nuovi torm^iii , e sorridere alle 
altrui angoscio, tra' feroci della storia ebbero fama 
grande Commodo inumano e Nerone brutale. Ma ve- 
niamo alle rafBnate punture per Siracusa dopo la de- 
gradazione pronunziata nel 4837. — Era spogliata 
di prerc^ative , e il ministro Ud Carretto decretava 
che quante carte componevano t diversi archivii e 
mobiglia e tutto, si portassero in Noto a spese del 
comune di Siracusa; di denaro siracusano si pagas- 
sero pensioni e sussidii ai superstiti degli uccisi nel 
tumulto; di denaro siracusano gli alloggi, i bagordi, 
gli stravizzi, le crapule per Uj^tta la bordaglia che 
formava la corte Delcarrettiaiaa. Vennero poscia allri 
soprusi. Un balzello di gr. k al rotolo salla carne era 
imposto a Siracvsa , come a t«lite le dttà centro di 
provincia: cessata Sivaottsa di tale iNiore, dovea di 



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necessità essere esonerata di quel peso, ma re Fer- 
dinando alle reclamazioni del municipio di Siracusa 
rispondeva, pagasse. Gostruivansi fortificazioni in città, 
le più contro il popolo, e il comune senza più a cor- 
rispondere la somma di due. 17,000; e alle repli- 
cate ragioni siracusane, re Ferdinando rispondea, 
pagasse. Poi le carezze a Noto anche a scapito della 
finanza nazionale. A Noto la direzione dei D. I. che 
Del Carretto lasciava a Siracusa per interesse del- 
l'erario, dacché in questa era una dogana di prima 
classe ed una deputazione sanitaria marittima. Re 
Ferdinando, visitato Noto, accolse quest'altro deside- 
rio, e forse die colpa al Ministro di non averlo esau- 
dito sin dall'istante delle grazie di agosto. A Noto 
anche un ufficio sparuto di garanzia per l'oro e l'ar- 
gento, estraneo al certo al primato provinciale, e che 
Siracusa godea da rimota epoca. Venne intanto l'ora 
delle paure, e la viltà borbonica fece a ripiegarsi in 
parole, e mostrò qualche pietosa condiscenden^ a 
Siracusa: era la paura che gl'incuteva l'Inghilterra 
nel 18^0 pel fatto degli zolfi. Vociferossi dunque di 
franchigie commerciali , e tosto a commuoversi il 
Decurionato, a consentirvi i Consigli distrettuale e 
provinciale, a condiscendervi il Luogotenente, a con- 
corrervi la sapienza dell'Istituto d'incoraggiamento 
in Palermo. Re Ferdinando vide prospera la faccenda, 
e risolvette troncarla : chiese il parere del Consiglio 
d'amministrazione dei D. I., e il parere fu quale m 
volle, cioè negativo e contrario. 



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-( 49 )- 
Continuarono le percosse. Era diiopo che, a ripa- 
rare le fortificazioni , sorgesse in Siracusa una ban- 
china; oltreché reclamavala il commercio e la di- 
gnità d'un paese civile. Sin dal 1837 erasi decretato 
che la finanza facesse ia spesa. Nel 1845 re Ferdi- 
nando dispone che la terza parte di essa spesa gra- 
vitasse su Siracusa. Un credito vantava Siracusa 
ingeùie: nel 1820 la gran corte dei Conti ricono- 
sceva le ragioni del Comune, e gli furono assegnate 
onze 102. 9. 7 annue da pagarsi a rate mensuali;^ 
durò il pagamento sino al 1826 ; rimase sospeso sino 
al 1840. Si spiccarono reclami, e fu ordinato no- 
vello esame nel 1841. La gran corte dei Conti nel 
1842 disse non ammissibile il titolo, e re Ferdinando 
ad approvare immantinenti questo avviso. Nuovi ri- 
corsi: i ministri sono eletti da re Ferdinando a mani- 
festare il lóro oracolo : costóro fan dritto a Siracusa: 
Ferdinando nel 1846 dispone che la determinazione 
della Gran Corte era la sola a cui stare Un ca- 
tasto dei ,più feroci fu formato dal contralloro Giu- 
sino, uomo che, amico a Del Carretto, gli testimoniò 
in tal mòdo la devozione più abietta : si protestò con 
dimando di revisione: si fecero promesse: sciupa- 
ronsi denari per sostenere le difese: ogni opera fu 
vana; Siracusa fu stretta a pagare il quadruplo di 
quanto per giustizia è tenuta. Che più? Restava a 
Siracusa un vescovato, la cui diocesi stendevasi per 
quanto era la provincia. Re Ferdinando I avea rita- 
gliata pel primo la diocesi con erigere un vescovata 

Siracusa 4 



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a Caltagìrone sin dov' era la ginrisdtzioDe sìrarcusaaa. 
Ferdinando li, nel l&b5, elevò Noto a vescovato^ 
riducendo quello di Siracusa uno scheletro, sebbene^ 
lo facesse elevare ad arcivescovato. E tutto questo^ 
in meno d'un decennio. E la vista dei Siracusani cosi^ 
atrocemente bistrattati non commoveva il potere, loi 
stimolava anzi a nuovi castighi; epperò, gravato dt 
maledizione il gran porto, ordinato di diroccarsi case^ 
proibito di rialzarne o ripararne altre, e ciò sotto lo» 
scudo di ordinanza militare: occupati i coaventieil 
seminario arcivescovile da milizie insultanti: usur- 
pate talune cattedre del Liceo di studii anche da 
soldati: fin lasciato in mina, anzi distrutto l'ufficia 
della Deputazione sanitaria nel limite della banchina, 
sul pretesto di essere ostile alle bastite. Che ancoraV 
L'asilo domestico violato , fatti arbitri della libertà 
de' cittadini gli sgherri odiali, le prigimi piene pel 
sospetto, continue le fughe e gli esilii , era duaq&e 
proposito di ridur Siracusa un mucchio di ruine, 
fare dei Siracusani nient'altro che cadaveri. Non 
avea detto re Ferdinando di rendere Siracusa niente 
altro che una cittadella? non avea designato il luogo 
di una nuova ciittà nell'antica Agradina? non era 
«so alle occasioni di motteggiare sulìa patria di Ar^ 
chimede? epperò unica la parola, guai ai vinti! unica 
la maledizione, distruggiamo! 



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Ii*aiuio Ì94S. 

Non era modo d'uscire dalle moltotie berboniclie;^ 
molestie abiette e pur da stancare quahtnqtie ai(>- 
deranza civile. La gioYentiì siracusma era segno a 
sempre nuovi strapazzi, né potea essere diversamente 
per quelli occulti e particolari consigli che nudrivana 
^li agenti della polizia, laonde le case reputavansi 
penetrali di congiura: congiura erane i ritrovi di 
conversazione : più d*ògni al tre la fermacia di Luigi 
Cassia era tenuta focolare d^indisctplinati settarii. Per 
verità il potere non slngannava, ma esagerava le 
apprensioni, forse perchè qualche Giutla, rivelando 
)e pratiche dei risoluti, mostrava finito H mondo. Si 
cercò un mezzo come ovviare ai pericoli. Il medico 
Alessandro Rizza propose di formare un Museo di 
letteratura e di scienze naturali; molto più che egli, 
studioso di queste discipline, avea in casa raccolto 
quanto a privato si permette di riunire dei regni 
della natura. Si risolvette quindi di comprre pel 
lustro della città e pel bene degli studiosi questo 
Museo, e farlo palestra di esperimenti accademici, 
d'incitamento a serie dottrine, e qualche cosa pel fine 
delle civili speranze. Piacque il proponimento; ma 
come vincere gli ostacoli? quanti nemici da persua^ 
dere? Più di ogni altro le animosità deiramico mar- 
chese I tei Carretto, che non avea mai vohito accon- 
sentire alla pubblicazione d*un giornale letterario e 
scientifico in Siracusa. Pur il miracolo avvenne. Fu- 



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~(52)- 

rono approvati gli statuii, e il governo trasse a sé 
non poche attribuzioni, tanto che ogni semplice cit- 
tadino volente far parte del corpo accademico dovea 
prima ricevere il battesimo della polizia, e la polizia 
risolveva preventivamente sulla ammissione od esclu- 
sione. Sorse dunque il Museo nel 18^3. Siracusa 
parve vestita ad insolita festa: numerosa e scelta la 
gente accorsa alle sale di sue riunioni: incominciò 
da quell'ora a sentirsi che l'oppressione, se fastidiosa 
e minacciosa, pur basta a farla vinta la costanza 
sincera e la prudenza sagace; e vincemmo; impe- 
pocchè da quell'istante i giovani siracusani dimenti- 
carono per poco i patiti rnalanni; ritemprarono a 
migliori auspicii i compressi rancori; Siracusa potè 
comporre le sparse idee dei suoi figli e pensare ai 
destini futuri. Difalti le menti concordarono in questo, 
nell'amore verace della patria derelitta: concorda- 
rono che si dovea cercar modo di vederla redenta e 
rialzata: concordarono che era mestieri di comuni 
sacrifizii, e non iscoraggiarsi : concordarono di aprire 
carteggio coi fratelli Siciliani, e servirsi dèlio appa- 
rato letterario e scientifico. Il Museo divenne centro 
di riunione non solo per riuscire a qualche migliora- 
mento intellettuale, ebbe altresì di mira il risor- 
gimento politico del proprio pa^se. 

Volgeano i giorni. Nel 1846 un prodigio provvi- 
denziale dava airitalia un Papa da commuovere le 
viscere d'ogni italiano, da far morder le labbra ad un 
Metternick, da spaventare austriacanti e non austri»* 



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-( 53 )- 

canti. II prodigio corse ineffabile e singolare, ed ogni 
cantuccio della Penisola risuonava delle lodi del- 
l'uomo che in terra veniva a conciliare i grandi af- 
fetti della patria colla religione, a risolvere il gran 
problema della felicità italiana. I cuori ne furono 
(occhi: stupirono gli animi: i credenti lodarono la 
Provvidenza che apriva questa via novella di morale 
rieducazione: gli ostinati s'inchinarono dinanzi al 
Vicario di Colui che vuole il perdono e l'umano af- 
francamento. Furono giorni fausti: giorni di inespli- 
cabili contentezze. Italia sorgea, e non per violenze e 
per sommosse: non per beneplacito di principi bu- 
giardi, non per opera di congiure tumultuanti : sor- 
gea per opera di colui che quasi reputavasi pietra 
unica d'inciampo al bene di tutti: sorgeva per ma- 
gnificenza d'un Papa, e la gratitudine era seconda 
vita per gl'Italiani. Senonchè ì tripudii doveano mu- 
tarsi in funebri lamenti; e il Papa unico dovea get- 
tare pentito la veste miracolosa, dovea tornare ai con- 
sueti raggiri; Tuomo indipendente della tiara, dovea 
ricomparire il sostegno e lo appoggio consueti della 
tirannide. E tutto dovea macchinarsi nella rocca di 
Gaeta, la quale dopo anni era serbata a cadere ostia 
espiatoria dei vilipesi e conculcati dritti degl'Italiani! 
Dovea servire di memoranda lezione ai despoti, uni- 
camente capaci di strozzare questa creatura mortale! 
Siamo al 4848. — A' 12 gennaio la eroica Pa- 
lermo segnava le orme del riscatto d'Italia. In brevi 
giorni un numeroso e disciplinato esercito era di* 



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-(64)-. 

strutto, Palermo libera da nemici. Sicilia accop:lie 
con gioia la voce dei fratelli combattenti : dovunque 
è levato il vessillo deirindipendenza : i luoghi dove 
erano armati borbonici fanno prodigii : il valore è lo 
intento solo dei commossi spiriti. Siracusa aderisce 
volenterosa all'invito di redenzione, ma che può fare? 
Più migliaia di soldati d'ogni arma (consueta sua 
sventura) le stanno sopra : più di duecento bocche 
da fuoco le minacciano sterminio; ufficiali d'ogni 
^rado la guardano sospettosi, eppure non si sgo- 
menta, anzi le cresce la fede nella parola di libertà 
comune. A' 25 gennaio un programma del Gomitato 
generale di Palermo regola l'ordinamento dei Comi- 
lati del regno, e a' 29 gennaio, nella campagna del 
barone Pancali, i Siracusani compongono il loro Co- 
mitato segreto: Pancali n'è presidente: il signor Raf- 
faele Lanza è inviato a sedere da delegato nella ge- 
nerale adunanza in Palermo e la lotta incomincia. — 
Il generale Bernardo Palma non vuol sapere d'ordini 
nuovi, né di siciliana indipendenza, anzi al giungere 
di nuovi soldati e eoi programma dello Statuto na- 
politano, crede peighi e conciliati gli animi col prin- 
cipe generoso: fa affissare sulle mura i preliminari 
dello Statuto, e i Siracusani li strappano senz'altro 
dinanzi ai granatieri allibbiti : altra stampa compa- 
risce ed è nuovamente strappata, e come prova di 
comune disprezzo, è appesa alla coltre d'un cadavere 
e portata al (Camposanto. 11 baróne Pancali a' 20 
febbraio è in Sicacusa, e il popolo accorre a vedere 



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-(85)- 

4)&Itti che per parecchi aani stava lontano dalla patria 
perchè interdettagli dal governo. A' 23 febbraio, cre- 
aciuto lo ardire per le notizie dì vittorie siciliane, e 
^qrezzati gl'indugi, il Ck)mitato s'inaugura nei modi 
legali nel luogo del Museo letterario. Era un tributo 
che i Siracusani rendevano a quel sito, testimone di 
occulti sospiri e di confidenti lusinghe. Il popolo vide 
quelle sale e benedisse all'opera dei buoni; salutò 
presidente il barone Pancali, lodò la scelta dèi co- 
Jttizii e aspettò i frutti della vita nuova. Intanto Tin* 
certezza turbava il pensiero del generale Palma e 
dei suoi; e fu un momento in cui il generale, unitosi 
<xm Pancali in casa dell'avvocato Carmelo Magona, 
brattava già di capitolazione e di consegna della 
piazza : quando sul mare compariscono varii legni 
borbonici con soldati e l'opera viene interrotta. Le 
milizie, che per l'innanzì stavano scorate, s'inanimi- 
fioono alla vista dei freschi compagni: s'imprendono 
nuovi lavori sotto gli ordini dei direttori del genio e 
dell'artiglieria, venuti a questo intento. I pionieri 
zappatori fanno opere di rinforzo nelle batterie di 
fronte di terra: costruisconsi fascine a Casa-Nuova; 
raddoppiansi le guardie e le sentinelle: gli uomini 
nuovi congiunti agli antichi sommano a più di 1800, 
cioè il 13 fanteria, due compagnie del 3, tre compa- 
gnie d'artiglieri, una di pionieri zappatori, pili di 
cento gendarmi. Fu dunque fatale il 26 febbraio, 
che spuntato con lieti auspicii, troncò le gioie sira- 
d'un tratto! 



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-.(56)- 

Però di quei giorni parea che una potenza secoi>- 
dassegli sforzi dei Siciliani , linghilterra. In Siracusa 
>e nei suoi mari vedovasi quotidianamente un brik. 
Arlecchino^ capitanato da Giovanni Moor, giovane ar- 
dito e vero marino, i cui propositi sarebbero stati 
pienamente salutari, se la pastoia diplomatica non 
J 'avesse attorcigliato coi suoi nodi : pur egli agiva 
icon franchezza e con assai chiara deferenza ; e allor- 
<jhè nel 26 febbraio giunsero le fregate napolitano, e 
Je milizie, come s'è detto, presero diversa attitudine, 
>egli colla presenza e colla parola ricondusse al dovere 
<|uei fanatici. Moor era dunque lo scudo pei Siracu- 
sani, e tale annunziava essere per la siciliana rivo- 
iuzione l'Inghilterra; il perchè a* 4 marzo venuto un 
legno a vapore inglese, e sceso in città il comandante, 
fu dal popolo accolto e salutato con sentila distin- 
zione sino alla casa del console ov'egli andò: salu- 
tato ancora quando il vide recarsi dal generale Palma, 
per quali visite gli animi si promisero utili risulta- 
menti, né s'ingannarono, dacché la burbanza militare 
venne diminuendo, e le lizze tra popolo e soldati 
parvero dover finire. In quel giorno, k mài;zo, tornò 
nel porto V Arlecchino j e il capitano venuto a terra 
ebbe lunga conferenza col presidente del Comitato : 
i Siracusani seppero che la quistione siciliana pren- 
deva aspetto sicuro, e sicura quindi la salvazione co: 
mune. Osarono un passo, e la bandiera tricolore fu 
veduta sventolare nell'alto del Duomo. 

Le feste rinnovavaosi ad ore. A' 6 marzo giunge 



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in Siracusa, provenìentie da Malia, il vapore M. Cri-- 
stinaj e reca la notizia della rivoluzione francese, 
dell'abdicazione di Luigi Filippo in persona del conte 
di Parigi, dei rifiuto della reggenza e della procla- 
mazione della repubblica. Per verità tal nuova era 
corsa, ma pareva incredibile nella commozione in quei 
giorni degli spiriti: ora la nuova era un fatto, e 
quante cose non apparivano al pensiero grate e con- 
solanti! Fu un gaudio dunque universale: il bullet- 
tino subitamente ristampato, inviate le copie in tutta 
la provincia, le lusinghe fondate, molto più che da lì 
a poco leggemmo il programma Lamartine e le gua- 
rentigie esplicite delle rispettive nazionalità. Quanto 
ai regii, questi avvenimenti sempre piìi li spaurivano, 
e vedemmo il general Palma lasciare addì 8 marzo le 
prigioni, e i cittadini sobbarcarsi a tal custodia: poi sen- 
timmo che su d'una navicella era entrato, a' 9 marzo, 
nel porto il capitano Moor, e dire al console che, stante 
la rivoluzione di Francia^ stavano come definite in bene le 
cose siciliane. Ne tripudiammo assai, e più fummo lieti 
allorché con la posta ci pervenne la notizia che lordi 
Minto era in Palermo colPalto mandato di regolare 
le cose nostre : essersi sospeso il fuoco della cittadella 
di Messina, anzi il generale Statella con lord Minto 
doveano recarsi in quella città, trattare della resa di 
quelle fortezze, consegnarle a quel comitato, e l'ugual 
cosa compiersi per Siracusa. Ed era il 1 3 marza, 
e la fregata £rco{«, venuta in questo porto, conferma 
lo arrivo di Statella in Messina, e i Siracusani a fe- 



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-(58)^ 

jEfteggiare per riinmioente soiimone del dramma: fu 
fraternizzameato di soldati e di |iopolo^ comuai ab- 
bracciamenti; campane suonate a stormo, suoni di 
strumenti, lumi nelle case e bandiere e voci una- 
nimi di libertà. Fu in quella sera in cui il popolo 
volle che la religione sorrìdesse amica ai voti di tutti, 
e monsignor Manzo agitare dal balcone del suo pa- 
lagio il siciliano vessillo: e crescere sempre le feste, 
allorché a' 15 marzo un vapore inglese giunge por- 
tatore di ordini scrìtti di lord Minto, coi quali s'im- 
pone la sospensione delle ostilità pel corso delle 
enunciate trattative : e s'ingiunge al general Palma 
di smettere dai rigori: tenere aperte le porte delia 
città : libero Fendere l'ingresso a chicchessia ; però, 
nel caso di riprendere le ostilità, dichiararsi dalle 
parti otto giorni prima. 

Parliamo di solennità domestiche. A' 15 marzo 
Siracusa era chiamata a fausta cerimonia, quella 
del relezione del deputato al Parlamento Generale, 
rimasto muto sin dall'anno glorioso 1812; e il voto 
universale portava al gran consesso il barone Pan- 
cali. Altra votazione a' 18 marzo si fece per la scelta 
dei deputati del distretto, i cui suffragi caddero sulle 
persone dei signori Salvatore Chindemi e Mariano 
Stabile, ma costai rinunziava alla candidatura, e ve- 
niva a tempo nominato il signor Raffaele Lanza. In 
quella augusta cerimonia, fu gradito spettaeolo la 
presenza del capitano Moor nella sala del teatro dove 
lacevasi la spoliazione dei voti. Quella persona amica 



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.-(89)- 

jàabè plausi spontanei dal popolo raccdUo, e replicati 
evviva la Gran Bretagna. Soafv;i ^orni, e pia soavi 
memorie^ le qnali non «Aciniiino dal cuore di chi le 
provò varaci. E quali losmghe! I Siracusani rinfran- 
cati da' patiti dolori; la giustizia dei nuovi tempi; la 
violenza dispersa colla bsu^barie. Chi poteva dubitare 
d'una riparazione iunninente? Ed ecco giungere lo 
annunzio che nella seduta del 20 marzo, il Ck)mitato 
j;enerale, sulla petizi^ie ^segnata da H6k cittadini, 
faceva suo il seguenie: 

« Voto che si dirige da Palermo al Comitato ge- 
nerale o al General Parlamento (se sono cessati i po- 
teri del lodato Comitato onerale) onde cancellare 
Tatto di spoliazione barbara e dispotica ordinata dal 
feroce Del Carretto, ed arbitrariamente confermala 
dal cessato Gov^no, in danno della infelice Siracusa^ 
reintegrandola tosto nei dritti che possedeà pria del 
jcholera. 

« Fu presentata anche una mozkme in iscritto fir- 
mata da 63 fra membri del Comitato Generale e 
delegati delle principali città di Sicilia, come Messina, 
Catania^ Girgenti, Modica» Caltagirone, Leonforte, 
Milazzo, Vittoria, Licata, Spaccaforno, affinchè Sira- 
cusa fosse tornata immediatamente a capo-valle, pro- 
ponendo nello stosse tempo che, siccome* la città di 
Noto cedendole di buon grado Tonorevole posto ver- 
rebbe <a perdere quei vantaggi che per parecchi anni 
Jha^odutoj co^ a ristorarla per altre vie il Comitato 
^^enerale s'incaricasse ài laccomandarla al Parla* 



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-(60)- 

mento, il quale certo saprebbe trovar modo a ren- 
derla pienamente soddisfatta. 

« Allora apertasi la discussione, furono maturata- 
mente considerate la petizione e la mozione dianzi 
accennate. 

(( Finalmente all'unanimità fu deliberato che Sira- 
cusa sia restituita a Capo-Valle invece di Noto. 
Ed inoltre^ tanto in conformità della proposta con- 
tenuta neir anzidetta uiozione in iscritto , quanto 
sulla espressa mozione orale fatta dal delegato di 
Siracusa signor Raffaele Lahza, il quale non avea 
apposto la sua firma in alcuno dei documenti sopra 
indicati, si stabilì che sia raccomandato al Parla- 
mento di trovar modo onde render pienamente sod- 
disfatta la città di Noto, ristorandola per altre vie 
delle conseguenze di questa riparazione a prò di Si- 
racusa. 

« Il presidente del Comitato generale, Ruggero 
Settimo. — 11 segretario generale, Mariano Stabile » . 

Erano scorsi dieci anni. Una rivoluzione infausta- 
mente fallita avea precipitato del suo peso sopra Si- 
racusa: era ragionevole che al primo sorgere della 
Sicilia per rivendicarsi a vila politica, dovea scom- 
parire ogni vestigio della prepotenza. Così dovea 
essere. E il Comitato generale nel reintegrare Sira- 
cusa nei suoi conculcati dritti, faceva opera di giu- 
stizia, meritava le acclamazioni dei Siciliani, e così 
avvenne. In Siracusa non meno che nella provincia 



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-( 61 )- 
l'atto del Governo provvisorio fa accolto con grazia: 
i Siracusani tennero sempre a mente la notte del !23 
mai^o in cui giungeva la sospirata nuova: quella cla- 
morosa festa durata fino all'alba era il testimonio 
più vivo della gratitudine del popolo. Nella notte 
medesima si -corse ad avvertirne i Siracusani rìco* 
verati nell'ospitale Avola; e immantinente gli esuli 
rivedevano gli amati visi e le case abbandonate, 
tornavano alla pace cotanto contrastata e sì viva- 
mente desiderata! 

Continuarono gli spettacoli; e sontuoso fu quello 
del 25 marzo, nel quale si solennizzava la fausta 
apertura del General Parlamento: spettacolo ralle- 
grato da messa sontuosa nel Duomo, seguita da 
suoni, da luminarie, dal voto entusiasta di chi ve- 
deva la terra Siciliana oramai felice. E il Parlamento 
s'apriva, e in mezzo ai grandi principii per cui i po- 
poli raccolgono la loro sovranità, il venerando Rug- 
gero Settimo piegava il discorso sulla città di Sira- 
cusa, e benevolo annunziava che « in questa città 
potea lodare tutta Sicilia un proponiménto generoso 
al pari, e forse non minor coraggio, e non avea da 
piangere effusione di i^angue ». Parole consolanti in 
bocca d'uomo che scevro di privati fini, svelavano 
la carità patria divenuta culto santissimo nel suo 
cuore: parole veraci e confermate dal contegno del 
generale borbonico, il quale, chiuso nel castello, lì- 
initavasi a spauracchi versoi cittadini, mentre costoro 
ordinati e nell'amministrazione civile e in quella 



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della guerra^ eompimiio il propria itf6zH> neita fedet 
della sieiliana riscossa. 

Toroiamo alla citmica. Addi 93 marzo su) brtk 
Arlecchino y ed alla presenza di quel capitano erasi 
eonvenato una tn^ua tndetermfnata tra due delo* 
gali di Palma, if Direttore dei genio e il Commissa- 
rio di guerra , e t cittadini Luigi Greca ed Emilio 
Bufarded: i patti eransi resr pubblici. Ma al ÌS 
marzo giungono ne) porto sef fregate a Tepore napo>- 
litane, una di lìnea, quattro bastimenti di trasporto, 
tutti da servire per Timbareazione dei sotdatT e dis- 
armamento della piazza. Era da comandlitife i^àm mi- 
raglio Yaucb e compagna il generale Carascosa; 
era n vi ancora 160 artiglieri i quali forono sbarcati 
nel castello. H general Palma inviè un ufficiale dal 
presidente Pancali per partecipargli rimminente par^ 
lenza delle milizie, e prevenirlo che avrebbe conse- 
gnato <la piazza dopo spogliatala d*ogni cosa di guerra : 
quanto agli artiglieri arrivati, lo assicurava che l'opera 
loro limitavasi unicamente ad aiutare rimbarco dei 
cannoni, degli affusti , delle provvigioni, il che non 
portava infrazione deirarmistizio. Pancali rispondeva 
che in quanto alla consegna della piazza, egli igno- 
rava il complesso delFarmamento, e quindi non po- 
tea dare categorica risposta. Dal suo canto il con- 
sole inglese recavasi da Palma a protestare, che 
stando le convenzioni della cennata tregua , né la 
piazza poteva essere spogliata, né gli artiglieri sbar- 
care. Stavano eoA lo cose, e Tatlitudine soldatesca 



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molU) inalberata, allorché ia porto si vede compa- 
Fire il brìk Arlecchino: quella vista condusse alta 
ragione uffiziali e soldati: si sospese H disarmo: al* 
lontanaronsi dal castello le barche destinate alla re^ 
catara del materiale da guerra ; ritiraronsi nel ca-- 
stello gii artiglieri con du». cannoni che Palma avea 
fatti situare nell'opera avanzata: ritiraronsi i20 
soldati colà anche mandati. U capitano Moor parlò 
calorosamente a Palma di tale violazione, e Palma 
a dire che in questo ubbidiva al suo ^ , e Moor 
a replicare che prima del Re vemva il suo onore. 
Il fatto fu che i 160 artiglieri arrivati tornarono ad 
imbarcarsi, e Moor di tutto dava ragguaglio al Go-^ 
verno di Malta, airammiraglio Parker e a lord Minta. 
Palma, acquietatosi pel momento, dichiarava la di- 
mane (27) al presidente del Comitato e al console 
inglese , che per lui già incominciavano a scorrere 
gli otto giorni, elasso il qual termine, era in suo po- 
tere far quello che più gli sarebbe convenuto, mi- 
nacciando anche di mettere la città in istato d'asse 
dìo. Mandò intanto un vapore a re Ferdinando per 
chiedere novelle istruzioni. Il presidente Pancali re- 
plicava che gli otto giorni doveano scorrere col ri- 
durre prima le cose allo stato antico, e pretendea che 
Tarmata forse uscita dal porto. Soverchia pretesa, ma 
ch'era giustificala dalla lusinga di veder la piazza 
non interamente nuda dei suoi strumenti guerreschi, 
ed altresì sperava nel tempo, dacché di quelle no- 
vità s'era scritto al ministro ddla guerra in Sicilia , 



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~( 64 )- 

e aspettavansi provvedimenti. Il ministro lodò i modi 
usati dal Gomitato, ma dichiarò che Timbarcazione 
si fosse permessa , mentre questa era anche la vo- 
lontà di lord Minto. L'imbarcazione dunque si fece, 
ma è degno di nota che in tal opera vi s'aggiunsero 
altri 1,4^00 uomini venuti a' k aprile in Siracusa con 
due vapori per tutelare le operazioni di Palma; e 
Siracusa vide quest'altri nemici alloggiati nello spe- 
dale militare e nel padiglione gesuitico. Quando 
piacque al Signore, l'intera armata usciva a' 1 3 aprile 
dal porto col nobile carico , e Siracusa intuonava 
osanna. II comandante Moor insieme ai componenti 
il Comitato e i consoli entrarono nel castello: ivi 
tutto era disordine e distruzione: sfrantumate le 
batterie, in soqquadro i magazzini: le botti del vino 
vuotate, e sparso a terra il liquore : poca quantità di 
biscotto, e sei botti di spirito: solo in due magazzini 
erano alquante botti di vino e 300 quintali di bi- 
scotto, in altro erano oggetti di casermaggio. 

La città prendeva altro aspetto. A' 2 aprile una 
Commissione composta dei sigg. Baronello Bonanno, 
Emilio Bufardeci e Carmelo Magona recaronsi in 
Avola per testimoniare con un pegno la gratitudine 
dei Siracusani alle cortesie e cure spiegate dagli 
Avolesi in diverse occasioni: il pegno consisteva in 
una bandiera col motto: Agli Avolesi^ i Siracusani 
riconoscenti. L'accoglienza provata in quel gentile 
paese fu al disopra d'ogni descrizione. Vennero in- 
contro dame con carrozze, una moltitudine di citta- 



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^( 65 )- 

dini corse a piedi alla distanza di sei miglia: in città 
fu ogni cosa che mostrava come la virtù civile s'ac- 
corda con l'affetto intimo, quand'è concordia di cuori. 
Gli Avolesi dal loro canto non tardarono a visitare 
Siracusa, e fu nuovo scambio d'affetti. 

Ma oramai spuntava il 13 aprile, e la Sicilia annun- 
ziava con un grand'atto politico al mondo la deca- 
denza di Ferdinando Borbone e sua dinastia: grande 
atto, per cui i titoli presemi si riattaccavano coi di- 
ritti passati, e pei quali Sicilia non avea mai cessato 
di sentirsi e proclamarsi autonoma ; ed ora vedeva 
i suoi delegati riuniti in general Parlamento. Sicilia 
dunque parlò alto e solenne; le città siciliane ap- 
plaudirono al necessario avvenimento: fu unanime 
la parola dell'indipendenza ; unanime la protesta di 
sostenere colle armi e colla morte la felice mutazione. 
Siracusa ne gioì come a particolare vittoria. Che avea 
essa da sperare dal Borbone , se non morti e tor- 
menti? Non usciva, mercè la redenzione deM848, 
dai flagelli di cui il buon re e il ministro Del Car- 
retto l'avcan fatta segno? Siracusa quindi faceva suo 
il decreto dei deputati sici iani, con che pronunzia- 
vasi disperso fìno il nome della genìa satanica. 

Il novelld Stato dava i suoi frutti. Da Catania ve- 
niva il 14** battaglione, ed erano le prime milizie si- 
ciliane che succedevano ai frementi borbonici: jl 
brio e le feste non furono poche: né Taccoglienza ai 
fratelli di Catania parve ostentazione: popolo e guar- 
dia nazionale accompagnò quei soldati ai quartieri^ 

Siracusa 5 



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-(66)-. 

c la fiducia comune si fece più salda. Molto più che 
il mese di maggio 184^8 vestivasi d'auspicii soavi. 
Sorridevano allora non solo gli eventi siciliani, ma 
vedevamo l'Europa civile far plauso ai nostri sforzi, 
come quelli che per mirabile volere della Provvi- 
denza erano riusciti proficui alle nazioni straniere ; 
sorridevano per la fondata ragione che dette nazioni 
dovevano appoggiare la causa nostra. E quante dol- 
cezze non chiudeva il futuro , se meno perversa si 
fosse mostrata la sorte, se gli uomini si fossero mo- 
strati eruditi da trista esperienza ? Pure era tempo 
di beati sogni. Siracusa inaugurava l'apertura dei 
tribunali. Magistrati plaudenti della gioia di questo 
popolo , facevano con opportuni discorsi a man- 
tenere viva la fiaccola del nuovo reggime. Sira- 
cusa n*avea d'uopo: privata per dieci anni di quello 
spettacolo, tornava ora alle abitudini passate, e i 
giorni luttuosi scomparivano dalla mente, come per 
chi torna agli affetti domestici , non contano più al 
suo pensiero le angoscie patite. 

V'era un debito da compiere, e Siracusa non vi 
mancò. 1 martiri napolitani del 15 maggio aspettavano 
una funebre pompa: lagrime e preghiere chiuse nel 
sacrario privato non erano testimonio bastante dell'af- 
fetto verso i generosi, vittime di effrenata tirannide. 
Ferdinando Borbone potea ridersi di queste lagrime 
occulte, ma non potea con occhio indifferente vedere 
le pubbliche protestazioni che gl'Italiani gli pianta- 
vano sul viso a vilipendere la sua fama. La dimostra- 



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-(67 )- 

zione si fece. II Duomo siracusano parato a LvttQ; 
sacerdoti che compivano il sacrificio incruento; cerei 
che con perenne lume accrescevano la maestà della 
cerimonia; dame^ clero, funzionarii, uffiziali dell'eser- 
cito, uffiziali della guardia nazionale ivi mestamente 
convenuti; due iscrizioni annunziavano la pompa 5 
l'una nella porta della chiesa, l'altra nel catafalco 
fiancheggiato da trofei militari e da bandiere; la 
prima dicea : 



cittadini 

accorrete riverenti 

all'ara augusta del signore 

e pregate pace 

ai prodi fratelli di napoli 

che pugnando per la liberta 

furono vittime dell'esecrato borbone. 

ma essi vivranno 

belli di sempiterna fama 

e il mondo già pago di loro civile virtu' 

DIRA CHE l'innocente OLOCAUSTO 
FRUTTÒ NUOVA VpA ALLA PATRIA. 



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-(68)-- 
Quella del catafalco dicea: 

VALETE MARTIRI ILLUSTRI ! 
IL VOSTRO CITTADINO SANGUE 

ONDE NAPOLI FU TINTA 
RICADA SOLL'EMPIO SCETTRATO 

- E UNA VOCE SUONI 

DI FACE A VOI ALME SDEGNOSE 

E VI PROCLAMI IMMORTALI. 

POI DEL MEMORANDO GIORNO 

XV MAGGIO MDCCCXLVIII 

SAPPIANO I POPOLI FREMENTI 

CHE IL NERONE DI NAPOLI 

NEL COMPIRE L'INFAUSTO SCEMPIO 

MALEDISSE ALLA SANTItI DEL NONO PIO! 



Abbiamo riportate le iscrizioni come sentimento 
dei Siracusani in quell'epoca dolorosa, e che noi 
scrivemmo mossi da debito cittadino e per isfogo 
dell'animo. E la mesta cerimonia rimase scolpita 
nella mente di tutti; e ognuno ricorda le parole del 
cappuccino Santangelo, d'elogio ai trapassati; ognuno 
mandò un sospiro per la fine crudele e immeritata 
di tanti magnanimi! Fu ira mista a dispetto; il per- 
chè al chiudersi della pompa si volle che le imma-- 



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■ -( 69 )- 

gini del primo Ferdinando e di Carolina, lasciate ii| 
un canto della chiesa, fossero bruciate; che si bru- 
ciassero le aquile austriache apposte sulle pareti de* 
gli organi; che l'aquila grande dell'arco maggiore 
fosse spoglia dello scudo borbonico, e invece acco- 
gliesse nel petto l'emblema siciliano. Questo si volle, 
e con comune plauso fu eseguito. 

Or veniamo ad *altro. La città, spoglia d'armi e 
munizioni, gridava di vedersi armata, ed era grido 
costante e universale. E come potea essere altri- 
menti, se il rancore di re Ferdinando dopo i fatti di 
Napoli si manifestava più truce? E come sperar pace 
da un uomo che giurava nella collera cieca lo ster*- 
minio di tutti? Il Governo prometteva ogni cosa, e i 
Siracusani aspettavano, ma impazienti d'un indugio 
che facevasi increscioso. Ed ecco comparire gli Avo- 
lesi portatori di due cannoni e 200 palle: sparuta 
cosa per Siracusa e per le innumerevoli sue bastile, 
ma grande dono per la bontà che scorgemmo in quei 
nostri fratelli. E in tal congiuntura avremmo desi- 
derato che i buoni Àugustanesi avessero smesso della 
renitenza a cedere qualcuno dei loro cannoni , di 
cui era gran copia in quella piazza sgombra dai 
regii; ma le pratiche per questo non erano ancora 
riuscite a buon fine. Piìi proclivi gli Àvolesi, e noi 
credemmo in quell'occasione rispondere con questo 
saluto: 

« Una voce viene a voi dalle siracusane piagge, 
o fratelli d'Avola, e vi tributa lode, e vi rivela gra- 



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tiludine per queiraffetto sempre costante onde ci 
avete colmi. Felici tempi abbiam corsi; felici per 
libertà riconquistata, per dritti rivendicati, per me- 
ritato universale plauso. Eppure nel comune e so- 
spirato tripudio, voi di vedeste altra volta trepidanti, 
e le vostre braccia s'aprirono alPamicizia, le vostre- 
case divennero nostro asilo.... Da allora fra noi fu so- 
lenne comunanza d'affetti, e il bacio che ci scam- 
biammo rimase grande prova della piena gioia in 
cui eravamo nel vederci redenti da schiavitù. Voi 
intanto non ristaste di volere il nostro bene, vi face- 
ste interpreti di giustizia in Palermo, e sostenendo i 
nostri dritti, ci bramaste fermamente felici, e la giu- 
stizia per noi fu compiuta. 

« Ma Siracusa dovette non è guari patire mise- 
randa vendetta di miseranda soldatesca, e là dove 
eratio bastite con minacciose artiglierie e sterminate 
munizioni, furono rapite da forza brutale, e noi per- 
chè impotenti dovemmo rimirare le nostre fortezze 
fatte spòglie di tutto. Voi, Àvolesi, sentiste il nostro 
cordoglio, e non potendo aiutarci altrimenti, ci fa- 
ceste dono di due cannoni, ch'erano segno di difesa 
della vostra patria, e preferiste che figurassero me- 
glio su queste mura, anziché tra* voi. E bello fu ve- 
ramente il giorno in cui la vostra civica guardia, non 
curando fatiche di viaggio, volle accompagnare il 
generoso dono, e grata la vista della vostra tricolore 
bandiera , che intrecciandosi alla nostra , rivelava 
l'augusta e fraterna festa. Noi al suono di musicali 



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-(71)- 

strumenti e in ordinamento di militi nazionali vi ac- 
cogliemmo, e qua! piena immensa d'affetti passai*OD0 
nei nostri cuori, vel dissero gli abbracciamenti spon- 
tanei, le grida alla nostra Sicilia, vel disse il gaudio 
che fu sublime in entrambi. — Oh se il vostro esetn*- 
pio avesse un eco, e, come da voi, si pensasse alla co- 
mune salvezza! Non si vedrebbero città sorelle an- 
cora restìe a concorrere per l'armamento di questi 
baluardi, e si sentirebbe che la sicurezza e la felicità 
d'un paese diviene salvezza e prosperità di tutti. 
E che! non è comune e costante il giuramento di 
vincere o morire pel nostro riscatto? Tollereremo che 
il tiranno offenda i nostri fratelli senza correre a 
questi e salvarli o 6nire? Non è la concordia, Tunione 
che ci ha salvi Onora? E il decaduto tiranno non si 
strugge a siffatto nostro memorando accordo? Non è 
disperazione per esso l'unanime grido di libertà e 
d'indipendenza? E non furono queste le voci che ri- 
suonando a' 13 aprile, compirono il maggior atto di 
nostra rivoluzione? fratelli d'Avola, stringiamoci 
con6denti la destra , e facciamo cosi a comporre il 
popolare e bellicoso convito delle città concordi ». 

Il nostro scritto non riusciva vano. Gli Àugusta- 
Besi cedevano otto cannoni, e dopo giorni altri sei, 
i quali venivano in Siracusa per opera di Carmelo 
Conigliaro: quindi da Palermo giungevano altri sei 
cannoni da costa e la munizione convenevole : era 
un mediocre apparato, e gli animi si rassiciiravano. 

Eravamo in giugno, e al finire del mese. Un caso 



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funesto mancò poco che non portasse conseguenze 
triste, ed era la prima volta che oscuravasi il gaio 
di quei giorni avventurosi. Non fu opera di Siracu- 
sani, ma avvenne in Siracusa; e noi da cronisti non 
possiamo fare a meno di ricordarlo. Nel 26 giugno 
giungeva fra noi riverita la squadra del colonnello 
Cianciolo, bella e provata gente, ubbidiente a' capi, 
e affratellata in modo che l'avresti delta una sola 
famiglia. La sera del 28, uno della squadra, giova- 
nissimo, sventuratamente fu morto in rissa da alcuni 
soldati del ik^ catanese. I compagni ne furono in- 
degnati, e parte di essi sarebbero corsi alle armi, se 
la guardia nazionale con buoni modi e con la mag- 
giore efBcacìa non avesse impedito a costoro l'uscita 
dal quartiere. Per quella sera parve aggiustata la 
faccenda: numerose pattuglie corsero per la città, 
il silenzio della notte parve acchetare gli spiriti ac- 
cesi. Ma la dimane le comuni speranze andarono de- 
luse: una lizza accanita si manifesta nelle due fa- 
zioni; i palermitani di Cianciolo assaltano i soldati 
catanesi fino ai loro quartieri; fucilate da ambi i 
lati portano lo sgomento in città: era un subuglio 
e grandi le apprensioni. In mezzo a tanto apparato 
e con estremo pericolo, la guardia nazionale giunge 
a calmare i combattenti; parve un miracolo che non 
si contassero grandi morti e feriti: la scena finiva 
coirimmediata partenza degli uomini di Cianciolo per 
la provincia. Taluno lagnossi di asprezza di modi 
nella guardia nazionale siracusana ; e forse in quella 



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mischia terribile e con dinnanzi la morte , i militi 
della guardia nazionale trasmodarono nelle loro at* 
tribuzioni ; tna indegno il sospetto d'aver essi par- 
teggiato per taluna delle due fazioni; malevola la 
voce di chi volle crescere i dolori di quel giorno 
con sospetti contro i fratelli di Catania: i buoni Ca<r 
tanesi e gli uffiziali degnissimi non credettero airin* 
givirioso scandalo; ed essi accolsero come dimor 
stranza di stima affettuosa il saluto che noi scrivemmo 
a nome della guardia nazionale: 

« Fratelli della milizia Catanesé! 

« Non è civile quel popolo che rinnega lo affetto; 
e lo affetto vero fa concordi gli animi. Noi della guar- 
dia nazionale sentiamo debito annunziarvi d'essere 
a voi legati per antica fede, per provata amicizia , 
per comuni sciagure sotto ferrea tirannide, per per 
renne giuramento di vivere fratelli ed uniti. — Fra- 
telli! apriamo il cuore alla verace letizia, e cada la 
ministra voce che augurò non so quali fallaci tristi- 
zie. Uno il volere reciproco, concordia; uno il sen- 
timento, l'amore. E voi il provaste ieri nello spontar 
neo amplesso che disperdeva il doloroso inganno; il 
provaste da che venuti in queste rive, vi siete accorti 
non essere sentimento di bontà il sorridervi amati, 
ma debito di cittadina giusti/ja.; il provaste quando 
un velo levossi leggermente tra voi e la palermitana 
squadra, e noi venimmo compositori di cristiana e 



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civite amionia. — - Fratelli! facciamo a consolidare 
sennpre più i nostri cuori neiraffétto della siciliana 
fiiiniglia, e stringendoci eternamente uniti quanti 
siamo Gatanesi, Palermitani, Siracusani. Scaldiamo i 
nostri voti nel fuoco dell'unione, deirindipendenza, 
della libertà , e il tiranno mal reggendosi sui fran-> 
iumi d'un distrutto trono, resti a consumarsi dentro 
con la rabbia ». 

Queste paròle vider la luce al 1° luglio, e frutta* 
rono una festa delle due genti e legami più intensi. 

Or dal campo dei domestici racconti veniamo a 
consolazione ineffabile , e chi questa provò , la ri- 
chiami soavissima come refrigerio ai mali posterior- 
mente sofferti. Parliamo dell'elezione di Alberto Àme*» 
deo lìberamente proclamato Re dei Siciliani, e dei 
beni che accarezzavano gli animi, delle pompe so- 
lenni e delle speranze grandi , e della maestà d'un 
popolo, che sentendo d'essere sovrano, con mirabile 
moderazione scansava le intemperanze funeste, sprez- 
zava i sinistri consigli e gli esempi, e fermo nel suo 
principio di monarchia civile, deponeva nelle mani 
d'un principe d'illustre casa le proprie sorti' e la 
gloria. Ma il principe, avvinghiato da velenose spire, 
non potea rispondere amoroso ai voti dei Siciliani : 
i disaistri di Novara additavano per allora un sepol- 
cro all'Italia, e la serpe diplomatica mandava orrida 
bava; i Siciliani doveano essere posti a duri ci* 
menti; poi sopraggiungere il disinganno, e i mali 



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^( 75 )^ 

maggiori; lo straziò della fede e della virtù e il lutto 
angoscioso dello avvilimento per ostentato potere* 
Ma Dio accoglie ì sospiri delPanima. Il- re Alberto 
Amedeo che per violenza dovea ricusare la corona di 
Sicilia , la serbava immacolata perchè dopo undici 
anni un magnanimo la intrecciasse cogli altri dia- 
demi italiani, e fattala una, la mettesse sul capo per 
rappresentare Titaliana unità. Così nei decreti divini 
è un vago che ravvalora la fede, e chi più ama è più 
accetto e caro. Lieta festa la proclamazione di AI* 
berto Amedeo re in Sicilia ; lieta a tutte le genti si* 
dlìane, lieta alla rialzata Siracusa, come quella che 
confidava nella lealtà d'un principe che non avea 
odii o vendette da maturare o da sfogare. 

Abbiam taciuto finora dell'organamento ammini« 
strativo nelle provincie. Aglintendenti erano prov- 
visoriamente succeduti i Commissarii del potere ese^ 
cutivo, le cui facoltà, non piene in sul princìpio, di»- 
vennero pienissime allorché i tempi facevansi grossi, 
ed il pericolo d'invasione borbonica obbligava a te- 
nerci circospetti, e perchè facea mestieri di conte- 
nere quella sfrenatezza di azioni e d'opinioni che 
facilmente uscivano dai limiti costituzionali, e dalla 
convenienza della discussione scritta venivano nella 
piazza a schiamazzare e ad agitare. I Commissarii 
riunivano grandi poteri per. le cose di guerra, e il 
Parlamento, che questo avea voluto, avea fatto opera 
degna e lodevole. Restava che a muovere questa 
macchina scabrosa il Governo avesse preposto uo- 



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mini non solo di provata virtù citladina, ma che alla 
fiducia comune a vessar congiunto doli tali d'intelli-^ 
genza e di perizia da contentare le varie esigenze. 
Ma i tempi non potevano far paghi compiutamente i 
popoli: troppi sospetti lasciavano una diffidenza tra 
ministri e cittadini; né il Borbone dormiva, né avea 
dimenticate le belle contrade del Sole. Scorato in sulle 
prime, vide Torà propizia di mutar linguaggio. Rus- 
sia e Spagna lo stimolavano a tener fermo; Austria 
era per lui anima e sangue; che poteva temere delle 
spavalderie dei ministri francese ed inglese? e in- 
dispetiivasi di non poter lesto far correre i suoi sa- 
telliti contro noi. Ecco perché gli uomini del Governo 
erano cerchi tra' più provati della causa siciliana, 
comunque mancassero in essi qualità primarie a ben 
governare. Siracusa stimò l'esule Diego Arangio, il 
quale valse a comporre malintesi umori tra città 
rivali; fece tacere il torto dinnanzi alla ragione vin- 
citrice ; operò di più : condusse con intrepida attitu-. 
dine non pochi traviati al dovere, e ciò jcon af- 
frontare pericoli. ed ostacoli. Le sue gite in Avola e 
in Noto anche in compagnia del ministro Marano, 
valsero a conciliare le discrepanze, e tutti lo loda- 
rono ossequiosi. Fu egli che, viste le minaccio di 
guerra novella, volle prevenire i sinistri, e chiamò 
dai varii distretti della ^Sicilia i soldati d'arme per 
comporre un drappello di 300 uomini a cavallo sotto 
il comando di uffiziali dell'esercito; e già i distretti 
di Girgenti, Trapani, Licata . Terranova , Alcamo in- 



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-(77)>. 

ViaroQO i loro uomini. Era ottimo provvedimento, 
applaudito dal Ministro della guerra, il quale dianzi 
era venuto in Siracusa a visitare la piazza e stu- 
diarne lo armamento, dopo compiuto l'uguale uffizio 
in Messina, in Catania, in Augusta. 

Stavamo in tal modo. Ma in un bel giorno il tele- 
grafo annunzia la partenza da Napoli di quattro va- 
pori con soldati: ci dimandavamo quali intenzioni 
potevano essere quelle del Borbone, mentre i diplo- 
matici inglesi e francesi rassicuravano il governo 
siciliano a tener sodo; e venne a sapersi che in Ca- 
tania per false voci erano già in mossa per Siracusa 
meglio di 5,000 cittadini a nostro aiuto. Gli occhi si 
aprirono. Dovunque movimenti e preparativi di di- 
fesa: erano dimostrazioni sincere, e ninno dubitava 
dell'energia dei fratelli di Sicilia. Ma il pensiero vo- 
lava alla eroica Messina. La città gentile avea pro- 
vati non pochi dolori dal setteti bre 1847 in poi; la 
costanza di quel popolo rimaneva d'esempio; pure 
le condizioni nostre non confortavano i buoni, e Mes- 
sina compariva oramai la gran martire e la donna 
del sacrifizio. Difatti giunge la notizia col vapore in- 
glese Porcospino, che l'invio dei soldati borbonici 
contro Sicilia non era più spauracchio, era un fatto 
che avrebbe risoluto un primo atto della nostra tra- 
gedia politica. 

Viene il settembre, e Tarmata napolitana, forte di 
6 vapori e di b bastimenti a vela, è nei mari messi- 
nesi. Quel che avvenne, la storia Tha detto. L'eroica 



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Missolungi mostrò al mondo come puossi cedere alla 
forza e morire, ma non transigere colle male arti 
tiranniche. Messina cadeva, e cadevano i suoi figli 
scempio di sfrenatezza di brutali milizie, e Filangieri 
parlava d'umanità e di giustizia; ma se la ragione 
dei popoli è contata neirAlto» F^rdin^ndo re con la 
straziata sua morte scontò le atrocità che in suo nome 
commisero le sue orde in Sicilia , scontò le carnifi- 
cine messinesi descritte con orridi colori dal copsole 
Barker al ministro Tempie nella relazione officiale 
del Ib dicembre. Questi orrori toccavano piìi da 
presso i Siracusani: ognuno vedea giunta Fora fatale^ 
e dicea: ma le armi, ma le munizioni, ma i mezzi di 
resistere e degnamente perire? Alquanti cannoni 
erano nel castello, e gran parte lasciati inutili sul 
terreno, né si pensava di collocarli sulle batterie. Era 
comandante Carmelo Lazzaretti. L'urgenza non met- 
teva indugi. Fu immantinenti convocato un consiglio 
di difesa nella casa del comandante della guardia 
nazionale barone del Bosco, e quivi convenne il com- 
missario Arangio e parecchi uffiziali di ogni arma; 
non intervenne il sig. Lazzaretti, caldamente invitato 
e stimolato da' suoi amici e chiamato dal suo dovere^ 
non intervenne perchè, a suo dire, manca vasi della 
convenienza a lui dovuta come signore della piazza. 
Era tempo veramente di stare ai puntigli di galateo 
col nemico alle porte! Pure il Consiglio cennato non 
lasciò di provvedere alla necessaria ed invocata di- 
fesa. Furono scelti gli spedali per i feriti; ordinato 



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-(79)« 

un accampamento fuori la ciltà sui punti deirantica 
Agr^dina e Tica. Ivi doveano riunirsi le forze dei 
distretti vicini, e questo facevasi senza che Lazza- 
retti avesse voluto compiacere il Consiglio dei suoi 
lumi, senza che avesse approvato, come comandante 
della piazza, tal risoluzione. Suscitossi, com'era na- 
turale, un malumore, che presto mutossi in odioso 
sospetto. La dimane i cittadini, con l'ansia incresciosa 
di vedere il nemico da presso, e con le notizie sem*- 
pre più luttuose della devastazione di Messina, sono 
per le vie, e leggono sui cantoni un avviso che fa- 
ceva dubitare della fede politica di Lazzaretti, e lo 
qualificava nemico, perchè chiamato reiteratamente 
dai provveditori della guerra in consiglio, erasi con 
meschino pretesto negato. Fu legno sul fuoco. Dianzi 
era stata universale lagnanza deiringiustifìcabile ab- 
bandono in cui erano le fortezze; ora il cartello sui 
muri col quale Lazzaretti additavasi nientemeno che 
un mascherato borbonico; s'adombrò il popolo, e 
rapido si volse alla dimora di lui a pochi passi dal 
castello, nella casa militare del Genio. Stava Tinfe- 
lice a compiere co' suoi impiegati varii uffizii di sua 
carica, lontano assai della tempesta che improvvisa 
dovea scaricarsi sul suo capo. Una voce lo chiama, 
egl'impone c}ie deponga il comando come imme- 
ritevole; altre voci s'accordano a questa intima- 
zione; altre lo vogliono giù per condurlo fuori le 
porte della città, e scomparire. Il disgraziato non sa 
che risolvere, e affidasi al popolo, il cui composto 



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-( 80 )- 

era di facinorosi e di tumultuanti, ma sinceri della 
causa siciliana 9 e certo ingannati dal procedere di 
lui. Si mettono in via; ed è da riflettere che in quel 
tramenìo non uomini di qualche qualità erano pre- 
senti, anzi in città ignoravasi l'occorso, e doveva 
ignorarsi; poiché la cosa incominciata sul mattiilo^ 
durava ancora nel mattino. La guardia nazionale, 
poca nel luogo di guardia, anch'essa era all'oscuro 
di quella novità, il resto, senza straordinaria chia- 
mata, chiusa nel proprio tetto, non potea accorrere 
per troncare un disastro non preveduto, né temuto. 
I soldati regolari, tenuti nei quartieri, doveano aspet- 
tare un ordine dei loro capi per uscir fuori; e il 
comandante del 14^ battaglione, Cambino, non du- 
bitava d'inconveniente di sorta; il comandante del 
18°, Lanza, trovavasi per commissione del Governo 
a Ragusa insieme agli ufficiali Pasquale Salonia, 
Pietro Moncada e il sergente Salvatore Argento; ep- 
però i pochi tristi del ppolo. si tennero sicuri , ed 
affrettaronsi di consumare il misfatto. Pur Cambino, 
sopraggiunto celeremente a quel trambusto, cerca 
salvar Lazzaretti; anche il barone Pancali parla alla 
gente in prò di quell'infelice, ma è obbligato 3 ri- 
trarsi; Cambino rimane solo a contenere ì furiosi, e 
giunge fortunatamente al carcere, e ottiene che Laz<* 
zarotti fosse consegnato al carceriere. Qui crebbero 
i guai. I prigioni, pensando venuta l'ora di loro salva- 
zione, tumultuano e fanno sforzi per evadere; i po- 
chi militi di guardia resistono gagliardamente ai 



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-(81 )-. 

medesinii : Garabino erasi scostato per chiamar uo- 
mini della guardia nazionale, e non avea fallo molti 
passi, che Laz/arottì è vittima. Intanto il tamburo 
batlea lo appello nei quartieri della cillà, e la guardia 
nazionale riunivasi: accorreano i soldati del ik^ é 
IS^accorrea la guardia municipale, i soldati della 
compagnia d'arme: il breve tumulto finiva, la cittr- 
maglia sperdevasi, il cadavere di Lazzaretti mutilato 
ed orrido veniva raccolto; e l'indignazione nei buoni 
era manifesto stnitimento delTesecrando delitto. Fu 
violenza ed acciecamento, e ninno vorrà giustificare 
le azioni d'una plebaglia illusa. La città fu in lutto, 
poiché conosceva bene il Lazzaretti, i suoi principi! 
' di coscienziosa libertà, i meriti di lui, e come militare 
destituito nelle vicende del 1820, e come esperto 
ingegnere civile. Ebbe morte non meritata, e il po- 
polo anch'esso da lì a poco riprovava la furia dei 
pochi indegni, e li minacciava di morte: pur non 
avea timore di sostenere che il movente di tale scia- 
gura sì era la vista della patria in pericolo, ed in 
pericolo per Lazzaretti. Si volle una riparazione, e 
la giustizia camminò rigorosa per ìscovrire i rei e 
multarli di pena; un processo fu compilato, e le 
prove di reità son chiare contro taluni perversi, e 
chiaro altresì il contesto delle dichiarazioni di Gam- 
bino ed altri ufilciali nel dire che Lazyarotti venne 
in sospetto di non servire la Sicilia; fu questa la 
causa vera della delinquenza (lei tristi, e gli autori 
del cartello forse non premeditarono la ruina di 

Siracusa 6 



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~(82)- 

queiruoiuo onesto, ma lo volevano lontanò: il fatto 
riuscì altrimenti; ed era scritto che il giorno 3 set- 
tembre 18^8, una scena di sangue dovea consu- 
marsi in Siracusa a malvolere dei Siracusani tutti! 
I rei non pagarono il fio, perchè i tempi volsero si- 
nistri, e caduta Sicilia, comparve queiramoistìa che 
sì disse amp/a e che dovea chiamarsi infausta, poi- 
ché cogr incolpa ti politici si ^^onfusero <:oloro che 
avean bruttato la propria persona pel >Si9Pgue e nel* 
l'avere aUrui, 

Lasciamo il luttuoso rac^nto. Parliamo (}eg1i ef- 
fetti delPeocidio messinese, k' Ik settembre viene 
da Catania una staffetta colla nuova d'essersi acco- 
modate le cose siciliane con Vopera deiringhilterra 
e della Francia; un naviglio francese aver intimato 
ai navìgli napolitani di ritirarsi, che anzi questi na- 
vigli avean drizzata la prora nuova mente per Napoli. 
Non dubitammo della notizia ^ dubitammo della since- 
rità degli amici officipsi. Come credere di fatti alla 
carità permalosa di queste potenze, se Tesperienza 
fresca ci chiariva in contraria? Ma gli animi facilmente 
s'attaccano ai sorrìsi del bene; onde sperossi in questo 
' intervento di potenze famose^ Intanto col piacere si 
mischiava il dolore, e i patrioti non potevano capaci- 
tarsi del la caduta di Milazzo, e si chiedevano dell'esito 
delle numerose colonne siciliane quivi raccolte! Nella 
sera il corriere confermò rarmistizio imposto al re di 
Nàpoli, e ognuno stette a studiare le nuove pieghe 
deirintricata matassa* Ed ecco a' 17 settembre entrare 



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^(83)- 

in porlo il vascello francese Panama^ e il capitano ac- 
compagnalo dal console recarsi dal Comandante la 
piazza e dal Commissario del potere esecutivo per 
partecipare loro la tregua. Dichiarò il buon marino 
in termini chiari, avere la Francia dichiarato Vintèr- 
vento armato per proteggere gVinteressi della Sicilia. — 
A' 23 settembre giunge il Jemniapes, aUro vascello 
francese, unicamente inleso alla prolezione di Sira- 
cusa, e il capiliano a ripetere le protestazioni del co- 
mandante del Panama; disse che l'armata francese 
a tal uopo era divisa per Sicilia, lasciando quattro 
vascelli in Palermo, tre in Messina, uno in Milazzo, 
uno ili Agosla; un vapore poi restava al servizio di 
essi: anche si annunziò che i vascelli inglesi costeg- 
giavano i mari dèi sud sino a Girgentj. Era luogo 
oramai ^ far meglio i conti, e provvedere sostanzial- 
mente agl'interessi di Sicilia, alla sua difesa e al 
sostegno dei suoi dritti : difesa e dritti che, minac- 
ciati sempre, chiedevano non il cicaleccio parlamen- 
tare o promesse non adempiute, ma energìa d'azione, 
ma giusto collocamento de' tanti sacrifizii siciliani, 
ma diffidenza delle oppiale cortesie dei diplomatici 
e oculatezza nelle mene dei retrivi. Era questo il 
voto comune, e il Governo intese seriamente ad oc- 
cuparsi di ciò. Difatti, per venire a Siracusa, l'arma- 
mento crebbe, crebbero le munizioni; le milizie 
presero organamento serio : dall'estero accorsero uf- 
fiziali e soldati, e si ebbe fede in essi. E i Siracusani 
ebbero caro il giorno 25 settembre , in cui scesero 



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-(84)- 

« terra , portati dal vapore francese , otto ufBciali 
stranieri al servizio di Sicilia, cioè un colonnello ed 
un maggiore d'artiglieria inglesi, un capitano di 
stato-maggiore piemontese, un capitano di cavalle- 
ria spagnuolo, un capitano del genio toscano e due 
ufticiali di linea napolitani che avean seguito il ge- 
neral Pepe nella Lombardia. E stavamo in tali lu- 
singhe, quando ci si dà l'annunzio delle rivoluzioni 
di Prussia e di Vienna, dei movimenti di Genova, dì 
altri più serii in Napoli. Ci consolammo, e sperammo 
sempre più, sul perchè non si lasciava di ripetere che 
la Francia e l'Inghilterra questa volta la facevano 
costare cara al re di Napoli. 

I Francesi in Siracusa più che ospiti mostraronsi 
fratelli; ed i Siracusani vollero attestar loro non che 
lo affetto, la gratitudine: invitaronli, nella sera del 
10 ottobre, nel luogo del gabinetto letterario; ivi li 
tennero divertiti con canto e ballo e profusione di 
rinfreschi. Quella sera ebbe un che di magico in 
tutti i cuori .-erano calde espansioni d'amicizia e pro- 
testazioni di reciproca stima: Francesi e Siciliani 
univansi in quell'ora nel patto augusto della libertà 
comune, e Francia repubblica non potea mentire a 
se stessa. Anche a pochi giorni il vascello Jena la- 
sciava Augusta ed ancorava in Siracusa, e la banda 
musicale di tal naviglio, scesa in città, rallegrava la 
gente nel largo del Duomo, e cresceva la festa; ma 
fu breve, dacché al 1" novembre un ordino del Go- 
verno francese dispone la partenza di tutta l'armata; 



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chi per Tolone, chi per Tunisi , dove diceasi scop- 
piata una sommossa. I Francesi partono. Palermo in- 
tanto annunziava che a vendicare Tonta di Messina ' 
muoveano 20,000 uomini , e fior di comandanti, 
tra' quali 50 francesi. Parlossi dell'arrivo di k fre- 
gate di conto del Governo siciliano. Tornavano ad 
intorbidarsi le acque, ma questa volta si credeva al 
buon esito della cosa. 

Facendo da cronisti, e legati quali siamo al 
tempo e ai luoghi, non possiamo fare a meno di nar- 
rare per filo i fatti, che avvenuti altrove, pur s'at- 
taccano con Siracusa, almeno pei provvedimenti che 
partirono da essa. Era di quei giorni in Noto una 
compagnia di cento sotto-ufficiali palermitani coman- 
dati dal tenente Parrino. A' 3 dicembre nacque una . 
rissa sanguinosa tra essi e i Notinesi, la cui cagione 
rimase occulta. Si grida all'armi! e perchè giorno 
di domenica e la gente quasi tutta in città, si corse 
alla difesa : le campane suonano a stormo, e ì Paler- 
mitani, che vedono la mala parata, si ritirano nel quar- 
tiere e si fortificano. 11 popolo accorre, circonda il 
quartiere, e comincia le schioppettate. I Palermitani 
dal loro canto non restano in ozio né indifferenti; il 
combattimento è accanito, il popolo con ardimento 
sforza il portone, ed entrato, dei Palermitani taluni 
son morti, quindici feriti. 11 commissario Àrangio, a 
tal nuova, trova rimedio d*inviare il vapore Palermo, 
di fresco giunto a Siracusa, in Catania per chiedere 
armati: in questo una compagnia del 5^ calanesa 



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- ( 86 ) - 

muove per Avola per unirsi ad altra quivi dimo- 
rante. Fiscen, tenente d'artiglieria, parte anche con 
uomini e due cannoni da campagna. In tal punto 
giungono su carri i Palermitani feriti gridando ven- 
detta. La sera ritorna il Palermo con 1,000 soldati, 
cioè il 3** dì fanteria con banda musicale, il 2** di 
cacciatori bersaglieri con fanfara, ed una compagnia 
dimezzata d'artiglierìa. Stettero i soldati tutta la 
nptte: all'alba sono in via per Noto. In Avola le ac- 
coglienze si fanno festose; ma il colonnello Orsini 
per savia prudenza fa tornare in Siracusa gli arti- 
'glieri siracusani, solo si trattiene ì cannoni; e a S3 
e 1 12 è in Noto, ricevuto con bandiere e clamori 
giulivi. Le cose ebbero facile aggiustamento; solo i 
soldati, in premio della corsa eccessiva, chiesero ed 
ottennero la distruzione dèi busti di Ferdinando e di 
Maria Teresa , di quello del marchese Del Carretto, 
della statua al naturale in marmo di re Ferdinando, 
che avea ispirato il famoso sonetto al gesuita Oddo» 
Orsini parti per Catania senza toccar Siracusa: i sol- 
dati rimasero per poco: da Catania parti l'ordine 
del richiamo, e l'avventura non ebbe altro sviluppa- 
menlo, se togli l'istruzione del processo, di che fu de- 
legato il giudice d'Avola sig. Capozzo. Costui, dopo 
giorni, scrisse cose al commissario Arangio da richie- 
dere schiarimenti precisi, onde lo Arangio partì per 
Noto^ e vi andò anche il sig. Marano, ministro, che 
trovavasi in Siracusa insieme al generale Antonini, 
ila eran tempi sì necessarii di concordia per la causa 



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~(87)~ 

Siciliana, da meritar lode e Orerni e lutti, che' di 
questo incidente vollero sopire le conseguenze cla- 
morose e funeste. — Cosi chiudeva l'anno 18ft8;- — 
Pero ai primi di gennaio u«a barca venula da Messina 
annunm l'arrivo in quella città del general Filan- 
gieri, e con propositi ostili. Siracusa non^ ne fu sgo- 
mentata: continuò la sua vita di ordinamento guer- 
resco con più alacrità, molto più che da Malta erano 
stali portati alquanti cannoni e buona quantità di 
. polvere, e Tidea d'una, lotta sicura rendeva gli animi 
desti. 

Venne il 12 gennaio, designato a tutl'allri au- 
spicii che a quello della consueta ed impostaci festa 
da re Ferdinando. Qual differenza! Allra volta eran 
voti che l'umiliazione servile faceva al despota, e 
guai ai renitenti se non intervenivano alla cerimo- 
nia: erano segnati a dito: notati in libro infausto; e 
la polizia malevola ne faceva criminoso ricordo. 
Nel 12 gennaio 1849 era tult'altra rimemorazione, 
quella d'un popolo affrancato, e che conlava il giorno 
di suo trionfo, da quell'epoca felice. Siracusa non 
volle mancare a questa espressione del voto citta- 
dino. Vide gli uomini del potere, magistrati, uffi- 
ziali, ecclesiastici , la guardia nazionale, il popolo, 
raccolti nel Duomo per intuonar Ti^nno di grazie al 
Dio degli eserciti. Poi nella marina una festa mili- 
tare, e le calde voci di libertà, d'Italia, d'indipen- 
denza ; voci che dalla guardia nazionale passavano 
alla milizia ordinata, e da questa alla moltitudine 



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-( 88 )- 

commossa. Poi un convito nell'albergo del Sole, im- 
bandito dagli ufOziaii del 5^ e del 7^ e dove sedettero 
« le autorità civili e militari, e il presidente del Cir- 
colo. Nella sera gran pompa al teatro , e lusso, di 
dame, e sfarzo di milizie. E quando i cantori ripete- 
rono rinno di Chindemi con note di Vincenzo Mo- 
scuzza, lo entusiasmo unanime non potè contenei^i, 
fu uno scoppio di .applausi, un brandire di spade, 
un freneticare di gente convulsa ; pur la gioia p^r un 
istante ebbe posa , e la mestizia fu nei volti degli 
astanti alla rimembranza d'un caro nome, di quello 
della perduta Messina. 

Ahi! ma insozza di schiavi un armento 

Del bel faro l'augusta reinli, 

Sotto il ceppo fremente Messina 

Domo ha il braccio, ma libero il cor. 
Generosa! neirarduo cimento 

Non tremò di codarda paura, 

Diede il petto, la fronte secura 

Del tiranno al nefasto furor! 

Ma tali augurii doveano soggiacere a fato nemico! 
E sempre le nobili cose vederle abbeverate di tìeie, 
sempre troncala la venerazione alla virtù! 

Poiché abbiam ricordato il nome di Chindemi^ la 
narrazione ci porta airiatituzione del Circolo patrio- 
tico in Siracusa per opera di lui, e dei suoi onesti 
propositi di educare la sua patria, mercè questo 
aringo popolare , alle idee di civile progresso, dac- 
ché scopo dell'adunanza si era di discutere dei veri 



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~(89)- 

bisogni dei cittadini, e dei dritti e doveri di costoro 
verso sé, verso la legge, verso le autorità regola- 
trici. Il generoso consiglio non potea che meritare la 
comune lode, e a' 6 gennaio 1849 furpn visti nel 
tempio ex-gesuitico riuniti eletti nomi, e degni di 
stima e di fiducia. Ebbe la presidenza Tanziano dei 
sozii, Luciano Miceli, buon popolano, e divoto per . 
provali principi! alla causa nazionale: fece da segre- 
tario Emanuele Giaracà. Passossi alla composizione 
dell'ufficio definitivo, e i voti chiamarono presidente 
il cav. Emanuele Bagni; vice-presidenti, Lorenzo 
Spagna e il cennato Miceli; segretarìi i sigg. Luigi 
Spagna, Sebastiano Nicastro, Emanuele Giaracà, 
Emanuele de Benedictis. Chindemi lesse un discorso 
col quale tracciava i limiti dell'inaugurato consesso, 
e diceva: 

« Noi siamo Siciliani: abbiamo libertà ed indipen- 
denza, frutto deireroismo del popolo, ma minacciati 
dalla guerra del bestiale lazzarone , noi siamo nel 
campo di guardarci deptro e fuori dal minaccioso 
nemico. Sicilia Aina e compatta non ha nemici in- 
terni a debellare; Terrore potrebbe in questi mo- 
menti trarci ad un falso che porterebbe grande sven- 
tura. Qualche ambizione , qualche esaltamento di 
intelletto ardente potrebbe esserci esiziale, noi sta- 
remo a guardare unito il popolo da queste secche. 
11 Borbone ci minaccia di una guerra brutale con 
mezzi di esterminio, prova di sua rea coscienza^ 
di sua disperata brutalità; noi sederemo a cooperare 



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-^ 90 )- 

onde la Sicilia fosse vincitrice per sempre di questo 
mostro. • 

« Noi abbiamo un Municipio, parte dello Stato 
che sta a capo dei bisogni del popolo, noi concorre- 
remo coi lumi, col buon volere, col consiglio a sov- 
venire gli uomini che han dovere di ministrare là 
cosa pubblica, scrutare il male per mostrarlo, e ri- 
pararvi ; incitare onde il popolo godesse pienainerite 
de' suoi dritti, fosse satisfatto nelle sue esigenze; 
frenasse le avidità personali, spegnesse gli odii pri-- 
vati , attaccasse il popolo alla rivoluzione, concor- 
dasse i Municipii'tra loro, e questi allo Stato, scol- 
pisse nella mente di tutti che la nostra libertà è 
democratica, non baronale; che le prepotenze, i so- 
prusi, il sovrastare, Tintricare e tutta quella serie di 
lordure che ci avea portato e perpetuato il dispo- 
tismo non sono né debbono essere nella natura di 
un popolo libero e dichiarato sovrano. 

« Risulta dunque che i nostri scopi sono tre, di 
nazione (come Italiani), di Stalo (come Siciliani), di 
Municipio (come Siracusani). Si tenga per principio 
inconcusso che siccome è legale la nostra riunione, 
e sotto la santa egida dello Statuto, così noi non ci' 
dipartiremo dalla legalità. L'organo nostro è l'opi- 
nione libera nella pubblicità delle nostre tornate, e 
la stampa liberissima come la luce, il perchè eser- 
citeremo con tai mezzi il nostro potere; esso è il 
principio dominatore dei governi costituiti, esso è 
trionfante della lotta col dispotismo. Noi tratteremo 



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di CQse e non di persone : discuteremo principii, non ' 
passioni. Uno è l'intènto, l'amore ai principiì, li- 
bertà, fraternità, bene pubblico e legalità ». 

Queste le vedute dell'adunanza, e tali furono an- 
nunziate con un programma al popolo dal segretario 
Nicastro, tali alle autorità civili e militari del vallo 
dal segretario de Benedictis, il quale invitava i co- 
muni tutti a secondareloesempiodi Siracusa. L'opera 
difatti rìedificatrice del Circolo attirava le più elette 
pèrsone, per esso componevansi e sparivano rancori 
privati, i funzionarti sentivano d'esservi un organo 
pel quale la voce non curata del popolo riusciva a 
penetrare nel misterioso recinto del potere. Né v'era * 
chi dubitasse delle mire sincere de' sozii : l'abnega- 
zione facèvasi prima molla in tanto uffìzio, e la gran ' 
lode di procurare qualche utile alla patria era il 
solo premio a cui aspiravasi. Il Circolo fu benemerito 
nello invocare il pronto armamento di Siracusa ; ben ' 
più lodevole per il gentile pensiero di veder can- 
cellatele tristi gare di municipio che allora rincru- 
divano tra Siracusa e Noto. Chindemi nell'adunanza 
del k febbraio chiese che il Circolo deliberasse un 
voto di fraternità e d'amore a nome del popolo di 
Siracusa ai fratelli di Noto; che una commissione 
scelta dal Presidente accedesse in Noto a deporre 
nelle mani del Presidente di quel magistrato muni- 
cipale una bandiera col motto — Siracusa ai fratelli 
di Noto ; — che un indirizzo manifestasse sentimenti 
di fratellanza di Siracusa, e che la proposta e lo in- 



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-(92)- 
dirizzo fossero stampati per essere diffusi alle Camere, 
al Governo, ai Muoicipìi di Sicilia. La proposizione 
fu accolta e unanimemente applaudita. Nel 6 feb- 
braio la Deputazione muoveva per Noto^ portando la 
bandiera e lo scritto seguente. 

« Fratelli ! 

« Il Circolo di Siracusa vi dirige il saluto del- 
l'amore, il bacio dell'amicizia. Fratelli: è l'ora di 
consolidare per sempre i destini della patria libera 
ed indipendente. Noi fummo divisi dalle pratiche 
infernali del Borbone : egli accarezzando gli pni, e 
gli altri flagellando, asserviva tutti co' viji strumenti 
del regno di Satana. La rivoluzione Siciliana fece 
trionfare i diritti dell'uomo, il regno della giustizia 
e dello amore; le trame, le arti d'una feroce politiqa 
disparvero appena l'unanimità Siciliana disse: io 
sono. — Fratelli! Il tiranno ci volle, ci disse nemici: 
stringiamoci forte la mano, e gridiamogli in faccia : 
noi siamo fratelli ed uniti. Accogliete per le mani 
della nostra commissione il tricolore vessillo, noi lo 
deponiamo nelle vostre braccia, e con esso il Circolo 
e il popolo di Siracusa depone nel vostro seno il 
suo cuore, le sue supreme volontà, d'un nodo indis- 
solùbile di fratellanza. Noi non conosciamo altri ne- 
mici che i vostri, gli agenti cioè, i servi, gli sgherri 
deirabborrito Borbone ; quanti siamo uomini di Si- 
cilia, d'Italia, di qualunque gente caldi di libertà. 



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~( 93 )-. 

nemici al dispotismo, siamo sempre fratelli. Il de- 
spota di Napoli sperava coglierci nei brutali effetti 
d^una caina anarchia; questa speranza gli è fallita, 
dacché in faccia gli resta onnipotente bastila, mag- 
giore delle rocche armate e della strategia di guerra, 
l'unanimità dei popoli ; nello abisso della sua di- 
sperazione, impotente Capaneo, freme disfatto. Oggi 
questo nuovo grido di fratellanza è per lui Tultima 
rotta, è l'ultimo trionfo della Sicilia. Fratelli! L'èra 
più splendida si svolge innanzi a noi, e all'ultima 
lotta ci fa appello la patria, ed è per {scoccare l'ora 
del supremo cimento. Fusi tutti i cuori nella patria, 
avventiamoci leoni nel campo a cui Sicilia ci fa in- 

' Vito. Sia per sempre repulso il Borbone e la sua ab- 
borrita dinastìa : ivi uniti avremo sempre sublime 
ventura morire o vincere per la patria. Ma noi vin- 
ceremo: la vittoria segue i passi dei forti, e noi 
siamo forti nella giustizia dei nostri dritti. Fratelli! I 
destini della Sicilia posano nei nostri cuori, nelle 
nostre braccia. I nostri figli aspettano da noi la li- 
bertà, l'indipendenza, il ripieno di ogni dritto, d'ogni 

, facoltà. Concorriamo a meritarci le benedizioni dei 
più lardi nepoti, e leggendo la storia del secolo de- 
cimonono esclamino, felici e riconoscenti: il tirann 
divise i nostri padri, ed essi si abbracciarono: il ti- 
ranno volle armare a strage fraterna le braccia 
cittadine, e le braccia cittadine si strinsero in santa 
fratellanza ; il tiranno seminò odii e nimistà, e i no- 
stri i)adri mieterono carità e amore ; il tiranno tentò 



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-(94)- 

la guerra parricida^ ed essi uniti vibrarono il ful- 
mine di. Dio sul suo capo : sia gloria ai padri nostri» 
che si fecero liberi ed indipendenti ; sia benedizione 
e riconoscenza alle loro ombre onorate, che olocau- 
sto si;pffers,^ro per noi, per le più remote gene- 
razioni ». 

NolQ in quel giorno fu superiore a se stessa ; mo- 
strò che le occulte e infondate inimicizie sono vitu- 
pero de' tristi : nell'amplesso caldamente dato e ri- 
cevuto dai Siracusani scrisse una pagina di duraturo 
affetto. I Notinesi ne furono lie^i, e Corrado Sbano^ 
gentile ingegno, celebrava il fausto ricordo con un 
canto elegante. Oh! fosse piaciuto al Signore che la 
sincerità avesse sospinto gli atiimi ! che le due città 
avessero dimenticato gli improvidi rancori! Siracusa 
forse lo sperò; ma Noto non potea sollevarsi a tanta 
altezza : antichi gli gdii ; possente l'inimicizia ; e gli 
anni e le occasioni J 'hanno mostrato. Noto ha giu- 
ralo di vivere sulle spoglie siracusane! 

11 Circolo continuò i suoi lavori. L'indefesso Chin- 
demi trovava^, modo di parlare ai generosi un lin- 
guaggio d'umana dignità : or suscitava la filantropia 
cittadina con promuovere l'istituto delle pie sorelle 
a somiglianza di Palermo ; e muovendo Ib affetto 
delle donne Siracusane, sperava che nelle loro cure 
venisse la vita dei trovatelli, delle orfane, degli spe- 
dali. Or chiamava i cittadini a compiere ì decreti 
del Parlamento, specialmente per la legge de] mu- 



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-( 95 )- 

tuo, e i cittadini ubbidire volenterosi, e in un giorno 
rendere la cifra del loro tributo. Or si volgeva al 
clero, e lo scongiurava a non mancare all'unico de- 
bito evangelico, quello di stenebrare la mente del 
^popolo e parlargli religione e libertà ; dicea: 

Signoriy 

« A voi che avete i tesori del vangelo nella 
mefite ( e abbiam fede che li abbiate anche nel 
cuore), a voi . tocca sovvenire il popolo sì col pane 
della, c?^rilà cristiana, sì con quello flella carità po- 
litica. La unione, la fratellanza, le virtù Ipienefiche, 
non son queste le dottrine inconcusse della morale 
cattolica!? E queste stesse sono del reggime novello. 
Dite : consente il vangelo l'abrutimento dell'umanità 
sotto il capriccio feroce d'un solo, che calpestando i 
popoli offende il Creatore nell'opera sua più grande, 
che tanto gli costò per redimerla. dalla servitù del 
peccato ? E questo nemmeno consente la libertà 
. politica. Non vuole il vaqgelo l'uso di tutte quelle 
facoltà che ci furon date all'esercizio del bene, al 
miglioraménto e nobiltà di se stesso ? E questo vuole 
la libertà politica. Può volere il vangelo Isi miseria, 
la corruzione, la brutalità del carattere umano, del 
vortice dei vizii? E questo proibisce la . libertà poli- 
tica. Che volete di più a dire che libertà sociale sia 
tutt'unq che, libertà evangelica ; che il riegno del di- 
spotismo è il regno di Satana, corno gli antichi libri 



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• . -\ 96 )^ 

Simboleggiarono nel regno dei Faraoni? Signori, il 
popolo Siciliano, come l'Israelita, si è riscattato dal 
servaggio d'Egitto . .. Predicate. Che se per paura o 
inerzia resterete muti e neghittosi nei momenti più 
solenni dell'umana transigione; pensateci: voi avrete 
il rimorso d'aver disgregato la religione dai princi- 
pii sociali, fattala sconoscere nei suoi 6ni, fattala 
disamare, arrestando i prodigii e i miracoli di cui è 
capace: voi farete miscredere della santità evan- 
gelica. ..9 

Questo chiedevasi al clero, e il presidente cav. 
Daniele scrivendo al Provicario della Diocesi Sira- 
cusana, lo scongiurava a ricordare i proprii doveri di 
cittadino insieme e di Ministro delPaltare, ad incul- 
care tali doveri ai parrochi di sua dipendenza, dac- 
ché era stupore pel popolo il considerare il pi^ofondo 
silenzio del pergamo dinanzi allo spettacolo sublime del 
Siciliano riscatto. Eppure caldi sacerdoti in quel- 
l'epoca erano caldi patrioti : non pochi risposero pro- 
clivi al cristiano invilo, e predicarono la convenienza 
della religione con le ragioni politiche; e se era 
inerzia in taluni, perfidia non era, né la libertà co* 
dardamente defìnivasi distruzione dello altare, come 
poi si disse. Si persuada il clero che il popolo ha 
bisogno di savii consigli ; e che il clero é atto a sug- 
gerirli, come quello che tiene e svolge le coscienze 
divole. Se invece di suscitare lecliffidenze e Io sprezzo 
su quanto emana dal potere creato dal popolo ; se 



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iavece di capziose interpretazioni, venisse il mite sa- 
cerdote a discorrere del rispetto alle leggi e alle 
autorità, come pegno unico di sicurezza sociale e di 
quiete domesltica, si vedrebbero meno tumultuazioni 
è meno frenesie ; la libertà e la religione spieghe- 
rebbero il loro accordo. Ma il clero, almeno una 
gran parte, è invasata di principi! oscuri : guarda a 
non so quali sinistri propositi, e sospira : sospira con- 
fondendo la Chiesa con lo Stalo, e credendo di ra* 
gione divina che la Chiesa debba assorbire lo Stato; 
il che è assurdo, e cagione di scandali. Facciano i 
buoni' preti a ptovarci il contrario, a smentire i detti 
del Giusti allorché dichiara che predicare la Bibbia 
è tempo perso, e che solo la borsa può far Tuniverso 
cristiano! •: — Tornando ora alle fatiche del Circolo, 
oltre al voto pel clero, erano sempre manifestazioni 
d'ordine legale : combatlevasi contro quella opposi- 
zione ostinata e di sistema, che nulla aggiunge, e 
molto sconvolge : si scartavano le utopie facinorose; 
ferma restando la bandiera che avea potuto far de- 
gna di slima la Sicilia all'estero, la bandiera ranno- 
data nel principato civile. Il Cìrcolo vedeva che il 
buon seme era per promettere felice raccolta, ma in 
mezzo alle apparenze di questa armonia, un serpe 
tentò con segreti morsi avvelenare quella pace : lo 
tentò, ma il buon senso dei savii gli troncò il cam- 
mino ; gli aprì anzi lo abisso da cui un miracolo potè 
solo salvarlo! 

Solleviamo il doloroso velo. Un giorno Chindemi 

Siracìisa 7 



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-(98)- 

fu cbiamato dal commissarìo Arangio» il quale gli 
fé' presente una lettera del Ministro deirintemo par* 
lante di reazióne borbonica in Siracusa, le cui ra- 
dici partivano dal Circolo e diramavansi su persone 
influenti nel paese e fuori. Chindemi ne fu scosso. 
Nel Circolo ? E con un suo pari martire delle vio- 
lenze borboniche? Impossibile! dicea : o inganno o 
calunnia ; e la parola di Chindemi, riscaldata dalla 
gravità della cosa, quasi scotea lo stesso commissario 
Arangio. Pur non era tempo di semplici protestazioni, 
e Chindemi più d'ogni altro volea venire a precisi 
schiarimenti, conoscere un qualche indizio dei so- 
spetti venuti al governo. Partissi, ed alterato e sde- 
gnoso incontrossi nel piano del Duomo col prete 
Tommaso Fortezza, sozio dei più fervorosi del Cir- 
colo. Costui nello scorgere Chindemi fuori del con- 
sueto, brusco e stizzito, chiese la cagione di tal no- 
vità, onde Chindemi non volendo più contenere il 
mistero, rivelò a Fortezza la ingiuria. Fortezza sorrise, 
e dichiarò anzi di saperne un po' troppo, e parlò di 
carteggio con amici in Palermo, auspici e fautori 
della rischiosa impresa ; tra' qusili un Siracusano. 
Ne fu come colpito Chindemi, pur ringraziò la prov- 
videnza che la cosa veniva a scovrirsi in sul princi- 
pio, che anzi non appariva così forte di partigiani 
come credevasi, e che i guai si sarebbero troncati 
con un buon processo. Recossi con Fortezza dal com- 
missario Arangio, presso cui le rivelazioni si fecero 
. più solenni, e furono esibite lettere. Di tutto fu com- 



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-(99)- 

pilato verbale, e per non indugiar oltre, e perdere i 
primi frutti, Ghindemi corse in Palermo recando 
seco il prete Fortezza. Giunti nella capitale, Il Mini- 
stro ayea già nelle mani più estese fila, e le carte e 
le dichiarazioni di Fortezza erano un meschino peso 
in faccia all'enorme mole. Fortezza fu tratto prigione 
con altri ; cadde prigione in Àgosta il cav. Péricon- 
tali: fu ordinata la compilazione del processo, e 
.Francesco Grispi Genova ebbe addossata la spinosa 
fatica. La cosa stava nei migliori termini : le rivela- 
zioni degli inquisiti davano campo a positive misure; 
parlavano i rei o maliziosamente furbi o misera- 
mente perduti per subitaneo sgomento, ma non si 
stava ai convenevoli, e la giustizia ornai rigidissima 
era per trovare il bandolo della matassa, e guai ai 
perversi ! Quando le armi della restaurazione arre- 
istavano gli sforzi delle investigazioni, e lo scompiglio 
inaspettato era di salute agl'inquisiti ; rimasero le 
carte qual monumento di cecità umana, e Grispi le 
diede alla luce : sorsero poi gii storici a parlarne 
con inesorabile giudizio, il La Masa, il La Farina, il 
Galvi : tutti a calcare la mano sul fatto, e Siracusa 
dovette servire di subietto ingrato. Ma Siracusa non 
era dà rispondere alle indegnità di qualche traviato; 
come non vi risposero le primarie città di Sicilia, le 
quali, come appare dal processo Grispi e dalle storie 
cennate, si vollero far comparire intinte dell'infausta 
pece, e non erano. Né ree pur erano le molte per- 
sone nominate quasi a fascio nel processo : nomi ve^ 



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-( 100 )- 

nerandi e cari , dì incontaminata reputazione, pro- 
vati sempre ai colpi dei dispotismo. E noi, se stretti 
da prudenza non vogliamo per filo rivendicare la 
fama di tanti benemeriti, altamente protestiamo che 
in questa tela di fatti più fu la calunnia che il vero, 
più la tristizia che la morale, più l'odio di parte che 
la giustizia, e aggiungiamo più il vacuo che il reale; 
imperocché dal cardine della cosa, qual è il pro- 
cesso Crispi, che si rileva di positivo e di fidale? Fu 
compiuto questo processo? Risposero i diversi nomi 
alla propria difesa e discolpazione ? Fu con atti di 
confronto o di contraddizione rischiarata la gran 
trama? Parlarono solo i colpevoli, parlarono altresì 
le lettere, non altro. La colpa vera rimase nelle te* 
nebre, e il Signore con questo mezzo volle punire 
non pochi, con lasciare il rimorso nella loro coscienza. 
Essi risponderanno a Dio di quest'opera indegna ; 
risponderanno delle amaritudini fatte sorbire a gente 
onesta e veramente liberale! 

Vicissitudini dolorose e pur consuete! Ma già la 
rivoluzione Siciliana avea corso ogni stadio. Grandi 
speranze e grandi disinganni : la diplomazia amica 
e consigliera, la diplomazia fredda e inconcepibile : 
principi umani e popolani sul principio, estrema- 
mente avversi d'un tratto: Ferdinando carnefice nel 
15 maggio: la reazione che levava la testa. Leopoldo 
e Pio Nono chiusi nel covo di Gaeta,' a macchinare 
co' diplomatici nuove catene per questa povera Ita- 
lia, per questi bistrattati Italiani. Roma e Firenze con 



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~( 101 )- 

Costìtuen),! che mal coslituivano : i duchi in braccio. 
all'Austria, e l'Austria vincitrice a Novara, e Carlo 
Alberto morto di dolore ad Oporto ; Venezia abban- 
donata ai proprii sforzi, e per Sicilia la caduta di 
Messina, e la disperazione che accetta piuttosto il 
morire anziché vergognosi patti. Da Gaeta viene un 
ultimatum di larvata costituzione, che era agguato 
borbonico e iqdegnità lo accettarla. E, per verità, come 
accogliere un patto spoglio di qualunque garanzia, 
che il Principe o per volere o per la forza potea annul- 
lare a piacere ? Come accoglierlo da colui , cui la 
volontà nazionale avea dichiarato decaduto dal trono 
siciliano? Ed ecco V Ariel, vapore francese, non sap^ 
piamo se per imprudenza od altro, a girar la Sicilia, 
e spargere il famoso ultimatum ; e l'unanime grido 
a voler piuttosto guerra, anziché nuovi legami di sud- 
ditanza coire spergiuro; onde i giorni di marzo ISt^Q 
segnaronsi di sangue. — Era in Siracusa direttore 
dell'ariiglierià il maggiore Weldiski, polacco, le cui 
assidue cure avean messo la piazza in apparato di 
difesa. Nel giorno della venuta déìV Ariel giungeva 
ancora il generale polacco Mirolawski con altri uffi- 
ziali, e furono testimoni della accoglienza dei Sira- 
cusani allo statuto di Gaeta. Mirolawski passa in ras- 
segna quanti soldati erano in Siracusa nel largo della 
marina, e con calde parole accenna loro la incomin- 
ci3ta lotta e i nuovi doveri e i nuovi sacrifizii: chiede 
con accento sicuro di voler mantenuto Vordine della 
rivoluzione j che è Var4ine della libertà. In quel gioruo, 



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-.( 102 H 

anche la parola della religione veniva ad infondere 
sentimenti di paAriottismo, e la moltitudine udiva? so- 
nora la parola del parroco Sera6no in quello spazio 
scoverto. Siracusa intanto non avea più il 7® siracu- 
sano, né i concittadini artiglieri» chiamati a combat- 
tere in Catania. E giunge il 25 marzo, anniversario 
dell'apertura del Parlamento, e la festa vien celebrata 
augustissima nel Duomo. A' 29 marzo, nella mezza- 
notte, il cannone tuona, e annunzia rotta ogni mora, 
ricominciata la pugna. Filangieri parte tronfio alla 
espugnazione di Catania : quivi è lotta disperata, e 
con quei giganti sono anche soldati siracusani a com - 
piere il loro dovere ; ma il fortunato vinse, e Cata- 
nia fu nelle sue mani, ma mine fumicanti, ma crol- 
lati edifizii, e macerie scompigliate, e morti in sulle 
vie, e feriti numerosi, gemiti di morenti, sperpero 
delle sostanze dei cittadini, lutto universale ; e in 
tanto tripudio di soldatesca inumana che nelle vi- 
scere di cristiani va cercando la fede e la colpa d'una 
santa idea ! Qui la sciagura tocca il colmo. DiscioUi 
e dispersi soldati ed ufficiali siciliani e stranieri, 
aspettavasi che, rannodati, si fossero ripiegati su Si- 
racusa, loro ricovero e salvamento : non vengono^ 
invece giungono alcuni dei nostri laceri, smunti, 
confusi, afTamati. Si chiede di Catania, e risjpondono 
col piànto; e pur non volevasi prestar fede al com- 
piiitò eccidio, àd^i inviasi su quelli volta $U carri 
und quantità di pólvere e palle, che un vapofé fran- 
cese avea lasciate in Siracusa, mentre dovea lasciarla 



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^(103)- 

m Catania : mille fucili su d*una barca sono colà 
mandati e scortati daUMnlrepidezza di filarmelo Coni- 
gitaro, e furono sbarcati in mezzo al gran trambusto. 
Si chiede : perchè quest'ufOziò di lasciar la polvere 
e i fucili in Catania non si compiè dal vapore fran- 
cese? Angosciosa dimanda.. E Siracusa ^reparavasi a 
vendicare Tonta catanese, ed era anche parata a 
soggiacere a qualunque perdita ; i volenterosi sta- 
van fermi, e confidenti gli animi nelle autorità mili- 
tari e civili: quando da chi aspettavasi il rincuora- 
mento, venne il disastro. Il maggiore Weldiski, chia- 
mato in consiglio di difesa, dichiarò senza preamboli 
che la sorte di Siracusa facevasi critica, dacché la 
piazza, munita com'era, potea resistere per poco, ma 
vincere non potea. La quale dichiarazione riuscì 
nuova e fatale. Si discussero non pochi provvedi-' 
menti, ma di positivo non si conchiuse nulla, e il con* 
giglio si sciolse, e le parole di Weldiski corsero ra- 
pidamente per la città. Taluni, non facili a efedere 
simili nuove in momenti di commozioni popolari, vol-^ 
lero avvicinare il maggiore polacco, e dalla sua bocca 
sentire lo stato delle cose, e sventuratamente odono 
la conferma dei detti dianzi pronunziati. Il popolo, che 
facilmente s'illude ediffida, dubitò tosto di tradimento, 
e tradimento reputò la ruina di Catania, e male arti Taf* 
fogar Siracusa. Di tratto un discordare di pareri, un 
dissolversi di accordi. Chi chiedea l'adempimento del 
propizio dovere, come cosa reclamata ed imposta 
daironore : venne anche fuori una voce e disse non 



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vero lo eccidio catanese, e Tu un istante in cui le 
menti tornavano al voluto sacrifizio, ma passò qual 
baleno: i tiepidi e i timidi hanno sottocchio le morti^ 
le violazioni, i tormenti, glMncendii toccati a Messina 
e a Catania, e vengono "di nuovo le trepidanze e gli 
orrori. La ^ovitie guardia^ composta di brava gio- 
ventii di tutta la provincia, anch'essa prova timori 
mal repressi, e dà segni di volersene partire: la ri- 
soluzione incauta si conosce in città, e i dispareri 
crescono, si manifestano dissensioni, s'aumenta il 
tumulto. Il commissario Arangio, non potendo altri* 
menti, dà fuori un avviso col quale permette la par- 
tenza da Siracusa d*ogni armato non siracusano : 
cercava il commissario con tal modo mettere alla 
prova gli arditi e i sinceri della causa siciliana, ma 
questi arditi volsero più celere il pensiero ai patrii 
focolari, e la giovine guardia s'indirizza vèrso le pòrte 
della città; il popolo vede indegnato questa partenza, 
vuole alméno che quei militi lascino le armi, nasce 
un lieve conflitto : taluno dei militi è manomesso, 
dicesi che fu anche rubalo, ma la guardia nazionale 
ed altri ufOziali dello esercito romipono Tindugio : 
le porte sono aperte : la giovine guardia è in via, ma 
con l'animo torbido e pien di rancore, e nella 
provincia sparge non so quali indegne ingiurie coii- 
tro Siracusa : avrebbe fatto meglio a raccontare la 
cosa com'era ; la giustizia non si sarebbe alterata, 
né mentita la verità, e vi sarebbe stato accordo nel 
dire che come i Siracusani accolsero col bacio fraterno 



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~( 105 )^ 

tanti bravi cittadini, non era poi ragionevolezza ma- 
nomettere questi fratelli nel momento di comuni pe- 
ridoli. Intanto il Consiglio Civico erasi raccolto nel 
locale delle sedute, premuto e compresso dalla pre- 
sienza dei due*couìandanti inglese è francese, i quali 
accompagnati dal vice-console della Repubblica fran- 
€€|se sig. Stella e dal vice-console di S. M. Britannica 
sig. Azzoppardi, denunziarono che <k Tarmata napo- 
litana da li a poche ore sarebbe venula a spiegare 
le ostilità contro la piazza, e quindi interpellarono il 
Cpq^iglio Civico, quale interprete della volontà del 
popolo, a voler dichiarare se intendeva accettare le 
ostilità, proporre progetti di p'àcè, i quali nell'affer- 
mativa sarebbero stati garentiti dalle due potenze da 
loro rappresentate » (1). Tremenda condizione, e pur 
necessaria a dirsi. I consulenti dibatteyansi per uscire 
da quella violenza : quel che essi facevano e diceano 
non capiva nemmeno nelle proprie menti : un fatto 
però era certo , la presenza nella camera contigua 
dei due comandanti stranieri, e la feroce me^z Va 
lasciala a t^nta. risoluzione. La lotta fu estrema, 
quando Salvatore Magona, che assistea da senatore, 
si fa a dettare la deliberazione seguente : 

« 11 Consiglio Civico riunitosi straordinariamente 
per risolvere se questa piazza debba o pur no nelle 
operazioni di guerra seguire la militare difesa : 

(l) Documenti conservati ^eirarchivio del Comune. 



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^{ 106 )- 

« Ha considerato: 

« 1^ Che è solamente debito delle piasse forti 
ton^ fermo nella difesa per così dar agio alle forze 
della nazbne dì riunirsi, e in caso di rovesci, rior- 
ganizzandosi, riprendere le ostilità; 

« 2® Che le forzedella nascente armata siciliana 
trovansi quasi disperse dietro la disfatta di Catania, 
é ridotte in numero così sparuto, da non potersi af^ 
sfatto sperare la nuova organizzazione di esise ; 

« 3® Che il General comandante la divisione di 
Catania era nel dovere di ridursi in questa piazza 
con gli avanzi dell'esercito onde riorganizzarlo, e 
tìie egli, lungi di ciò praticare, è scomparso da' suoi 
compagni ; 

« k^ Che il non interrotto progresso dell'armata 
tìapQlìtana ha prodotto nel popolo quel naturale ab-> 
battimento che suole venire in simili riscontri, spinta 
anche più oltre dairoccupazione della vicina piazza 
d'Augusta; 

« 5® Che quantunque la piazza di Siracusa s'ac* 
cingesse a isostenere l'assedio di che in breve potrà 
essere cinta, pure potendo solamente resistere àlt'at- 
tisiccó della parte di mare, non potrebbe evitare l'as- 
isiedio dal fronte di terra, dapoichè trovasi sfornita di 
quella guarnigione e delt'artigUeria di campagna 
necessarie per le sortite, e per rompere la cinta di 
assedio; che perciò, dietro d'aver sofferto tutti i danni 
del bombardamento ed un sicuro incendiò, attesa la 



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^(107)- 

Strettezza delle strade ìoi questa città e la totale man- 
iianza di pompe, pur tuttavia, dopo consumate le 
poche provigioni di bocca e di guerra, dovrebbe rea- 
dersi a discrezione, non potendo in nulla sperare che 
Hàa colonna di truppa regolare poàsa venire a com- 
battere Tesercito napolitano; 

« Per le cennate considerazioni 

« Delibera che, ad evitare un sicuro danno, si sta- 
biliscono i seguenti articoli, onde ottenere una pace 
onorata, coH'intervento dei comandanti del vapore 
francese Descartes^ monsieur Buez, e del vapore in- 
glese Bulldog^ monsieur Hey ; 

« Perla quistione politica della Sicilia, Siracusa si 
uniformerà del tutto a quanto sarà stabilito intorno 
alla Sicilia stessa diplomaticamente ; 

« Che siano rispettate la libertà individuale, le vite> 
le proprietà dei Cittadini qualunque sia la loro classe 
e condizione, e qualunque fossero stati i titoli ed i 
caratteri che avessero potuto assumere, e che debbo 
anche riflettere sopra tutti gli abitanti di questa città^ 
ancorché fossero esteri. 

« Siracusa, li 9 aprile Ì%k9. 

« DecA ni S. Filippo Prmd. » 

(seguono UJtrm) (1) 

(1) Documenti confterTaii neirarchivio del Comune. 



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.,^^108)— r 

Co&\ cadea Siracusa, e Vatiode\!§i^i^0h,con^^-/ 
gnato ai due nominati comandaiiti, p^jej^ adessi i|f}^, 
vittoria, ed ^a pei Siracusaqi il gj^it^ della di^per^; 
razione. Allora lo scioglirpentod-ogni corpo di m^i^, 
zia fu completo : partì Weldiski, .pgirtìAraugio, parJ^ 
Lanza ed altri molti; taluni per Palermo, altri per 
altrove, e Siracusa tornava allo squallore dell'odiato 
potere borbonico. Un colpo di cannone tirato dal va- 
pore francese dà l'annunzio del sacrifizio : le navi 
napolitano^ renitenti ad entrare perchè sull'alto del 
castello sventolava ancora il vessillo siciliano, s'avan- 
zano pel porto. Entrate, si dividono in linea di batta- 
glia, tanto erano incerte del precipitato ed inaspet-' 
tato evento. Il vessillo cennato ioion scomparisce che 
dopo ore, il che insistiamo à ripetere perchè anche 
in questo si ricreda la maldicenza: il lutto fu uni- 
versale in città, e l'aspetto dei cittadini era di cada- 
veri, e i generosi non potevano credere all'infàusta 
sciagura. La dimane il signor Buez comandante del 
Descartes entra nuovamente in porto, viene in città 
e mostrasi impaziente di parlare col suo console, ma 
Stella non era più in Siracusa: fu chiamato Tautore 
di questo scritto e condotto in casa del sig. Azzop- 
pardi console inglese. Quivi il comandante venne 
ad una filastrocca di protestazioni : disse che della 
decisione del Consiglio non sapea egli che farne, e 
l'esibiva; mentre i Siciliani doveano il tutto attendere 
da re Ferdinando, e che la Francia avea cessato ogni 
buono uffizio. L'autore scrivente, ine$perto e giovane, 



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-( 109 )~ 

ricordava le promesse fatte al consesso il giorno ia- 
nanzi, érche era dignità francese ed inglese il man- 
tenerle : Suez a sbuffare sdegnoso : noi a sorridere 
di quella scena singolare la quale compendiava la 
perversità degli uomini ; onde replicavamo che la- 
sciasse di più pensare ai fatti nostri, provvedesse 
solo, se era in poter suo, di far cessare la rinnova- 
zione in Siracusa delle carneficine del 1837 : questo 
bramavano i Siracusani derelitti. E tal episodio fini- 
va, stando presenti lo Azzuppardi detto, il fratello del 
vice-console francese Stella Gaetano, ed altri che più 
non si ricordano. 

Sui navigli napolitani era un certo Armenie, capi- 
tano di stato-maggiore del tenente generale Filan- 
gieri. Armenie, indettato dal suo padrone, volle, al 
primo comparire in città, ricomposti i negozii pub- 
blici per come erano prima del 12 gennaio 1848, 
epperò fu cassalo quanto d'utile e di buono, in fatto 
d'amministrazione comunale, s'era compiuto sin al- 
lora, tornò la capziosa legge del 1816 ad inceppare 
le faccende private e pubbliche, furono chiamati gli 
antichi decurioni ed eletti ad occupare i consueti 
luoghi; e in tanto riordinamento precipitato, stavano, 
in felice contrasto, i buoni Svizzeri offrenti in vendita 
oggetti d'oro ed altro ai cittadini, ed erano tronfii, 
i compatrioti di Teli, delle ricchezze rapite alla de- 
solata Catania. E frattanto l'incertezza giurava, sì per 
le vite, sì per le sostanze, sì ancora per la sorte sira- 
cusana. Armenie invitò in casa del marchese Casale 



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-(110)- 

alquiuiti notabili del paese e gli uomini del infunici-* 
pio : parlò con astuzia volpigna di assetto di provin- 
cia : ricordò doveri ed obblighi da moralista innO'* 
conte» e venne quindi alla eterna quistione del capo 
luogo. Il meschino in quest'imbarazzo ncm giungeva 
a velare la propria impudenza : riconosceva il torto 
fatto a Siracusa nel 1837 ; dovea nel presente rispet- 
tare il fatto compiuto, dacché Siracusa era già capo 
luogo mercè i fatti del 18b8, ed erano in essa tutti 
gli archivi e tutti i funzìonarii ; ma, smozzicando in** 
comprese parole, uscì a dire che Noto era degna di 
premio. Qual premio, replicò il sig. Gaetano Adorno, 
il quale avea esaurito ogni ragione in prò di Siracusa? 
II premio d'aver reso importanti servizi alla causa del 
re da tre mesi^ e tali parole fortemente confermate dal 
capitano Bosco, l'eroe dei nostri giorni, toglievano la 
forza ai disputanti : il sacrifizio era rinnovato. Si 
venne all'esempio di talune [M'ovincie continentali, 
e Siracusa si ebbe i collegi giudiziarii del modo di 
Santa Maria Maggiore, di Lucerà, di Trani : Noto 
serbò la sede dell'Intendenza. 

Tali i fatti genuini. Pur il dispetto di taluni esuli 
sfogossi contro Siracusa avvilendola di tradimento. 
No; tradimento in Siracusa non fu, né potea essere : 
fu sciagura istantanea cagionata dallo sgomento di 
Weldiski e dalle costui sinistre dichiarazioni ; fu 
scoraggiamento di parecchi che seppero la piazza mal 
atta a resistere a forze soverchianti di terra e di 
mare ; fu la vista di Augusta caduta in potere dei 



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A 111 )-- 

Napolitani ; fu illusione di molti, ma tradimento non 
mai» E chi questo sostiene, parla di cosa che non cor 
AQSoe, che la malavolenza lo rese sinistramente in* 
formato. Siracusa non avea ragione d'inchinarsi ji 
re Ferdinando: non avea ricevuti favori o benefizii' 
da quel buon monarca; anzi contava le disgrazie si- 
racusane dal settimo anno di regno di questo buon 
padre. Aspettava^i poi altri supplizii, ed era la spina 
cocente che molestava i Siracusani nella violenta ri- 
staurazione. Pur si ripetè l'ingrata ingiuria di tradi- 
mento, e disse taluno che in tal guisa vollero favo- 
rirsi i disegni del Borbone. Menzogna ! E i fatti lo 
dissero chiaro. Qual mercede toccò all'antica città al 
calare della fatale cortina ? E non avrebbe re Ferdi- 
nando ceduto la migliore gemma della sua corona, 
se altrimenti Siracusa fosse venuta in accordi con 
esso? Non conoscea Ferdinando l'importanza di Sira- 
cusa, e gli effetti che sarebbero scaturiti da una pre- 
matura cessione della stessa ? E se uomini favolosi 
esistevano fedeli al magnanimo Principe, non 
avrebbero costoro posto per primi patti la tanto bi- 
strattata preeminenza di capo luogo? A che dunque 
le istigazioni del capitano Armenie ? A che le parole 
di Filangieri che in lettera officiale menzionava 
Vardire del Guiscardo per essere entrato nel porto di 
Siracma mentre i forti e le batterie verso mare erano 
ancora in potere dei rubelli ? Come le franche consi- 
derazioni d0l Consiglio civico in quell'istante tre- 
mendo? Ma nel corso del rivolgimento Siciliano 



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-( 112 )- 

farODO uomini venduti al disonore. Ed è vero. Però 
un individuo, parecchi di costoro, un'intera con- 
grega, non formano il paese; e chi è savio sa di- 
stinguere gli indegni dai leali ; e sa distaccare da 
qualunque tristizia sempre le città. 

Ma altrove che Tacevasi, e che Tacca Noto? Dolo- 
roso il dirlo, e indegno delPumana giustizia! I Ne- 
tini, con Tansia di chi aspetta una vittoria, e vive in- 
teramento in essa, stavano inlenti airultimo crollo 
di Siracusa. Il loro pensiero era assorbito nelPimar 
ginarla incendiata e distrutta, e* cancellati dalla terra 
i Siracusani. Stavano arrampioati nell'alto del colle 
Jlforofm e spiavano i momenti per sentire incoiuinciata 
la lotta, quando si ode il rimbombo del cannone: la 
gioia allora prorompe frenetica: grida e benedizioni 
assordano Taria; ma successe rapido silenzio, e lo 
squallore apparisce nei loro volti. Giunge il barone 
Gentile conservatore delle ipoteche, e reca la notizia 
della capitolazione di Siracusa: il tripu'lio tosto niu- 
tossi in disperazione cupa: mortifìcati e desolati 
tornano i Netini in città : rillusione era sparita. Più 
tardi il capitano Armenioè in Noto : i Ni tini stac- 
cano i cavalli della carrozza, e strascinano il buon 
capitano per le vie: nastri rossi, rami di ulivo, finoi 
bolli coiremblema borbonico cuoprono teste e petti 
di uomini e donne; i balconi non hanno che bande- 
ruole bianche: le botteghe quadri di re Ferdinando 
e famiglia : e nelle labbrfl esecrazioni e minacce 
contro coloro che odorano di liberalismo. Era natu- 



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-«( 113 )^ 

rate. Nel processo Fortezza, citato dal Consiglio co- 
munale dì Noto, va detto che per la restaurazione 
borbonica in Noto erano generalmente tutti^ meno po^ 
ehi gióvani che s'eran dovuti recare in Siracusa o in 
Palermi). Torniamo ad Armenio. Le ovazioni Turono 
d'un Dio; le dame vedevano il delegato del Gran 
Galantuomo S. E. Salriuno ; e Armenio fu adorato : 
né mancò il culto ad un oscuro soldato, domestico 
del capitano ; le monache se lo rubavano, e il mi- 
sero girava pei monasteri come zingaro : le buone 
suore lo colmavano di vezzi e di dolci. Mirabile spet- 
tacolo! Avea dunque ragione il notinese Antonio 
Belleri di esclamare nel 30 maggio 18%9, onoma- 
stico di re Ferdinando: « Dopo aver votato in quindici 
mesi il traboi^ante calice della sciagura, insidiati 
dall'anarchia, strascinati a seguire un fantasma di 
libertà sotto le appan^nze di futuro bene, di virtù, 
d'onostade, salvi alla line siam noi, la Dio mercè, 
dalle voglie rapaci dei tristi, dal duro impero dei 
demagoghi ». Ei demagoghi annunziarono ucciso, 
al rientrare dei rogii,il siracusano barone Scandurra 
che da parecchi anni dimorava in Noto: si <lisse che 
s*era procacciata la morte da sé, il che porla che 
Si^antlurra era tenero della lettura dell'Ortis, ma non 
la lettura di Jacopo Ortis avea nociuto a Scandurra, 
invoce l'imprudenza riprovevole d'aver additalo ai 
soldati d'Orsini, in quel giorno fatale, il luogo dove re- 
ligiosamente consiTvavasi la statua di re Ferdinan<lo, 
ed altre statuette... Queste cose ed altre avremmo 

Siractita 8 



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-( 114 )- 

voluto tacere, che ben vivo e sincero è in noi il senti- 
mento della concordia italiana ; ma vedere la provo- 
cazione notinese ridotta a sistema : e giornaletti e gior- 
naluzzi in Noto e Tuori Noto scagliarsi contro noi, e 
crescere le insidie, le calunnie, le ingiurie: vedei'é 
un Consesso, a tutt'altro chiamato dalla legge che a 
gettare Tignominia su uomini e cose , svisare la 
Storia, calunniare, infamare, e far atto di tali vitU- 
perii ; ci è parso che il silenzio nuocesse alla causa 
siracusana, e noi con buona pace dellMtaliana con- 
cordia dichiariamo il vero, e lo proclamiamo come 
documento perenne di storia, come protesta solenM 
contro i diffamatori, tra' quali primario il Consiglio 
comunale di Noto. 



Modeiitla del tenente generale Flliittiiterl. 

A leggere i programmi del general Filangieri, le 
armi di lui furono temprate nei cieli; e i suoi ar- 
mati tanti angioli: la Sicilia feudo dalle orìgini, de- 
monii i Siciliani, e peggio di demonii i rettori del 
popolo. Costoro « erano gli autori della rivoluzione, 
i dilapidatori delle pubbliche casse e delle sostanze 
dei privati; causa immediata delle tante calamità 
che afDissero le sventurate popolazioni siciliane », 
dicea: « le armi del Re esser venute non per incu^* 
tere terrore, ma per ripristinare l'impero delle leggi 
conculcate e vilipese da una scellerata fazione , e 



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-(115)- 
p^r tutelare Tonore, la vita e i beni dei cìttadioi »; 
i soldati che « avean combattuto in Messina, iu Ak, 
in Sant'Alessio, in Taormina, in Catania, esser certi 
d'una bella pagina nella storia militare dei nostri 
tempi, come coloro che col sangue e coi sudori, coi 
pericoli e coi patimenti aveano ridonata alla Sicilia 
la pace rapita da una mano di faziosi avidi di de- 
naro e di potere, e che alla sete dell'oro e della 
{H*opria ambizione aveano sacrificato questa bella 
parte del reame delle due Sicilie; mentre stavano al 
soldo loro avventurieri, pronti sempre a vendere non 
già il loro sangue, poiché non può aver valore il 
mercenario che del solo denaro fa l'idolo suo, ma 
la propria ignominia ». E ai suoi commilitoni ripe- 
lea il buon Filangieri : « continuate a vivere fraterna- 
mente fra' Siciliani; perseverate, come lo avete finora 
praticato, a rispettare le persone e le sostanze in 
tutti i siti ove i rubelli non han fatto segno dei loro 
colpi e delle loro mitraglie le nostre bandiere e i 
nostri petti ; ed i posteri ripeteranno quello che i 
contemporanei non traviati dallo spìrito di parte di- 
cono fin da ora, che voi siete degni della stima e del 
plauso universale » ; ed aggiungea : « riguardate i 
Siciliani come vostri fratelli; muovete a liberarli dal 
giogo orrendo che copre di sangue e di lutto da 1 5 
mesi questa parte dei reali domimi x>. Poi veniva 
alia quistione polìtica, e dicea che « i rivoluzionarii 
usurpatori del potere in Palermo aveano respinte lo 
liberali concessioni che il Re avea incaricato gli am- 



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-(116)^ 

miragli inglese e francese di recare alla Sicilia » 
perchè « in Palermo prevaleva Tamor di sé; e coloro 
sopra tutto che volgevano a proprio vantaggio le 
pubbliche sventure, che scioglievano ogni Treno alle 
più brutte passioni, che riducevano ad uno stato 
precario la vita e le sostanze di tutti, han rifiutato la 
pace, per tener lontano ciò ch'essi più odiano, e che 
pure soddisTa ai supremi bisogni d'una società, il 
governo » ; quindi con istudiata ipocrisia esclamava 
che « il santissimo petto del Re, sede di tutte le più 
generose e magnanime virtù, era venuto nel disegno 
dì far paghi gli antichi voti dei Siciliani, dando loro 
per suo rappri?scntdnte la gemma (?) più cara della 
sua corona, il suo figliuolo primogenito, erede di 
•questo rogno beato delle due Sicilie ». 

Questi i tranelli di Filangieri nel 18^9, pei quali 
si comprende che il degenere di Gaetano avca per 
formola politica il dritto divino, Tinquisizione della 
polizia, il bastone militare, l'arbitrio assoluto del 
principe. E gli esempi posteriori il dimostrarono: lo 
chiarì vieppiù il suo figliuolo d'elezione. Salvatore 
Maniscalco. Però a tanto frastuono di protestazioni di 
umanità e di legalità, e all'innocenza de' suoi soldati 
nei gloriosi Tasti ili Sicilia, sarebbe falsa la narra- 
zione seguente, dal console Barker inglese indiriz- 
zata al suo ministro? É un quadro doloroso, ma la 
verità vuole che si riproduca; e il general Filangieri 
.ne sopporti il peso. . 

« Potrei riferire (dicea Barkcr) numerosi casi di 



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-(117)- 
peculiare crudeltà, ma vo' limkarmi a pochi ch'ia 
conosco d'essere autentici. 

« B. Galasso, industre-agrieola, colla sua famiglia 
fu fatto prigione, mentre tentavano tutti di scappare 
dalla loro abitazione a cui era stato appiccato fuoco. 
Siccome furono recati in Citrtadella, molti soldati» 
armati di noderosi bastoni, uccidevano, a furia di per- 
cosse, Galasso e suo genero alla presenza delle mo- 
gli e dei figli. 

«Francesco Bombace, contadino, vecchio di 80 
anni, fu ucciso nel Ietto stesso in cui giaceva infermo. 

« Letterio Russo fuggiva dalla sua casa, ma non 
potea recare in salvo la sua figlia inferma; reduce, 
trovò ch'essa era stala assassinata, che Tera stata 
mozza la testa e svelte le mammelle. 

^ Antonio Giamboi, farmacista dell'ospedale civico, 
tentò fuggire col figlio suo Giuseppe e col nipote 
Antonio, fu prevenuto da' soldati che gli richiesero 
.del danaro per lasciargli salva la vita; lor diede 
onze 1 00 ; ciò non ostante il figlio e il nipote furono 
liccisi ai suoi piedi. 

« Le figlie di Giacomo e molte altre donne che 

si erano rifuggite nella chiesa della Maddalena furono 
in essa violate ed uccise. 

« Circa trenta persone di bassa gente strappate 
dallo spedale di Colle reale, furono, arse viw nella 
chiesa della Maddalena. Si crede che un gran nu* 
mero di persone siano state messe a iportei in questi^ 
chiesa ; ma è difficile d'aversi delle esatte informa-^ 



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— ( 118 )- 

zioni, avvegnaché siano stali incendiati ed aflktto 
dislrùtti e la chiesa e il convento. 

« Due donne furono violate ed uccise nella chiesa 
di Gesù e Maria del Giacato. 

« Il Cappellano de Maggio di San Clemente ucciso 
in chiesa. 

a Giuseppe Andò e sua figlia, stretta nelle sue 
braccia, furono uccisi nello stesso tempo a moschet* 
tate. La casa per essi abitata fu data alle fiamme, e 
tre persone che vi si erano riparate, vi furono bru- 
ciale vive. 

« Giacomo Saverìno, un suo pargoletto. Luigi Pa- 
risi, un epilettico, Onofrio Amato, un nano furono 
uccisi dai soldati. Alla porta Zaera un uomo e sua 
moglie furono buttati giù dal balcone, e poscia uc- 
cisi a colpi di moschetto. 

« Una donna di volgo, facendo vani sforzi per fug- 
gire, fu uccisa a moschettate nei piano della Mad- 
dalena. 

« Un contadino al servizio det sig. Ainis fu ucciso 
n||^lina grotta, il corpo fu immerso nelle sozzure, ed 
UB biscotto fu messo in bocca al cadavere. 

« Quattro persone di volgo furono uccise nello 
spedale di Colle-reale. 

« Uno svizzero domiciliato in Messina fu ucciso 
Mito sua casa di campagna ». 

I ftitti menzionati provano qualche cosa: pipano 
tà tn^estia e la bontà del generale Filangieri e la 
jreligiòne dei suoi soldati ; ma Filangieri stimò opera 



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-(119)- 

ÌKieritoria lo eccidio messinese, e tonnato in Napoli 
in tempo nel quale la larva dello statuto stava in 
trampoli, e inteso che un deputato democratico voleva 
interpellarlo, provvide bene alla sua difesa, facendo 
trovare in sulla via , morto da mano sicaria, Tim- 
provvido deputalo: e questo anche dovette piacere a 
Radetzky, come la disciplina dei suoi soldati restò 
di esempio, e ultimamente i Drusi ne fecero meravi- 
gliosa prova nella Siria 

Veniamo all'argomento delle concessioni che i 
testardi Siciliani respinsero con loro danno. — Il 
Governo siciliano avea qualche ragione a non accet- 
tare Tatto di Gaeta, ed aveva poi la gran verità di 
diffidare delle promesse di Ferdinando. Tutto questo 
fu annunzialo con solenne documento del k aprile 
dui rettori siciliani, indiritto alle nazioni civili, e fra 
le moltiplici cose si scrisse: 
: « Ma ammesso per ipotesi l'impossibile, cioè una 
riconciliazione col re di Napoli, quali erano poi le 
condizioni, quali i vantaggi, quali le guarentigie che 
alla Sicilia s'offrivano? 

« La Sicilia certamente dopo l'accaduto non po- 
teva cedere a inonorevoli accordi, né poteva ai suoi 
antichissimi e imprescrittibili dritti anteporre sterili 
promesse e fallaci concessioni di colui che aveva 
usurpato quei dritti medesimi. Dopo la rivoluzione, 
ed in seguite di quanto erasi propalato nelle assem* 
Uee di Francia e d'Inghilterra, la Sicilia non era ad 
attendersi per mezzo della mediazione una semplice 



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-( 120 )- 

promessa di costituzione che si sarebbe formulata 
ampiamente dal solo Re nel prossimo giugno; non si 
sarebbe aspettata la promessa d'una legge di stampa 
emanata dal Re solo nella pienezza dei stwi poteri; 
non sì sarebbe aspettata che essa Sicilia (la quale 
insorse per Tindipendenza) dovesse continuare a far 
parte integrante della unità del supposto regno delle 
Due Sicilie; non poteva aspettarsi un esercizio della 
potestà legislativa collettivo di nome, ma quasi dsclu- 
sivamente al principe devoluto; non l'assenza da 
Sicilia dei due ministri di guerra e marina e degli 
affari esteri, i quali perchè residenti prt*sso il Re, 
che per la costituzione (come dice Tatto di Gaeta) 
ha la disposizione delle forze di terra e di mare e 
la direzione suprema delle relazioni straniere, non 
potranno essere responsabili né presso il Parlamento 
di Sicilia , né presso quello di Napoli, })er cui non 
altro sarebbero che ministri d'un re assoluto; non 
la residenza presso il re d'un ministro per gli affari 
di Sicilia, e contemporaneamente la composizione di 
un Consiglio privato, al quale sarebbe in arbitrio del 
Re aggiungere uno o più consiglieri , e con ciò la 
impraticabile responsabilità dei ministri; non si sa- 
rebbe potuto aspettare il ritorno appo noi di quelle 
leggi e di quella centralità amministrativa, cui tanto 
il carattere siciliano ripugna , e della detestata ed 
abbominevole polizia, che la rivoluzione bandiva. Non 
ancora gli odiosi pagamenti delle rate in quarta parte 
per le spese comuni in Napoli. Si cenna, è vero, uno 



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^( 121 )- 

Statò discusso nominalmente separato , ma che col 
fatto dipenderebbe e sarebbe assorbito da quel di 
Napoli; e la proporzione d'impieghi diplomatici con- 
ferita indistintamente a Napolitani e Siciliani » men- 
tre una lunga esperienza ha mostrato quali mali ab- 
biano recato gl'interessi dinastici all'uno ed all'altro 
paese, e quanto la diplomazìa napolitana , sempre 
numericamente maggiore di tre parti alla siciliana , 
sia stata avversa ed ostile alla Sicilia. Né veramente 
si sarebbe potuto supporre che a queste ed altre 
enormi improntitudini contenute nei 56 articoli di 
Gaeta, che in sostanza non allix) sono che una cieca 
sommessione della Sicilia allo assoluto arbitrio, il Re 
cpnceditore avesse osato dire che prendeva per base 
la costituzione del 1812. Con i Pari nominati a vita 
ed in numero illimitato, con un censo altissimo per 
gli elettori e per gli eligibili alla rappresentanza dei 
comuni, sola parte tratta dalla costituzione del 1812, 
perchè a lui giovevole , con un Parlamento ridotto 
alle meschine proporzioni d'un Consiglio provinciale, 
che la diretta ingerenza del regio potere limita ad 
ogni tratto ^ ed in fine con una derogatoria che an- 
nulla tutte queste concessioni, e che non ammette 
altre repliche ad esse che la guerra, che far poteva 
Q doveva la Sicilia? Un potere esecutivo monco ed 
illusorio, l'altro legislativo apparente ed evirato, re- 
sidenti in Sicilia, un'armata nemica in casa, un de- 
bito aggravato di parecchi milioni di ducati , ogni 
guarentigia tolta o mal tutelata , e finalmente una 



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-( 122 )r- 

jpiftssza decaduta^ là quale da per se steflHià è perla 
dissueta legittimità del diritto divino si riabilita, bob 
era ciò una costilozione , e molto meno la oosUtu- 
zìoDe del 1812, che la Sicilia voleva per sé adat- 
tare ai tempi; non erano patti che un popolo che 
«tonte di sé e che ha cara la propria fama poteva^ 
consentire , e molto meno ancora dopo gli antichi e^ 
recenti esempi (oltre i nostri) del come in Napoli i 
Borboni han praticato e praticano il regime costitu-^ 
azionale ». 

Era questa la risposta del Governo siciliano al- 
l'accusa di Filangieri, e dobbiam credere che la 
verecondia del delegato di re Ferdinando dovette 
provarne mortificazione; senonchè la sete dell'oro dei 
rwoluzionarii siciliani era oramai entrata nei suo 
grand'animo, e Sicilia ad ogni costo riusciva buon 
paese di cuccagna. Filangieri soldato e cittadino 
provvedeva pomposamente ai fatti suoi, ma era me- 
stieri primamente allontanare le teste più calde ^ il 
rèsto perdonare, e con guarentigie inalterabili; qua--^ 
rantatre indegni poi , con da capo l'illustre Rug- 
gero Settimo, sentire il marchio della proscrizione. 
Il buon Siila avrebbe consigliato altra via« 



Tré próMrlttl. 

: Siracusa contò tre proscritti: il barcmePaoGali^ 
Salvatore Chindemi, Raffaele Lanza: nomi funesti 



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-(123)- 

nei rìvolgifM&ti di Sicilia. E per verità fioo furono 
Mbì grisligatori ostinati neVle turbolenze del i$37 
in Siracusa? Come poterli perder d'occhio, se ca* 
parbii e non ravveduti avean menato tanto scalpore 
nel ìS^kS^ Come poterli tollerare in mezzo ad una 
genie che volevasi rifatta alla scuola gesuitica? Ub- 
bidire e tacere; ecco la massima evangelica di re 
Ferdinando; e costoro avean dato prova di non 
possibile correzione : necessaria quindi la proscri- 
zione. Pancali ramingo e malsicuro per le campagne 
siracusane, dovette al suo ardire la propria salva- 
zione, dacché perseguitato e stanco, venne di segreto 
in Siracusa, ed ebbe ricovero nell'albergo di Antonio 
Torres, dove alloggiava il tenente generale Errigo 
Statella, comandante la divisione nelle tre provincie 
di Messina, Catania, Siracusa. Pancali, stretto dalle 
ricerche astiose dei soldati d'arme della provincia ; 
stretto dalle perquisizioni della polizia; stretto dalla 
caparbietà del general Klein comandante la piazza 
di Siracusa, non gli restava che il proprio ardimento, 
e questo giovogli. Si fé' innanzi al generale Statella 
e chiese francamente la garanzia di quel vecchio mi-^ 
litare. Statella fu sorpreso in vederlo , ma l'umanil 
dignità sorgeva altera in quell'istante solenne, onde 
gli era dato di ricoverare in Malta favorito dalla 
lealtà d'un amico del Borbone; — « Chindettii, chiuse 
nei monti della rimota Aidone, vesuto rozzamente dà 
pastore, è con calzari da guidatore di armeni!, stelle 
celato e solitario in quella terra ospitale e fra amici 



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-(124)- 

sincerì. Le vie a protitamente scampare non gli erano 
facili, e i pericoli di divenir preda della polizia gli 
crescevano ad ogni ora. Da Caltanisetta partivano 
ordini tremendi e durissimi, tale essendo la volontà 
di Maniscalco: pur Chindemi scompariva, e andato 
prima in Malta, lo accoglieva dopo tempo il generoso 
Piemonte. Lanza, che combàttuto in Catania e ripie- 
gatosi con alquanti de' suoi in« Siracusa, erasi con- 
dotto con Arangio ed altri uffiziali in Palermo , ivi 
allo sfasciarsi delle cose ottenne, dalPamicizia e dal- 
l'affetto di pochi rimasti ancora al potere , i mezzi 
per raccogliersi in Malta, dove durò sconfortevole 
Vita. Tre vittime dunque erano il tributo espiatorio 
di Siracusa al primo isuono della restaurazione bor- 
bonica; e quest'era anche premio alla maledizione 
antica che pesava su lei! 



- Asplrasionl. 

Pur gli animi non s'accasciavano; era la vita in 
giovine corpo che si rifa gagliarda dòpo patiti ma- 
lori. Erano tempi di speranze rinnovellato: l'Italia 
viveva nel leale Piemonte : Francia contorcevasi : 
qualche cosa era da nascere. I generosi rimasti fidi 
alla diletta bandiera adoperavansi solerti per ride- 
stare l'abbattimento comiine: i Siracusani merita^ 
pono questo conforto, e nel 1851 dal sodalizio Bu«> 
fàrdeci veniva fuori questo programma: 



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-(126)- 

« Alla città di Siracusa ! 

« La Sicilia, non è guari, scuoteva il giogo dei 
Borboni, e rendevasi magnanimamente libera. LMn- 
sufficienza d'un governo provvisorio, congiunta alla 
malvagità d'una casta, la ridonavano al tiranno, li 
rombo dei cannone, i sacrilegiii incendii, il dolore 
delPesiglio, il gemito dei prigioni, il sangue di tanti 
martiri, non valsero a cancellare la speranza d'una 
giusta vendetta, e già un novello risorgimento appa- 
reccliia le orme d'un'éra migliore. Tacendo della Si- 
cilia per la seconda volia la leva gloriosa dell'ita- 
liano riscatto , ed in esso compenetrare i proprii 
destini. 

« Siracusani! La rivoluzione del {%k% non tolse, 
ma aggiunse alla Sicilia nuovi dritti: ci rese meno 
creduli alla voce delia diplomazia, strappò la nia- 
scliera-ai bugiardi liberai! ! Ora un novello infame 
attentato o sarebbe impossibile, o procaccierebbe io 
esempio di vedere men che individui, città intere 
distrutte. 

«Fratelli! Sia uno il pensiero che deve infor- 
mare la mente di tutti — la indipendenza e la libertà 
della nazione italiana. — Per lo conseguimento di 
ciò è mestieri che ciascuno smetta dal pmprio cuore 
le private vendette, la sete del vile interesse, la 
cieca e malvagia ambizione di primeggiare: ci rac* 
colga io stendardo italiano, t^resti ognuno il suo 



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--(126)-. 

braccio al bene della patria, e soffra almeno per ora 
di strascinare i suoi giorni negli stenti e nelle pri- 
vazioni, finché il nuovo governo, padrone di se stesso, 
non gli dia meritata ricompensa. 

« Nessuno ha il diritto di turbare la pacedichic- 
diessia, se non vuole che l'opinione universale lo 
bestemmi e lo punisca. Si smentisca una volta l'in- 
fame aristocràtica e gesuitica calunnia che libertà 
suoni ladroneggio e sangue. Pei ligi all'abborrito po- 
tere, l'ordine è nella forza; la pace nel silenzio del 
sepolcro; la sicurezza nel godimento parziale d*un 
pane che pel rimorso sfugge d'incontrare gli occhi 
squallidi e minacciosi del popolo. Noi poggiamo le 
nostre aspirazioni nella sapienza d'un bene diffusivo 
ed universale, nello svolgimento delle industrie, delle 
arti, del commercio, nello estendere la sacra favilla 
delle scienze, dalle quali scaturiscono le nozioni del 
diritto e del dovere, i miracoli dell'associazione e del 
progresso, la gloria della nazionalità italiana! La 
iTorza bruta può arrestare per poco il generoso svi- 
luppo d'un popolo; soffocarlo non mai. Nel Ì8d7 
col terrore delle armi fratricide calcava il tiranno 
di Napoli la Sicilia nostra, con la sola onnipotenza 
delle idee egli miseramente cadeva dal trono appena 
varcati due lustri..... » 

Questi i voti del Ck)mitato siracusano addì 1 1 ot- 
tobre 1851, stampati in Malta, ed accolti dai gene- 
rosi. E l'edificio riprendevasi snello, come se il po- 



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tére^tiipidamente selvaggio tenesse chiuso rocchio; 
e v'era taùta sicurezza di prossimi mutameuti politici^ 
che nel giorno indicato , drizzavasi lettera officiale 
^ai giudici della provincia colla quale S'inculcava 
« di diffidare della sedicente consolidazione delVat'^ 
tuale governo y e chiedevansi non grandi sacrifica ^ ma 
blamente di risparmiare te persecuzioni e il sangue 
éegVinfelici ove i prossimi eventi compromettessero quaU 
che comune fratello. S'aggiungea: Misurate queste pre- 
me parole..... Rendete caro con nuovi argomenti il m- 
stro nome assegnato in quel libro da cui ragionatamente 
emergeranno i calcoli sul vero merito o sulla pubblica 
esecrazione. Da qui ù non molto tempo sarete interpei- 
lato di rendere ostensibile il presente foglio da chi (w- 
sumerà la rappresentanza del popolo in questa estrema 
parte d'Italia ». . r 

CoTSé la lettera per la provincia dairufficio postale 
di Siracusa. I giudici nel riceverla, non che sgomen- 
' tati, rimasero incerti ; e la polizia, capitato un tal do- 
cumento, si gonfiò ed infuriò. Furono varie le inqui- 
sizioni, varie le persecuzioni, né le carceri stettero 
vuote. Un prete siracusano, Vincenzo Cassia, venne 
a cogliere il dado malaugurato: celato dapprima, 
dovette poi scontare con sedici mesi d'esilio il delitto 
non suo : dovette anzi ignorare la cagione di tal pu- 
nizione. Chi avrebbe detto a Francesco Belfiore che 
l'opera sua sì sagacemente condotta don altri amici, 
éovea meritare la condanna d'un i^rete! E quale atro- 
cità in un governo tormentare i giorni d'un mini- 



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-( 128 )- 

Siro dello altare per meri sospetti, fargli portare una 
croce non meritata ? Pur Belfiore corse rischio di pa* 
gare un atto di sua disdccortezza, quello d'aver posto 
il proprio suggello sulla ceralacca che chiudeva 
qualcuna delle lettere, se non era per la lealtà ed 
amicizia di Agostino Fugali, che in Noto neirinten* 
denza appagava volentieri le voglie di Belfiore^ fa- 
cendo scomparire le sinistre impronte. Ma i Fugali 
eràn pochi, e il governo volca che Tarbitrio s'innal- 
zasse a giudice del libero arbitrio ; e che il pensiero 
non si guardasse come cosa sacra ed impunibile, si 
facesse anzi segno di fastidiosa molestia ; quindi lar* 
vata la legge, e la violenza in trionfo. 

Non mi par strano toccare d'un' opera delicata- 
mente pensata in quell'anno, e affettuosamente com- 
piuta. Giungeva in Agosta proveniente da Malta un 
certo Antonino Laurenzo padrone d'un naviglio : la 
polizia o per sospetti o per caso gli sorprese due let- 
tere, una delle quali scritta da Giovanni Candullo e 
indiritta a un tal Giuseppe Mangìafìco da Gran Mi- 
chele. Erano nella lettera i cuponi lìì Mazzini e il pro- 
gramma di costui a nome del Comitato nazionale, in 
Londra. Non ci volle altro ; Laurenzo fu tratto in 
carcere, e dato luogo ad un fragoroso processo. Il 
Procuratore generale del Re in Siracusa ne infor- 
mava Maniscalco, ma l'impiegato chiamato a tale uf- 
fizio volle nel tempo stesso compierne altro più de- 
gno. Scrisse lettera anonima a Mangiaiico, scongiu* 
randolo a mettersi tosto in salvo ; la lettera giunta a 



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-( 129 )- 

Caltagirone fu carpita dal sottifìtendente Pericontati, 
il quale , giulivo della scoverta , vestì la consueta 
simulazione, e rispose in sensi equivoci a nome di 
Mangiafico. Qui era comandante della piazza il gene- 
rale Pinedo, il quale ne parlò all'innocente ispettore 
D'Alessandro, e costui si pose all'agguato, aspettando 
che Marco Antonelli fosse venuto a rilevare la lettera: 
ma Marco Antonelli, pseudo-nome della lettera ano- 
nima, non comparve, grazie alle prevenzioni del sig. 
Giuseppe Ortis, direttore delle poste, fatte al troppo 
molesto Francesco Belfiore ! 

Parve con gli avvenimenti di Francia che il disin- 
ganno dovesse frenare i nobili voti, e troncare gli ac- 
cordi, molto più che Topera criminosa del governo 
di Maniscalco a questo mirava : ma i pochi Siracu- 
sani, non abbattuti né vinti, continuavano a mante- 
nere il fuoco sacro sventando i raggiri tirannici. Il 
governo nel mistero pensava regolare le coscienze, 
e le coscienze svincolavansi da simili ritorte. Già dal 
dicembre 18^9, il buon Filangieri avvisava a tutti 
ì Monsignori di inculcare ai parrochi il consueto mi- 
nistero della delazione, ricordava egli come si era 
abusato « della parola evangelica durante la rivolu- 
zione dagl'indegni sacerdoti, e come il pergamo era 
stato profanato da sermoni, in cui si facevan cam- 
peggiare le idee più sovversive »; era dunque me- 
stieri fare altrimenti. Nel 1853, la polizia volle com- 
parire più stupida di che era usa : quel che macchi- 
nava nemmeno era noto a se stessa ; ma dagli atti 

Siracusa 9 



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-( 130 )- 
<6ler&ì i SiradRSsm ìfMfovkiavaBO cysalche cosa. Ve^ 
levatisi caDgamenli nelle batterie : casBOoi dnn2» 
rivolti a Bsdeficìo deHa città, ora appuntati all'e^;»-- 
no : una oottCasMme e<nBie «a inviluppamento nella 
macdiìna goveraatira : strane tocì, e pìn strane 
^elle ^rse nd arte H privilegi di capo liiogo v 
perìcoli di perdere qneati privilegi : vcict di nntfaffsi 
H caroereceirtrale in cosfrucicHie, in quartiere da coi- 
locarvi da cìnqne a sei mila uomini : questo Ince» 
Tasi scrivere da Napoli. Satriano poi in Palenoodìoea 
che il carcere cennato era pegno d'assodamento dei 
enllegi gindiziarii in Siracusa : era questo Talimento 
meschino a cui si dannavano ^i animi : e le voci 
fone^ non soomparivano : si scrivea a dritto e n 
torto come i liberali di nìent'altro erano cupidi che 
di fare man bassa m. tutto, anche di manomettere 
le donne aUrni : i confessori lo sostenevano : lo sol- 
vevano i frati e i vicarìi; lo predicava il vescovo? 
intanto si violava il segreto ddle lettere : sorpreode- 
vansi le vetture, e visitavansi scrupolosamente i pas* 
saggieri : il sospiro stesso dei cittadini dava ombra. 
Filangieri, neiroocanene della moite di Pronio, tor- 
nava a ricordare ai fidati la cieca divozione : dicea 
di star desti a qualunque trama, principalmente alle 
mene d'Inghilterra, cagion prima dei torbidi del 
18(^8. Si veniva agl'impiegati, e pretendevasi che si 
mutassero in sanfedisti, né altro Inramassero per feti- 
aita in. terra càe il r^gno sal^^re di re Ferdinando; 
yer queste «m A lasciassero di molestare ed avvilire 



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— ( m y^ 

^ìttge^ì ^allorché si inoliassero rìcalciitraiiti aHe 
Uftodizie borìKmicfae. «Oifeslo ersi il reaU5 cke spirava 
Mi 18^3, coBsenr^a^oct dalte cro<aa«^e patrie. 

INù MiflUtce e smistro il ooncelto f»olHieo di faori^ 
Kmto il vano» Era nel t8^3^ ia Sóraèusa, un ui&ztale 
ttfKirKtawd d'artìflieiia, eé «lIoggiaTa ia casa di ia|e 
0CMI cnà le ^^oncsi ntaiiìefie av^n fotto aasoere uiia 
miniate i^ii»ìtà. L'mlfioiale fa colto da i»alattia, e 
si 4i^rò dei suoi giorni. Quel tate lo ass^ìsl^va, ed 
erano sincere ed affettuose le cure che gK prod^^va.* 
li «lilitare^Pa grato, e non sapea <cke dire 4 senon-^ 
ckè fta ^mo aggrav^odo mi malore, e qua^ coU 
l*aAit»a sulle labbra^ v(A\e rivelar cosa che grande- 
nenie stapì lo amico, «e lasciaTala coiae solo Ttcordo 
i« q^elFora angusta. Oio^ : Tristi ioteMi ^ macchi^ 
natio : le potenze del Nord Tban pensalo a Dresda. 
Il pmicipe di Nesseltdde prepara la «aeravigliosa tela; 
w^si coB <@gQÌ forza irroiapi^e contilo la Gram Bre^ 
ta^a per ridurla tale a non pot^^ più nuocere a1 
pormidpatD «ssoltitp : ma per ritiscirvi è d'uopo acca- 
reizare la Francia e così disgiungerla dali'lnghil- 
lerr^, dacché le due nazioni unito sono il pericolo 
d^i «Uri Stati z però, pro^tfta J'IagMlterra, venire 
aàia fwfteltca Francia, distra^ere il capo eletto dal 
popolo, pianarvi «n re legittimo, far della Francia 
due regni, e in tal modo di vis», «affogare ìe idee fu*^ 
Beste elle da «palivi parlimo pel moiidoi. Far tmmzt 
miove al i^apa, c(Mne€e*luicke:9erve i troni fd cal- 
colo deUa religioiie, «pperò valersi del sacerdozio 



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~( 132 )- 

come di primaria base di delazione. Gàdulà la Fran- 
cia, spingere oltre le zizzanie, e procurar la ruina 
delle repubbliche del Nuovo Mondo. Così lo esempio 
delle libere istituzioni rimanere come storia. Altro 
proposito. Sminuzzarsi i feudi e smungere le pro- 
prietà per far perire Taristocrazia arrogante : dei do- 
minii papali farne aggregato al re di Napoli : il Papa 
ritornar sacerdote. Del rimanente d'Italia, l'Austria 
disporre a suo modo. Quanto al clero, reprimere ogni 
accrescimento ; però conservarsi il monachismo pel 
solo uffizio di muovere le coscienze ; ma ninna pos- 
sessione al medesimo : incamerati i beni allo erario, 
i monaci mantenersi con sussidio regio. Sparita Tari- 
stocrazia, formarne una dipendente dal governo, e 
quindi i titoli di nobiltà concessi ai funzionarii ligi 
al potere ; frugare nelle biblioteche pubbliche e pri- 
vate, e togliere ogni libro che parlasse amor di patria 
e dignità dell'uomo : annientare le tipografie, e solo 
conservarne taluna nel centro del reame : proibirsi 
l'insegnamento privato ; permettere unici maestri 
preti e monaci noti per divozione e sommissione re- 
gia : promulgare movimenti di guerra per coonestare 
la permanenza di grandi eserciti : simulare piccole 
guerre per distruggere le eccedenti popolazioni. Così 
parlava il morente, con gran sorpresa dell'amico 
che gli sedeva da canto ; e certo il gran pensiero di 
Nesselrode, venutogli dairinfemo, avrebbe spaven- 
tata l'umanità, se nel suo assurdo si fosse tentato 
un sol passo, e gli avesse sorriso l'anima altiera di 



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«( 133 )- 

jNìccoIò Romanoff. Ma Iddio, che dispone dei propo- 
nimenti umani, chiudeva in un sepolcro, pasto di 
vèrmi, e il principe e il ministro. Russia vedea col- 
legate nel 1854 la Francia, l'Inghilterra, la Turchia, 
il Piemonte : vedea corsa da invincibili soldati la 
Crimea, distrutta l'annata nelle acque di Sebastopoli, 
Sebastopoli in mina. Così il Signore paga il sabato. 
Ma i detti memorabili restavano documento di fero- 
cia inaudita, e lo amico mandavali in Malta per veder 
la luce con la stampa» 

Quali erano intanto le cose d'Italia e fuori? La 
tribuna italiana riprovava l'invio dei soldati di Re 
Vittorio nei campi di Crimea : vedeva corto, e pur 
esaltavasi al valore mostrato nel fatto d'arme della 
Cernaia. Ma il conte Cavour stava sodo. Fuori, Giu- 
seppe Mazzini infiammava i tiepidi, e l'Austria e suoi 
adepti non gli sapevano tanto grado. Il congresso di 
Parigi nel 1856 dava a conoscere d^ esservi un'Italia, 
degna di migliori destini. Re Vittorio in pien Parla^ 
mento annunziava all'Europa di non potere restare 
indifferente ai gridi di dolore degli Italiani. In Fran- 
cia la morte di Felice Orsini qual tremendo fantasma 
alle promesse antiche e nuove di Napoleone HI. Poi 
i pericoli del 1858: la provocala ed ottenuta inva- 
sione austriaca nel Piemonte: la guerra del 1859; 
le battaglie di Palestre, di Montebello, di Magenta, 
di Melegnano, di Solferino e di S. Martino : la pace di 
Villafranca : la Lombardia data agl'Italiani, poscia 
l'Emilia e la Toscana; e la volontà dei popoli mani- 



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— ( IM )~ 

festata ìoiera a nott rieMoeeere aHradrilte dbe qpMm 
di esser uomini ed ilaliftai , a ma votore altm to 
cbe tt leale e mitìssiiBO Vittorio EaMauele. Tirtto 
questo dovea prodvfre qualclie bene, produrlo «adba 
ia fkcda ai tormeati ed alke baioaetle, prodario,. poi- 
elle il dominio delle idee e la nagia deUa pubUica 
opinione trieoEnvaBo : produrlo, mm ostante TahieMa 
guerra della forza bruta sulle iateUtgenM. 

I Siracusani stava» desti, e Iripudiavau^ a tanti 
miracoli : accoglievano i giornali eome medicina 
dello sfwrito: tutto \e^¥asi di nuovo riso, e parea 
mille anni che Sicilia partecipasse delle gioie aii»pt- 
cate. Ma la polizia non pensava a questo modo. R 
duca di Montagna Reale^ sottintendente in Siracusa^ 
adcTi 2& maggio ìS%9> serivea all'intendente di Nolo 
cose di fuoco : éicea che « in Siracusa i cittadini 
corrono dietro alle notizie d'Italia con avidità incon- 
cepibile ; cbe la posta è attesa con impazienza, e cbe 
i giornali si divorano : una simpatia non dissimulata 
si manifesta per la Francia e pel Piemonte^ e si 
agogna che le due Sicilie possano partecipare ad un 
mutamento di forma governativa cbe venga ad effet- 
tuarsi in Italia. La sciagura che ha colpiti i giorni 
dell'augusto nostro padrone ha destato il dolore ; 
dolore vero e spontaneo : pure non mancano parec^ 
chi dei |Mu avventati che la reputano come un at^ 
venimento provvidenzble, quasi. che sarebbe la 
chiusura d'un capitolo che tratta di una politica as* 
soluta e conservatrice, quali essi credono sia stata 



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tpMHa del glorioso nostro defunto monarca, cbe Db 
ftUiia m gtoria ; e la riproYarole speranza di costom 
ttteBde rìeooc^itrarsi sulla giovaiie energia del 
]iuo>¥oite,.$u0 mdìlo suoeessote^ ehesecoado le {»rav« 
loro lusinghe potrebbe venire a spiegare oggi una 
iMtO¥a politica inttd^vsAnce, pia eonMsidB^ea allo 
stato delle loro ribalde idee. 

« In tutte queste speranze che cotali demagoghi 
si sforzano d'infoudere nelle menti vulgari riguardo 
l'attuale nostro regnante (D. G.) ; in tutta questa fi- 
dwna che prociuraoo d'ispirare per la sua nuova 
enei^a^ io vi scorgo una* mira colpevole, orpellata 
da uaa fsiisa diivosBÌoBe» Essi iiHendoiio eccitare ora 
^ anfodi airaspetiativa d'eventi cke naturalmeute 
non potranno' aif^e? luogo, come che desiderii insen* 
salri^ per poi al tempo della delusione e detla diffalta 
eccitarli al mateontento e al diswdiae. 

« SfSartti trrequieU pensamenii,^ siiatte pratiche 
non si BianifestaDO ebe con gj^andi riserve. Pur tut* 
tavia io non posso non conoscerli, avvegnaché non 
lascio- di u;>nvergere tatti' i miei mezzi allo, scovri- 
meM^ financo del pernierò... . 

e Mi son: limitato cUaiffia^e a ne e &)rt«meat& aoi'^ 
Hioaire sifialtt spacciatori d'idee iosensate, a sorve*- 
gliare i luoghi di pubblici cobvegni^ i cafiEà,. le far- 
nacie, il gabinetto* lettenario^ a frugare le lettere 
sospette alla postta e finalmente a sopprimere quei 
numeri di giorMli esteri avventati che potessero 
destare del fermento.. Divulgo in^ somma un rigori*- 



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~{ 136 )• 

smo che valga a mantenere la polizia nel suo stato 
imponente ». — Tale il racconto del sottintendente 
di Siracusa addì 28 maggio; e tale la partecipazione 
deirintendente di Noto al direttore Maniscalco addi 
31 maggio. 

Il Ck)mita(o Siracusano, dai suo canto, a' 3 giugno 
1859, scriveva ai 

« Cittadini della provincia. 

« Quando il risorgimento d'Italia era un sogno, 
quando pareva ingannatrice la speranza, bugiarda 
la fede, crudele la carità dei potentati; allora nes- 
suno osava chiamarsi italiano. Oggi, grandi della 
terra lungamente mal compresi, danno vita a questa 
vaga aspirazione. Napoleone III scende nel bel paese, 
fuga lo straniero, proclama l'indipendenza della pe- 
nìsola. Vittorio Emanuele difende col suo brando la 
libertà italiana e segna da prode ai suoi soldati la 
via della gloria. 

« Ora anche a noi abitatori di questo estremo 
lembo della classica terra è concesso chiamarci Ita- 
liani, stendere la mano ai fratelli che pugnano, vol- 
gere confidente lo sguardo agli uomini sapienti che 
conoscono i bisogni dei tempi. Se dunque era allora 
un delitto chiamarsi italiani, oggi è un dovere che 
le mali ajrti non possono farci disconoscere. 

«Fratelli! Smettete la diffidenza, soffio pestifero 
d'una vile genia^ mostrate il vostro coraggio civile^ 



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-( 137 )- 

fidate nella costanza della nazione. Siano moderate e 
uniformi le vostre convinzioni; rispettate l'ordine, 
base delle civili comunanze. Fate che nei momenti su- 
premi ogni pensiero si volga in questo dello : siamo 
Italiani ». 

Erano dunque di non lieve importanza le pratiche 
politiche dei Siracusani. Gli accordi con Messina, 
Catania, Palermo ed altri luoghi aveano per frutto 
la comune unione. Vincenzo Sta tella, venuto da 
Torino, spiegava in casa Bufardeci d'aver avuto 
istruzioni anche da parte di qualche Ministro di 
quell'aula politica. I giornali politici che clandestina- 
mente da quivi giungevano erano fomite e rassicu- 
ramento ai volenti il bene dell'Italia. Siracusa non 
dormiva ; anch'essa con iscritti e lettere aggiungeva 
una qualche pietruzza all'edifizio che stava per sor- 
gere^ questo sapeva la polizia, e questo scriveva il 
sottintendente Montagna Reale, e il governo di Ma- 
niscalco raddoppiava di vigilanze e di spauracchi; 
le prigioni rìceveano qualche onesto cittadino; le 
case non erano sicuro ricovero, né guarentigia le 
leggi, né sinceri gli agenti del potere ; pure si vivea 
nella fiducia di vincere, e ognuno era certo di rag- 
giungere il premio. 



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Come mare in burrasca frenea ìa Sictlia al ventre 
detto angttrato tS^O. Aiimosi e costanti i Sìcilìaiiì, 
scorali e pur frementi i poliziotti. Maniscalco con una 
mano di ferro non volea solamente compressi i corpi 
«imani> intendeva con pio ferocia anniattare if pen- 
siero : ma 9 pensiero tartara to m un hiogo, sptes^vaai 
limpido in aHro; e i pofK^i, nel vederlo pcrrìficato dsrf 
martrrio, battevano le metm. Raddopj^vBnsi le tara- 
ture, e i gemiti dei lormenla^ confondevaiei coi grt(K 
di chi anelavano a giustizia. — - Qa<^sto corpo poKl«» 
che coirorìgine divina p«r si erede ìncroHabìle e dth 
raturO) mostrava sdrucHr e ferite tali, ebe non con- 
fertavano molto i despoti: i pcmtieHi non maneavam)!, 
bla una ferza prepot^orte K seotea e abbnltevafi ; fa 
poKzia non credeva a questa forra arcan», anzi te 
scherniva e dHeggiavala, iba eHa sorgeva sempre pia 
augusta; il suflfragio à^ popofi la rendeva sovrana; 
ella scuoteva ì feroci 6» nel toro se^Ko dorato, pene^ 
trava nei palagi fastosi, e i fefid ne impallidivano; 
era scjuaflore nelle corti e nei ministeri, rara scendeva 
consolatrice nePle umiK dimore r dritti e ragioni 
erano l'onesta divisa di >ei, e rumanità inchinavasi 
alla diva benefica: nuovi patti ewnove leggi' erano 
le sue proclamazioni, e il popolo ascoltava; armi ed 
armati venivano in campo per opprimerla, ed ella 
sorrideva sicura. Si volle schiantarla, ma ella, più 
potente di Saturno, non divorò, distrusse dalle fon- 



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dMAMte i otndeli: tvm «si bel àin la violema tiraa* 
meak nett'usarpArae i polm, dtta naiMteTa salda — 
ropì&ioiie BOtt erotta ^ acni |Miè ordilare. Guai se ella 
GMfybatke centra i ponmrsi! 

E ropnioM fMta gìgmte avea violo. Pmr quanta 
fialiea ì& quest'opora dà mostnisiioiie norale e ma- 
teffialel quante trefadaoset^ e quanti ostaooK da sor» 
montete! quanta fede e quaula caslaan uetla gin* 
sttaa d'ìiD iMrineipio! Fritta e gagliarda ad laferocire 
ecMiIro i propofitti civiU , una sotdalesca arrogante, 
devota, snperstiakm , ingannata, aecteeata. Parlare 
ad essa dì eWilìe r^ggisiento, non che perdere il fia;to, 
era pericolo di vita: isifiiaiali non eiecài dt fan^poN^, 
ma vei^hilii a qoalmnqae atrocità ; saeerdoti die nelle 
coseiefize dà soldati piantavaiio la fefocia dei prkiìi 
perseqnitori del cnslìaBesiino^ soldati ohe della iib-> 
dienia e della divesìono iMOvana ma cmlto^ salvo a 
mutarlo^ in Keenn altorchè )e fisrìmMii, ^i stupri , 
grincendii , le dilapidazioni erano lero. necessariì. 
Potevasi oredero subìtattea la siciliana redenzione? 
Non disperarono i generosi ; non mance al suo do- 
vere il Comitato siraensano», e a^ S aprile i860, un 
gìorao prima die lo squillo delia campaiia della 
Ganeìa proclamasse il numo rtseatto, il Comitato si 
vo^ena all'esercito eoo questo pfogranuna : 

n Fratelli! 

« il vecchio edifizìo del potere arbtirario è ca- 
duto, il trionfo^ dltaKa no» è più vo^ è certezza. 



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Quelli che ^npo erano accìécàti da basso -mteresse 
lo avevano preveduto, eppure tacquero -per molti 
anni. Giunsero a non rispondere al generoso appello 
deirilalia del centro. Chi crede che il silenzio pro- 
venisse da inerzia o da pochezza, suo danno. 

« Voi lo sapete. Se fummo passivi, fu per rispetto 
a voi, ai vincoli che vi le^gavano ad una bandiera che 
pochi mesi or sono poteva cangiare i suoi colori senza 
stòria coi colori della bandiera che con sorti più 
o meno felici ha aggiunto in dieci anni quattro allori 
allo splendido serto di fastose memorie che corona 
l'Italia. Ora che il grido del riscatto dall'uno all'al- 
tro mare ha risuonato , mentre popoli e soldatesche' 
riconquistano in tutta Italia libertà ed indipendenza ; 
a voi che pur siete italiani come noi, come i Toscani, 
i Modenesi, i Parmigiani, è serbato il turpe carico di 
reprimere ogni moto generoso che tenda a farvi ri- 
conquistare quella patria che non sapete d'aver fatto 
serva voi stessi. 

« Divenuti soldati di belle mostre, trastulli di va- 
nitosi padroni, voi che avete nelle vene il sangue 
dei generosi Sanniti, Dauni, Irpini, Bruzii! Se non vi 
muove carità cittadina , almeno vi muova l'onore 
del vostro nome e della vostra divisa. Circondati da 
gente straniera, avvezzi a cedere i vostri dritti a 
mercenarii svìzzeri, faceste un gran rumore e batteste 
palma a palma quando quei repubblicani aguzzini 
furono più cacciali che licenziati dalle vostre file ; 
ed ora che un'accozzaglia di Croati , di Bavari e di 



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-(141)- 

tutta quella peste di Alemanni che corre sotto le bor- 
boniche insegne ha sostituito i figli dell'Elvezia, ora 
fate buon viso ai vostri, ai nostri oppressori,' e per 
sostenerli nei loro seggi macchiati di turpitudini e 
di misfatti , sarete pronti a versare il nostro sangue, 
il vostro? Ah! sia mai che tanta enormezza si rin- 
novi nella bella contrada che si ebbe in dono il sor- 
riso di Dio, il sospiro delle genti! 

« Dunque, che vi resta a fare fra la tirannia e la li- 
bertà, fra il servaggio e la indipendenza, fra il disonore 
e la gloria? Tutti in un sol grido sorgete allo appello 
della patria che vi chiama, vi scongiura e vi aspetta; 
alla patria che non vuole bruttarsi del vostro san- 
gue, né vuol veder voi bagnati di sangue fraterno. 

« Dodici milioni d'Italiani vi stendono la mano 
vittoriosa. Nel 1848 essi pure vi chiamarono sui 
campi lombardi, e noi siamo convinti che irresistibili 
minacce arrestarono il vostro slancio marziale. Ora 
ve lo ripetiamo, i tempi non sono più quelli. L'Au- 
stria inoperosa per patiti disastri ; l'Europa plaudente 
all'italiano riscatto ; il Re galantuomo e guerriero 
forte di milioni d'armati, che ogni cittadino con 
quella bandiera è un soldato; i vostri capi intimiditi, 
esterrefatti ; chi volete che vi minacci la miseria pei 
vostri figli, le prigioni e lo esilio per voi? 11 ca- 
davere di Radetzki è infradiciato nel suo esecrato 
sepolcro, e la sua ombra non sorgerà per confortare 
i sonni dei nostri tiranni o per turbare le vostre ve- 
glie.... Ponderate e risolvete. 



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--< 142 

« Sa diui(|!ra ttiM volta per TosaK óéH To^a 
&visa, per la gloria dedto vmnmte^ pw te vita #ei 
figli vostri, congiaBf^Bte alla nostra la vostra desU-^a, 
riuoite ìq utt sol iaseio le vostre aHe negare ^ariDi, e 
sia il grido del pofcào <e delie «chiere: Viva rilalia, 
viva rEfiMiriraeie ». 

Queste insinuazìom noderate gtovarcmo. Parecchi 
della milizia in ^aonsa apriTOfto la menie; tnolti 
chiesero e soUecitarooo la nairasiane genaina delle 
cose d'Italia, e coaoscìitola, nvaledìssero al dispo- 
ììsmo cbe teoevali coiae assidecatL D'allora mostra* 
roQo quello cbe avrebbero operato nelle pro^- 
zie occorrettse, e doq follirom) alla prmBessa: la 
KutazìoQe per nostro cobIo era apparecchiata, e a 
questo gaudio anivasi il ganidio più grande dea pro- 
gredimenti delia siciliana riscossa >e ddla ^eransa 
che il governo dì re Vittorio ci avrdDèe quando che 
sia aiutati. Siracusa confidava; e al giungere, a^ 1^ 
maggio, in ^fiieslo porto della pirofregata il GemrmUy 
Gapitanata dal marchese D'Asie, due uomini del do** 
mitato, Sta4ella e Béliiore, recarono mi bondo, e a 
qnel marchese con^egnarMO IMndìrìzzo seguente pei 
Re italiano. 

« Sire, 

« AUorqaiaodo vei ris^)ondes^ è già «n anno, col 
grido di guerra allo insanie del gaiùnetlodì Vienna, 



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le g^ierose mostre parote trovarono uà eco univer- 
sale i& queste derditte contrade, dove ogni alba porte 
da undici anni tma sperane, ed ^gni tramonlo un 
dfsingansio. I «ostri cwri falpitarMO dÀ gkÀa al* 
Tudire il vostro arderle ibdo di guerra, e {Mt^lpitano 
ancora, perchè ra^empiodei popotì dd IhKsvtì, della 
Toscana e dell'Emilia ooa può essere per »oi saiza 
frullo; per noi che fummo tra' primi a confidare i 
destini ddla patria nocNra nell'eccelse virtn della 
Vostra Famiglia. 

« In quel tempo l'unità d'itaKa era un desideria, 
nott una g^raiiH». Ora la Provvidenza ha dato l'im- 
palso a no nuovo ondine di cose. Voi lo diceste , o 
Sire : L'Italia d'^gp mn è l'Italia dei Rammii^ nèquelia 
del meàiB evo, ma Vltalia degVlÈaUom. Noi sappiamo, 
e lo sa il mondo, che i principi della Vostra Augn-* 
sta Razza non d arnestarooo «ai ai prbni ostacoli ; 
né seppero compiere a m^ le loro gesto. 

« Piacciavi dnnqne, o magoanimo Principe, acco- 
gliere i nostri omaggi e i aoslri voti conjfe pegno di 
quella fedeltà che vi dovremo giurare quel giorno 
in cui oserete stendere la mano alla corona d'Italia. 
E perchè le speranze di questa crUà vi ^no note in 
quella £9nna che saeglio s'addice alle gravi contin* 
gonze dei tempi, noi soitoscrtiti, chiaaaati da lungo 
trailo a rappreaentore in Comitato segrete la pub- 
blica opinione, forti della nos^a coscienza e della 
fede comune, veniavio a deporre ai piedi del vostro 
trono le nostre aspìraziont » aspettando che a Voi 



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-( 144 )- , 

piaccia di volgerle a prò di quella grande e generosa 
impresa, che iniziata dal vostro magnani mo genitore, 
avvalorata dagli allori di Palestro e San Martino, ri- 
sorla più possente dai pericoli di Yillafranca nei co- 
mizi! della civile Toscana e della indomita Emilia, a 
Voi s'appartiene di compiere in fondo alla Laguna, 
a' pie dell'Etna e del Vesuvio... » 

La lettura di questa scritta commosse il coman- 
dante D'Aste. Applaudiva egli ed ammirava quella 
gran mostra di ardito operare, ma ricever Tindirizzo, 
e farne atto di governo, gli parea esorbitanza. Però 
Statella ronipendo le titubanze dichiarava che tal 
voto dei Siracusani era accarezzato dal governo del 
Re, e che il marchese D'Aste in questa congiuntura 
avrebbe compreso le compiacenze del Governo. Qui 
fu scambiato un sorriso, e quel sorriso era rivela- 
zione di caldi intendimenti. In tal modo i Siracusani 
pei primi annuivano a quel regno italico che dovea 
proclamarsi di poi con mirabile abnegazione dei po- 
poli siciliani: era un primo documento esprimente 
la volontà dei risorti spiriti ; era lo augurio, se non 
altro, dei premeditati novelli tempi della gentile peni- 
sola. Da lì a poco (db maggio) Statella volgevasi con 
lettera al conte Cavour, e descriveva la condizione 
trista di Sicilia, meglio che a voce non avea fatto il 
conte di Castagneto partito da Siracusa ; e scongiu- 
ravalo a piegar la mano soccorrevole a noi, ad ap- 
prezzare i siciliani tentativi, a riguardare come atto 



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-( 145 )— 

provvidenzìaTe questo della riscoste improvvisa di 
Sicilia. Ma intanto che un uom privato facevasi ani-- 
moso a parlare ad un primo ministro; il primo mi* 
nistro intendevasi con un uomo che conosciuto in: 
Italia per divino, avea portato sublime la fama net 
Nuovo Mondo, ed ora doveva renderla miracolosa in 
tutto il mondo. 

Una notte di maggio (22) i Siracusani furono desti 
al rimbombo inaspettato di cannoni«nel mare, nella 
linea meridionale della città. I colpi frequenti e fra- 
gorosi portavano fin una scossa nelle case, e i citta* 
dini frettolosi andavano a vedere che cosa si fosse : 
ma se la curiosità muoveva i privati, il dispetto e lo 
sgomento facevano arrovellare la soldatesca, la quale 
fu tosto in armi , e numerosa accorse nei punti ar- 
mati: uffiziali di ogni grado vennero anch'essi, e 
tutti a guardare il grande spettacolo, non esclusi gli 
uomini della polizia, e il buon sottointendente irà t 
primi. La luna faceva bel comparire; e la luna ci 
fé' chiariti che Tarmata inglese, composta di parec» 
chi vascelli, avea creduto trastullarsi in quell'ora con 
continuati colpi d'esercizio. Veramente il tempo e il 
luogo non erano i più opportuni a questo scherzo, né 
le condizioni presentavansi fauste a simili dimo- 
stranze. I Borbonici dunque avean ragione di doler- 
sene, e mandare dal fondo del loro cuore impreca- 
zioni ed ingiurie. Lo sgomento di essi era stato 
estremo: inconcepibili le conseguenze, pur chiaro ^ 
lucido lo agguato: essi bestemmiavano, ma chi dava 

Siracusa 10 



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lira ascolto? Noa gringlesi, che spiegati in vista (ti 
minaccia pareano rinnovare i predigli di Trafaigar, 
e non di meno facevano da burla : non i Siracusani^ 
il cui numero ,. in quell'ora strocdinaria, dava mag- 
gior ombra alle milizie infaslidito: stavano ad agpeth 
tare , e in tale innocente aspettativa videro passare 
il tempo, ed ogni cosa quietarsi. Indiscrezione del- 
l'armata inglese ! Ma nei soldati era tal confusione 
ed imbarazzo, derivati certo da sinistre apprensioat 
per suggerimenti funesti dei capi, che in ogni aspetto 
era un nemicO) e nemico potente; ond'è che in altra 
notte un navi^io huxa mercantile mal sa^pendosi 
reggere sulle acque per furia di venti, e nel puatoi 
d'essere balzato per im^rizia sugli scogli prossimi 
al Castello y la sentinella vide nemici che tentavano 
uno sbarco , li riconobbe senz'altro per tali , e co- 
minciò a tirar fucilate sul naviglio, ferire un marir» 
BaiO) mettere sossopra i compagni, sconcertare Tin- 
lera milizia, da non potersi sorridere a tali stranezze, 
se queste stranezze non fossera accadute in pieno 
mese di maggio,, ìa Siracusa, e nei punti girati di 
l^derose muraglie^» con batterie e munizioni che 
potevano far cessare una qualche accecata burbanza. 
Pur questi fatti avvenivano: raiccontavansi dagli 
stessi ufficiali e soldati, e sempre più. facevasi ma&i- 
fesLo il loro stato pieno di spine e d'incertezze, mal^ 
sicuro per continue minacce e vere e imaginarie. 

Or il tiro fatto dagl'Inglese rimase scolpita ia la-* 
limi della milizia, e costoro pascevansi nella Itoo 



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~c i^ )- 

BRSeria di umane vendette. Un giorno te sentinella 
dèlia batterìa Fontana vide alzare una bandiera: 
m^ quella del console inglese che solennizzava non 
so* quat festa della regina Vittoria. Il vessiMo spie- 
gato avea non pochi colori^ ma il temuto Unicolore 
non era, e i ciechi se no avvedevano. Il soldato si 
uèbriaea a quella visto : corre precipitoso alla casa 
dèi console : la gente vuol frenar lo, e gli addita lo 
stemma inglese; non vale: s'avanza frettoloso sulla 
scala, ed è sulla soglia della porta; noa questa era 
chiusa, ed egli martella col calcio del fucile replica- 
tamente sulla stessa: la moglie del console apre a 
quei colpi inaspettati , ma lo aspetto del soldato fe- 
roce la fa ritrarrei iL soldato non si arresta e sca- 
rica suirinfelice il suo moschetto; ed ella cade ferita 
e tramortita: rinnova la» eariea,. ma qjui sopra^iunge 
il caporale del posta e gl'impone di lasciare quel 
hiogo: il soldato resiste e condmia le insolenze, 
ffua&dp, come piaecpe a Dio, il trambusto cessava. 
Qui reclamazioni' e doglianze del console. Rodriquez 
eerca mettere calma e colore alla cosa, ma Azzop-^ 
pardi non cede , uè poteva eedere senza grave sua 
éanno. Una staffetta mu£>ve per Modica per segna- 
lare da quel telegrafo la &ccenda al governatore di 
Malta: fu consiglio di Siracusani.. La dimane un 
ìnapore inglese entrava nel porto :. veniiva il ceman- 
éante in casa del console insieme ad un chirurgo : 
«seguivasi Tingenere sulla persona fesrita^ e sui gua- 
ioli della casa : tornava dopo giorni il vapora per sar 



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-^(148)-^ 

pere dello stato della paziente:, queste le pratiche 
inglesi. Dal canto dei rettori borbonici, facevasi cat- 
turare il soldato, chiudere in carcere, istruire un 
processo e serbarlo a qualche condanna: ma il tempo, 
gran medico, fu di bene al furioso soldato. Re Fran- 
cesco avea tornato a vita lo Statuto di suo padre, e 
con Io Statuto un'amnistia. Il soldato fruì delPin- 
dulto, e la bandiera inglese dovette per questa volta 
dirsi non soddisfatta. I consoli pertanto stimarono 
debito della loro veste protestare a questo modo: 

^ Al maresciallo di campo Giovanni Rodriquez 
comandante la piazza di Siracusa, 

« I viceconsoli qui sottoscritti, riunitisi in questo 
«ifficio consolare britannico, espongono: 

« Un fatto assai grave ha colpito or ora il nostro 
animo di dolore. Ninno potevasi attendere un tanto 
eccesso che ha esacerbato d'indignazione un pùbblico 
intero. Un caporale con tre soldati, usciti minacciosi 
dal corpo di guardia Fontana Àretusa, si sono avan- 
zati per assalire la casa di questo Viceconsole in- 
glese, ne hanno violentata l'abitazione e conquassata 
la porta , ed hanno scaricato tre fucilate contro la 
moglie del Viceconsole, rimasta gravemente ferita, 
ed il marito minacciato nella vita. • 

a In mezzo alla tranquillità in cui siamo stati si- 
nora, e le savie misure da lei prese, ci lusingavamo 
bene di star sicuri nelle nostre case e nei nostri uf- 
-ficii consolari. 



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-( 149 )- 

« Dopo tale tristissimo caso nello asilo inviolabile 
del proprio ufficio, nessuno di noi potrebbe starsene 
sicuro; niun tranquillo cittadino oserebbe assicurare 
a se stesso la pace domestica dei suoi. Vero è, come 
Ella ci ha risposto oralmente, che un tale eccesso non 
può esser figlio d'una consegna ufficiale per ordine 
superiore da lei partito: noi lo ripetiamo: abbiamo 
di che lodarci troppo del dì lei condursi, ma il dolo- 
roso avvenimento oflTende la nostra sicurezza , e dà 
una perplessità nelle nostre dimore medesime. Re- 
clamiamo perciò da lei tutta la guarentigia possibile, 
e protestiamo altamente la inviolabilità delle nostre 
case consolari. 

« Sarebbe poi incompiuta la nostra franca prote- 
stazione quante volte si omettesse di farle ponderare 
che lo inaudito attentato trae le sue conseguenze 
dall'intempestivo apparecchio militare di truppe e di 
cannoni postate minacciose dalle prime ore della sera 
a tutta la notte precedente nella piazza del Duomo 
di questa città, con percorrere insolite e numerose 
pattuglie lungo le altre strade, dopo che il giorno 
di jeri Ella stessa, passeggiando nelle vie centrali, si 
convinse dell'espressioni benevole e rispettose verso 
di lei d'un popolo intero, che quantunque caldo per 
la causa nazionale , è rimasto tranquillissimo e pa- 
zientemente spettatore dei politici eventi. La pub- 
blica quiete fu corrisposta da ostili apparati, i quali 
non furono né legittima conseguenza di provocazioni 
che mai non ebbero luogo, né possono collimare coi 



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— ( 150 — 

saggi e maturi consigli di cui Ella, sig. Generale, ha 
dato per tanti anni a questa città non dubbie prove. 
« Voglia Ella dunque provvedere d'urgenza al bi- 
sogno ed aggradire l'espressioni del nostro ossequio. 

« Siracusa, 24 maggio 1860. 

a Cablo Azzoppabdi, Viceconsole britannico. 

<c Nunzio Stella, Vicecensole di Framcid, 

^ Fbancbsco Bblfiobb, VicecoTisole d'Austria. 

« Antonino Cassia, Viceconsole di Russia. 

« Antonino Cassia Zammit, Delegato Sardo. 

« Febdinando Camabdblli, Vicecons. Neerlandese^. 



Veniamo ora alle autorità civili. Che facevan i 
Sceme ogni dì più di potenza, e convinte del discre- 
dito in cui tenevale il popolo, speravano puntellarat 
seminando la diffidenza; gli affetti, le amicizie, fino 
i legami di sangue correvano sospettosi, e colla dis- 
unione comune, la polizia traeva qualche alito di 
vita : agonizzava la misera, sfasciata dalla maturità 
degli eventi, tanto che nei giorni della settimana 
santa del 1860, allorché gli sforzi di Sant'Anna e 
de' suoi prodi tenevano orgoglioso nei campi paler- 
mitani il vessillo tricolore, in quei giorni, nell'occa- 
sione d'una processione, s'era convenuto con dimo- 
strazione pubblica consentire ai voti di quei predil- 
la polizia titubante si fece a prevenire questa mani- 
festazione, e il popolo s'astenne, consigliato dai mi- 
gliori: e s'astenne altresì a malincuore nel sabato 
santo, quando la cerimonia della Chiesa annunziava 



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la rerarrezione; ma questa volta i passi erano oltre* 
modo spinti; onde si videro funzionarii civili e mi- 
Mtari correre per te vie : il generale Rodrìquez nel 
largo del Duomo aspettare Tesito della festa : varie 
compagnie di soldati schierarsi anch^esse e dipen- 
dere dai cernii dei loro capi ; il perché fti detto cìm 
l'apparecchio bellicoso compiva quanto dai cittadini 
inermi non s'era potuto fare, e Vincenzo Statella, av- 
vicinatosi al Rodriquez, non avea ritegno di dire che 
egli stimava nel Generale l'uomo decorato nei campi 
lombardi nel 4849, e per questo avea più volte ba- 
ciato la croce d'onore meritata in quell'epoca: bra-» 
mava dunque che quella croce rimanesse immaco- 
lata in quel petto; e Rodriquez, non potendo altro, 
abbracciava lo Statella. 

Abbiam nominato Rodriquez, ed è necessaria una 
parola sul medesimo. Quest'uomo dabbene esercitava 
in Siracusa l'uffizio di comandante della piazza e 
della provincia. Altra volta era stato in mezzo a noi, 
ma in infauste vicende, e in grado infimo ; e com- 
presso dalla violenza, avea segnato, nel luttuoso 1 837, 
quante condanne furono di morte e di ferri ; e forse 
nel suo cuore cercava l'istante di fare ammenda ^ 
quelle colpe involontarie, e che gli si facevan com- 
mettere a nome della legge. Dopo scorsi più di ^ 
anni, Siracusa gli era cara più d'ogni altro, e ri- 
petea che in mezzo a noi avrebbe desiderato pas» 
sare gli anni avanzati, in mezzo a noi chiudere gli 
occhi alla vita. Amici parecchi avea: taluni spogU 



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-(152)- 

della verDice subdola, gli erano 6dati egli consiglia» 
vano il bene; altri andava talvolta a turbargli la in- 
vocata quiete, ma egli intemerato e pur credulo, se 
si addolorava, non per questo strascinavasi in ec- 
cessi, voleva la pace necessaria grandemente alla 
sua età ed alla sua vita tutta casalinga e serena. La 
polizia non appagavasi di lui, e il métteva in discre- 
dito ; egli resisteva a questi colpi di nequizia, e da 
generale salito a maresciallo, conobbe la stima che i 
Siracusani facevano in ogni occasione di lui : la co- 
nobbe più piena allorché chiamato a reggere in Na- 
poli il nuovo uffìzio, chiese ed ottenne di continuarlo 
in Siracusa, con compiacenza di sé, con letizia dei Si- 
racusani, i quali al vedere intorbidare la marea du- 
bitavano che il comando cadesse su qualche paladino 
delcarrettiano, onde la bontà di Rodriquez veniva 
da tutti preferita alle novità virulente di qualche 
feroce. 

Rodriquez dunque si vide in sul bel principio in 
una strana lotta. 11 dovere d'ufficiale imponevagli 
un'attitudine leale: daltro canto la ragione de' popoli 
non scendeva fredda nell'animo suo; ed agli amici 
consigliava avvedutezza, suggeriva prudenza nei ri- 
schiosi intenti. Ma di fuori non era Rodriquez. Sal- 
zano, comandante in Palermo, avvisava ad ogni ora 
sconfitte e punizioni : ora le squadre siciliane di-^ 
isperse, or ridotte a rendersi a discrezione : gli uo- 
mini siciliani chiamati or briganti, or facinorosi, or 
anime riprovate dal civile consorzio: i Siciliani 



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— ( 163 )— 

faofi lizza oon si diraderò di questi briganti se vo- 
lessero sperare un qualche bene di salute. E vera* 
mente l'asseveranza delle parole di Salzano se con- 
fortavano gli amici del Borbone e indispettivano i 
generosi, aveano poi il pregio di esser credute da 
molti : e Rodriquez anche vi prestava fede. Se non 
che un bel giorno giunge la nuova che in mezzo ai 
trionB di Salzano, e nell'orgoglio dei suoi militi in- 
vulnerabili, un uomo raro e gemente in ogni tempo 
deiroppressione dell'umanità , partito da Genova 
con mille prodi su due navigli a vapore, avea feli- 
cemente posto piede nella spiaggia di Marsala, e di 
tratto mutate le condizioni, stavasì ad aspettare il 
gran finale del dramma. Ci guardammo tutti: pen- 
sammo a qualche cosa d'arcano poco prima avvenuta, 
e i maliziosi trovarono la spiegazione della bella notte 
di maggio, nella quale l'armata inglese avea fatto 
nei nostri mari quel magnifico giuoco. Crebbero le 
ansie e le incertezze : il cuore di tutti converse sul- 
l'uomo unico e benevolo : Garibaldi fu il solo nome 
che occupò la mente dei divoti alla salvezza italiana ; 
non si disperò dell'impresa : ognuno ebbe fede nel 
valore e nel prestìgio dell'uomo miracoloso : s'invi- 
gorirono i tiepidi, fu universale il giudizio che colla 
parola possente di Garibaldi e col sentimento una- 
nime della Sicilia a scuotere il giogo, la causa sici- 
liana era vinta. Salzano però si rideva di questo eroe 
Garibaldi : dicea anzi di aver a cuore di misurarsi e 
cogliere nei lacci il famoso filibustiere e compagni 



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pirati : non attendere che nn incontro, e far finita la 
giostra. Questi i prcMslami mandati pel regno e sol- 
lecitamente pubblicati da' poUziotli : queste il con- 
sueto conlegno di uffisiaii d*oiiore ; ond* è che Ao- 
driquez e per dar segni dà mote e per <!ondiscender 
ai voleri del governo «ra costretto ripetere le ingiurie 
ribalde di Salzano, e scrivea : 

« Siracusani ! 

« Uu branco di sfaccendati, giorni or sono, toc- 
cava il suolo di questi dominiì addentrandosi a ra- 
pinare pei paesi delle provincie di Girgenti e di 
Trapani. Il valoroso esercito li ha di già dispersi con 
la mitraglia. 

« Epperò questa circostanza ha sospeso gli animi 
di taluni, ed i tristi, avvalendosene, cercano trovar 
proseliti per turbare l'ordine pubblico. 

« Dopo tutto ciò mancherei al mio dovere se non 
lo manifestassi a questo paese, che in tutti i tempi 
è staio il modello del rispetto alle leggi e dello at- 
taccamento per lo augusto Principe che ci governa. 
Laonde, senza diffovid^mi in esortazioni perchè que- 
sta città si tenga salda ai suoi principii, prego i 
buoni di sempre più rannodarsi per conservare inal- 
tera^ta la tranquillità e l'ordine; in opposto, mi 
piange il cuore in dirlo, facoltato da mezzi che sono 
in mio potere, sarei costrelto usare del rigore verso 
i manchevoli, locchè influirebbe accidentalmenle 
anche sui buoni. 



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^( 1S5 )- 

a Adunque si €vili la guerra dvite : si pensi a(la 
proprietà ed alla vita : si ^FÌspettinoi pubblici fira«- 
zionarìi/che io sarò ramioo,il padre di questa città^ 
che, da sette aani che è a mia dipesideaaiza, non mi 
ha dato motivo di dogliamza aloona ». 

Rodriquez parrlava €la soldato, « i modi som bru- 
schi quali un militare sa usare : pure fingiuria at 
salvatori ^ella Sicilia non p(rtea passare inosservata, 
e nello stesso giorno altra stampa dei Siracusani di- 
ceva a Rodriquez : 

« Nel proclama di quest'oggi avete fatto ricordo 
dei benevoli e patemi affetti da voi nudriti per sette 
anni a prò dei Siraousaa^i. Rivela ciò che sotto la 
divisa militare dell'esercito napolitano non tutti i 
cuori sono contaminati dairaliio |)estifero dell'au-^ 
striaca influenza. 

« Voi ne deste chiarissima prova quando vi toccò 
in sorte di cimentare la vostra vita nei campi lom*> 
bardi, or sono dodici anni, per la più giusta e per la 
più onorata causa della libertà e (kll'indipendenza 
d'Italia. Fin d'allora nei nostri cuori palpitò un sen- 
timento di benemerenza in favore di Giovanni Ro- 
driquez colonnello del decimo di linea : fu d'allora, 
e non da sette anni addietro, che salutammo in voi 
un bravo e leale soldato della nazione, e non mai 
un sostegno della tirannide, 

« Dunqne, sig. Generale, le reciproche simpatie e 
lo accordo benevolo di padre e di figli non si emana 



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— ( 166 )— 

da sterili e ristretti vincoli di vicinanza, ma da più 
alta e nobile ragione che si addentella al glorioso 
fremito che alimenta ed esalta 26 milioni d'Italiani 
da Susa a Pachino, e che oggi si scaglia a rove- 
sciare la esosa tirannide del Borbone, nemico ineso- 
rabile del bel paese. 

« I Siracusani poi non hanno giammai mentito 
alla causa della libertà e della nazione, han serbato 
umile sì ma intemerata l'aspirazione a gloriosi de- 
stini ; quindi mal vi avvisate a denunziarli ai fratelli 
di Sicilia e d'Italia attaccati al più abborrito go- 
verno d'Europa. 

« La prima volta che in pubbliche stampe avete 
fatto appello di paterni affetti verso i Siracusani, ci 
duole amaramente di scorgere un bugiardo sorriso 
di trionfo che non è toccato dal k aprile fin oggi 
alle armi napolitane. Eppure, gelosi noi stessi delle 
convinzioni favorevoli alla nostra fama, vogliamo 
piuttosto credere che ignoriate le condizioni politi- 
che della Sicilia nostra, anzi che incliniate a calun- 
niarle. Quindi ci è acconcio dirvi che non sono 
sfaccendati né tampoco autori di rapine coloro che 
sbarcarono e sbarcheranno nei nostri lidi, ma vecchi 
ed onorati soldati volontariamente usciti da quelle 
gloriose file che pugnarono in Palestro, Varese e San 
Martino, e che fra non guari ascenderanno a 30 mila 
sotto la mano poderosa dello intrepido Garibaldi. 

« La causa della Sicilia inoltre e non dei predoni 
ha guadagnato in breve tempo la simpatia delle più 



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-(157)- 

colte nazioni d'Europa ; cosicché, senza parlare della 
comune patria italiana, le contribuzioni in numera** 
rio avute luogo in Francia e in Inghilerra ascendono 
oramai a parecchi milioni di franchi. 

« Le ingiuriose caratteristiche lanciate dal gene- 
rali Salzano, redivivo Giulay dell'armata napolitana, 
contro quei generosi che sostengono le battaglie 
della patria fuori le mura di Palermo, se sono degne 
delle turpi ispirazioni del vilissimo Maniscalco, non 
possono comportarsi di venir riprodotte dal mare- 
sciallo Rodriquez, il cui animo saldo nella virtù non 
si è giammai piegato agli scellerati ed iniqui subii- 
lamenti di pochi e miserabili sgherri. 

« Giova finalmente informarvi che il morale dello 
esercito annunzia oggimai che la causa della na- 
zione va diffondendo salde radici col rischiarare la 
mente degli uffiziali e dei soldati sedotti ed acce- 
cati da una prava politica inaugurata da kO anni 
dall'abbominevole dinastia borbonica, il cui soste- 
gno appoggìavasi nell'infondere odio ed incarnare 
la dimenticanza nelle milizie d'esser figli e parte del 
popolo. 11 decimo di linea (1), quel reggimento che 
sotto il vostro comando seppe cogliere le palme glo- 
riose della vittoria nella Lombardia contro l'Au- 
striaco, ha protestato in Palermo di non volersi ba- 
gnare di sangue fraterno. Voi creaste nei vostri fidi 
del decimo le belle inspirazioni ! Dessi offrono ora 

(I) Questa notizia la recò in Siracusa un siciliano venuto 
•con un Yapore napolitano lo stesso giorno 18 maggio. 



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at loro compagni! il cvvibe e nobiie esempio — ricor- 
dano a Toi che la Tirinh e la gloria non ammettono 
contraddizione, e solo splendono intemerate e bene- 
dette quando rifuggono daUe calnnnie e dalle men- 
aegne, alle «piali tentano dì trascinale la purezza 
della vostra anima i nemici del pubblico bene e 
gl'invidiosi deUa vostra fama. — 18 maggio — ». 
Lo scritto cennaie* non sappiamo» quanto valiga : 
ma una cosa vale, cioè la franehezza e l'audacia di 
chi lo dettò, il cpiale sapea di essere in Siracusa, in 
mezzo a nemici armorti, e non trattavasi di altore 
una bandiera e girid^re viva TUalia senza timori o 
pericoli, ma di romperla con essi nemicì^sedire : a?c* 
eettate la provocazione di sterminio^.. Sappiamo poi 
che il buon Rodrìques addolorossi at ricordi men- 
aiooati, e scusavasi di continioo ; ma quale risoluzbne 
poteva essere la swj, se compagni tristi lo assedia- 
vano e lo stringevano a colpi estremi?, se uà cuore 
perverso qual era il capitano ifel gemo Pvest non 
sognava che catturaenom e tormenlit se la po1izia>, 
stomacata dalle perpl^essità di Rodriquez, scriveva 
continuamente per dìstmggeirloy e non voleva che 
visite nelle case, kiquKiraoni comuni, processi mi*» 
steriosi, esiiii subitanei', caireeiazioni ? Ed erano co* 
nati disperati. Ma l'eroe* famoso annientava le mene 
inique: egli vittorioso in Garim, a Calatafimi, en- 
iRava per prodigio i» P^rmo, e l'Europa ad un'ora 
fu attonita in sentire la distruzione di lui, annunziata 
da SaIzano> e ii suo trionfo inaspettato. La lotta non 



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più disuguale cotaàkMB a ragicns^ i veUgii : Palermo 
sidbtta a macerie non scese a patti: volle fuori i 
nemici, e la soldatesca borbonica scompariva. 

Or date tregua agli spiciti a ial nuova ! E Sira- 
cusa dovea sopratuUo-faiseAe'Ueta, perchè^ in mezzoi 
alle generali felicità, una parola di Garibaldi era 
caduta su lei r ella avea letto una decretazione da 
Alcamo, addì 1 7 ma^o, colla quale il gran capi^ 
tlano volgendo il pensiero al riorganamento della 
Sicilia, dicea che fe leggio % decreiiy i regohxmenti quali 
m^ano sino a' ì^ maggia 1849^ tornavano in pieno vi- 
gore^ e Siracusa durava nella spoliazione di capo 
luogo di provincia. Coi^ìderate^ se coiraffietto d'una 
gratitudine sincera levavasi Siracusa a benedire il 
grand'ùoma ; e Garibaldi idolateato da tutti meritava 
anche la riverenaa ossequiosa dei Siracusani, onde 
it Comitato provvide a mandair persone per lìargli 
questo omaggio : 

« Generai^P 

« Una mano di prodi sostemeva, con esempio fon» 
unico nella storia, sia dal h aprile, Furto di nume* 
vose schiere^ pativa i; disagi d*uiBa gaerra hieguala 
e sopportava il vilipendio e la calunnia d'un nemica 
wo a riporre la vUtorta nelle armi: non già, ma nella 
perfidia : la Skilìa ansiosa avea riposti gli sgsardr sa 
quella sdriem, e eai^aava con impazienza U ferro 
ealatcì da undici annti sotto i cenci ddln sua org^ 



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-(160)- 

gliosa miseria. Quando voi appariste, pugnaste, Vin- 
ceste non come Cesare che conquista, ma come Ca* 
millo che ridona alla patria il suo retaggio. 

« Le vostre virtù militari e cittadine, che appar* 
tengono oramai alla storia dei due mondi, vi avevano 
già da gran tempo additato alia patria fremente come 
il campione del suo riscatto. Il vostro sguardo di 
aquila scorse il passato e l'avvenire, e con la fede 
che avvia e compie le grandi imprese, segnaste al 
Re galantuomo il termine del glorioso cammino, 
proclamando per la prima volta in quest'Isola quel* 
Vunità d'Italia che fu sempre il sospiro del vostro 
cuore, la corona ambita nelle vostre battaglie. 

« I Siciliani, educati da lunghi anni a vagheggiare 
nel silenzio della notte che li circondava il gr^in 
pensiero, risposero con entusiasmo al vostro concetto, 
ed alzarono con voi il grido terribile che agghiaccia 
di terrore TÀuslria e i suoi sgherri. 

« Né questa vetusta città, che è il palladio delle 
memorie d'un gran popolo deirantichilà, mancò di 
mostrare ancor essa fra le bastie e i cannoni delle 
borboniche coorti, col documento del iO maggio, 
indirizzato alla Maestà del Re Vittorio Emanuele, 
che ritalia non vuole avere altro confine che il mare 
e le Alpi. 

« Splendavi dunque, invitto Generale, un avve- 
nire degno del passato !... Ài plausi ed alle benedi- 
zioni che da ogni parte d'Italia vi mandano i popoli 
aggiungete il saluto dei Siracusani che vi offrono i 



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. ; -( 161 )- 

loro figlr avidi di accorrere intorno alla vostra ban- 
diera. C!on tanto condottiero e sotto tali insegne noi 
ei ricorderemo, e non indarno, che vi ha in Italia 
una Babilonia da abbattere , una Gerusalemme da 
liberare. 

« Siracusa, 3 giugno ». 

L'eroe di Varese ascoltò l'indirizzo con ineffabile 
pacatezza : volle anche sentire il voto indirizzato a' 
iO maggio al Re. Ma brava I soggiungeva Tuomo 
singolare : Siracusa è degna della comune attenzione : 
quest'antica repubblica, la città delle antiche memorie, 
sopra ogni altro paese della Sicilia, attira le generali 
simpatie. — Ripetiamo il vero per come ci fu scritto 
da Vincenzo Statella, da Michelangìolo Moscuzza, da 
Giuseppe MajelU, da Giuseppe Germano, delegati a 
questo dai Siracusani, e sian conforto le parole del- 
l'uomo unico alle ingratitudini di malvagia fortuna 
e alle nequizie degli uomini che han creduto vanto 
di civiltà scagliarsi contro la città rinomata !... 

Torniamo al maresciallo Rodriquez. Gli eventi 
incalzavano, ed egli non trovava modo d'uscire 
d'impaccio. Sin dal primo insorgere di Palermo egli 
avea detto che la sorte dei Palermitani, se prospera, 
avrebbe anche rifluito su Siracusa, e risparmiando 
ogni tenzone, avrebbe del miglior modo trattato co- 
gli eletti del popolo. Poscia al muoversi di Catania 
avea ripetuto le promesse di Palermo, e i Siracusani, 
che non più credevano a queste lusinghe, pure erano 

Siracufa 11 



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-( 162 )— 

nell'oscuro dei fatti catanesi, e avean mandato in 
Catania ì) noto Caroielo Conigliaro con lettera pei 
componenti quel Comitato : ma costoro eransi allon- 
tanati, e da Mascaluda rispondevano a'voti di Sicilia; 
il perchè Conigliaro con estremo cimento erasi quivi 
condotto ed ottenuto lettera dai sig. Gravina e Gisira, 
e tornava in Siracusa con la nuova non felice del- 
Tattitudine regia in Catania. Questo sapeva Rodri- 
quez ; ma il popolo sapeva di volere entrare risoluto 
nella nuova via, e non temeva pericoli : la polizia 
sentivasi sfasciata. Erasi veduta una bandiera sul- 
l'alto dell'orologio del Carcere nuovo, non ostante 
che vi stesse da carceriere il famoso San Giorgio, ex 
soldato della compagnia d'arme di Corleone , che , 
in merito d'aver colto il barone Bentivegna, avea 
ottenuto rimpiego detto : e di giunta stava anche 
nel carcere nascosta il consigliere d'intendenza Mi- 
Ione, altro galantuomo, compare di San Giorgio^, e 
complice al paro di lui della perdita di Bentivegna: 
pure la bandiera erasi alzata, e le milizie quivi (M 
guardia aveano strepitato da demonii. Che era dun- 
que da fare ? Il popolo crescendo in ardire avea 
manifestato a Rodriquez di ritirarsi coi suoi nel Ca- 
stello, come nel i SkS avea fatto il generale Palma ; 
Rodriquez invece avea cercata lo appoggio del de-^ 
curionato, e con la costui opera intendeva blandire 
h classe minuta : però i decurioni aveano risposto 
cbe non erano più poteri in essi, mentre pel decreto 
4i^V Dittatore Garibaldi dovean^i richiamare gli eletU 



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-( 163 )- 

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-( 163 )- 

del 1849; Rodriquez non sapea che risolvere: 
SDandò fuori un bando col quale veniTa diminuito 
il balzello sul macinato dei grani ; e il popolo a non 
curarsene : gridava invece che tali provvedimenti 
era tempo di emettersi da un comitato popolare, 
come quello che avrebbe potuto rappresentare i co- 
muni interessi 9 dacché non era né giusto né tollera- 
bile quello stato precario di còse ; le voci in questo 
fecevansi discordanti e tumultuose: molta vigoria 
Bel popolo, nullità ed impotenza negli agenti della 
polizia, i quali d'altro canto stavano nascosti e tre- 
manti ; si gridava dunque Comitato, e Rodriquez in- 
certo: i componenti però del Comitato, che nel segreto 
per lo innanzi avean maturato le cose in Siracusa,, 
mandavano fuori questo avviso: 

« Siracusani! 

tt Mentre in ogni angolo della Sicilia sventola iT 
tricolore vessillo, coloro che ignorano o fan mostra 
d'ignorare le condizioni eccezionali della nostra 
città, tentano di far credere che questa popolo si 
lasci vincere da una condannevole inerzia. Essi men^ 
tono o sono in un deplorabile inganno. 

« Onde gli animi sì rassicufino, vi si fa noto che 
persone degne della vostra simpatia, non da oggi 
soltanto, ma fin dal mese di dicembre 1859 non 
cessarono mai di seguire eoa ansioso afifet(0 il corso 
étf^ eventi,, vegliando a mettere in> s»lvo quandi 



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-( 164 )- 

che sia il pubblico e privato interesse, e sono pronte 
ad accorrere ove le chiameranno i bisogni della 
patria. 

« Quando il velo del mistero non sarà più neces- 
sario, esse metteranno intatto nel\p vostre mani quel 
potere che a voi soli s'appartiene. In quel giorno, 
forti dei vostri dritti, e liberi da ogni pressione, voi 
potrete, compiendo in piena luce l'opera incomin- 
ciata nelle tenebre, dare all'Italia che vi guarda le 
prove di quella civiltà che vi ha fatto benemeriti, e 
vi farà grandi ». 

Questo facevasi a' 22 maggio ; ed era un incre* 
scioso contrasto la condizione anomala di Rodriquez, 
la inutilità della polizia, le jattanze d'ogni classe di 
cittadini, la perplessità dei funzionarii pubblici, le 
spavalderie della milizia : quindi i frequenti disor- 
dini derivati anche dalla diserzione di qualche sol- 
dato: diserzione di cui volevansi promotori e istiga- 
tori i Siracusani, il che per altro era vero ; ed una 
sera non fu lieve lo sgomento per la fuga d'un ca- 
porale e per le grida che mandavano i compagni 
joieirinseguirlo; ma il caporale, aiutato a tempo, 
scompariva. Rodriquez a strepitare per quella notte 
e il giorno di poi ; i suoi a reclamarlo vivo o morto; 
si minacciò la città di sacco e di fiamme : furono pa- 
role, e il caporale potè ricoverarsi in Noto. Altro 
giorno nasce un alterco tra un soldato ed un popo- 
lano entro una bettola ; si viene alle mani : la voce 



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— ( 165 )— 
si sparge; i vicini chiudono le case;i lontani al- 
rincompreso rumore serrano anch'essi gli usci ; per 
ogni dove un correre e un dimandare : bisbiglio e 
clamori in ogni via : nei luoghi militari rinforzata la 
gente: minacce di bombardamento e di distruzione. 
Siracusa da quel giorno non si tenne più sicura ; sì 
pensò a trovare altrove un asilo : l'occasione era 
calzante, come estremo il pericolo: i soldati ingiuria- 
vano con ricordare esempi funesti ; ogni patto dì 
conciliazione pareva impossibile, e la risoluzione di 
emigrare divenne generale, molto più chela nomina 
del governatore di Siracusa ne dava il destro, e in 
tal nomina era la facoltà di scegliere un luogo con- 
facente ai negozìi nazionali quante volte la milizia 
borbonica ne impedisse le funzioni. Da qui lo abban- 
dono dei proprii lari inconsiderato e istantaneo. 

Si vide in città un movimento confuso di carriaggi 
Q di vetture. Nobili e plebei a far fardello, e partire 
da Siracusa : la pressa degli uni incitava i renitenti 
e gl'indifferenti: i carriaggi mancavano ai moltiplici 
bisogni, e i trasporti facevansi di giorno e di notte; 
le cose preziose del patrizio e dell'agiato ammuc- 
chiate e confuse : le suppellettili logore dell'infimo 
del popolo anche portate via in strano modo : fuggi- 
vano gli ecclesiastici d'ogni età e d'ogni disciplina : 
vuotavansi i monasteri , ed era spettacolo nuovo 
quello di tante monache avanzate negli anni e ca- 
gionose in salute lasciare l'amato asilo dopo settanta 
e più anni per trovare un po' di salvezza, per ìscan-» 



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^( lee )- 

sare il farore dei ribaldi soldati. Né era stranezza. 
Non erano caduti sotto il ferro e il fuoco dei bor- 
bonici i santuarii e ì monasteri più distinti di Pa- 
lertno? La chiesa della Gancia non era- stata invasa 
e saccheggiata ? La Madonna di essa chiesa, il cui 
culto era divozione particolare dei Palermitani, e 
per cui i doni erano numerosi e preziosi, non furono 
preda sacrilega dei prodi di aprile ? Quest'erano ve- 
rità, onde l'Arcivescovo non potea né sapea trovar 
modi d'impedire la partenza delle suore. E vedi 
coincidenza. La storia ricorda che nelle guerre del 
1734, per le pretensioni spagnuole, e pel bombar- 
damento toccato a Siracusa, le suore erano parimente 
uscite dai monasteri : ora tornavano ad uscire perchè 
molestate dalla stessa dinastia spagnuola, la quale 
contava Tultimo giorno di sua esistenza. Era dunque 
una fuga di tutte le classi, e le più con sacrifizii 
estremi perché in misero stato. In pochi istanti Si- 
racusa fu un deserto i chiuse le botteghe, chiusi i 
magazzini e i negozii ; il popolo fu veduto in gran 
copia raccogliersi nelle vicine campagne, nei casini 
magnatizii, nei caseggiati dei villici, nei fenili, nelle 
stalle; altri nelle grotte, nelle miniere, allo scoverto. 
Eran piene le campagne di Taracati e dell'Isola: 
pieno quasi l'intero territorio siracusano. Non ba- 
stava. In Floridia andarono a fermarsi da ottomila 
cittadini ; poco meno in Àvola : altri in Noto, in Pa- 
lazzolo; altri in Melilli, in AgQsta, in Belvedere, Una 
gioventù fervida andò a mettersi tra' volontarii di 



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~( lOT )- 

Garibaldi, e trovossi ardita nei fatti d'arme della Ca-^ 
labria, fin nei combattimetiti memorandi sotto Ga«* 
pua. — Nella campagna poi non si badava airaria, 
e vedevasi la povera gente rannicchiata \n luoghi 
pestilenziali e quindi in balia delle malattie e delle 
morti, le quali non tardarono a mostrarsi, e dare 
tristi esempi. Si tacciono le violenze a cui andò 
incoatro Tinnocenza e la pudicizia, anche di giova- 
netto che non conoscevano altra dimora che quella 
accordatale dalla carità, come Torfanotrofio , e che 
aveano dovuto abbandonare; i feroci ne approGtta- 
vano. E intanto cessati i lavori quotidiani, le occu*- 
pazioni domestiche: l'ozio che macerava gli animi : 
il bisogno che logorava numerose famiglie: fortunato 
chi avea in serbo pochi scudi, infelice chi difetta- 
vano; non era da sperare dalla generosità altrui, pel 
timore che ogni cosa sarebbe divenuta anche scarsa 
agli agiati; e veramente stringeva i cuori il dire che 
di quelle sciagure non sapeyasi se vicina o sempre 
rimota Torà di vederle finite. Così Siracusa fu un se- 
polcro silenzioso; tetre le case e diserte, se togli il 
lamentarsi di qualche animale domestico lasciato o 
per incuria o per necessità: il resto alle voglie dei 
baldanzosi padroni. 

1 regii cantarono osanna. Sparvero le rappresa- 
glie; il contegno ostile del popolo che tanto era in 
uggia ai soldati, cessò anch'esso : s'acquetarono tran- 
quilli, e l'opera loro fn tutta intenta alla difesa, a 
premunirsi da qualunque aggressione, a sostenerai 



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H 168 )- 

contro il temuto e il terribile Garibaldi. Difatti il Bor-- 
bone non dormiva. A Siracusa mandava uomini ed 
armi ; mandava provvigioni ; e la condizione dei Si- 
racusani rovinava sempre più : ma era naturale. Si- 
racusa avea creduto in quel modo fare solenne ma- 
nifestazione della sua fede politica : restarsi in città^ 
non era pei cittadini né consiglio né volere : transa- 
zione non era con uomini istigati alla ferocia e al 
bottino; molto più che parecchi dei paladini discacciati 
da Palermo eran venuti a rinforzare la milizia di Si- 
racusa, e costoro non aveano altro linguaggio che di 
vendette : ripetiamo, transazione non era : d'altro 
canto gli atti del Dittatore chiamavano i comuni a 
rialzarsi sui proprii dritti, e nuovi ordinamenti erano 
necessarii, e pronto adempimento di salutari leggi. 
Ci accogliemmo dunque col delegato del governo 
nazionale, e pensossi alla cosa pubblica. 

Siamo in Floridia. 11 governatore Antonino Mon- 
teforte vincendo gli ostacoli che portavano i tempi e 
il luogo, non curando la vicinanza dei regii che da 
Siracusa ben potevano a lor volta aggredire il paese 
e distruggere ogni forma di nuovo regime, é in Flo- 
ridia a' Ib giugno, e nella dimane (i5) si annunzia 
nel distretto col programma seguente : 

« Chiamato dalla fiducia dell'invitto Dittatore al 
governo di questo distretto, sento il debito di prote- 
stare non essere in me ambizion di potere o presun- 
zion di scienza, ma volontà risoluta a fare che i co- 
muni affidati alla mia vigilanza sorgano degni della 



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«(169)-. 

conquistata libertà. Ardua opera, in vero, e da sco- 
raggiare i più animosi ; ma io vorrò confidare nei 
sinceri volenti il comune bene, ini aiuterò dei lumi 
di chi verace vede il trionfo dell'Italia una, e con 
l'animo commosso al sospirato evento, dirò : siate 
concordi, che nella concordia è la forza dei liberi ; 
siate indulgenti se aspirate all'amore dei fratelli ; 
rispettate le leggi ; seguite i generosi esempi; soffo- 
cate i privati rancori ; vivete nel sentimento della 
gloria, e l'universale riscatto sarà compiuto. Non è 
oggi il tempo delle gare fraterne, non della corru- 
zione funesta, non della calunnia maligna, non della 
delazione perversa, non delio strazio delle pure co- 
scienze. Liberi siamo nel pensiero e nell'azione. Oggi 
è mercede di virtù quel che ieri punivasi come de- 
litto : l'orizzonte è mutato : e saran luce le tenebre 
e premio il combattere contro la lordura del male : 
scompariranno le torture e i flagelli ; sarà sacro e 
inviolato il domestico tetto, garentita la persona ; la 
parola suonerà divincolata da ipocrita inquisizione ; 
sarà il regno della legge : ed è ragione che ciascuno 
senta la dignità d'esser uomo e italiano. 

« Adempiamo dunque il dovere che ci corre da 
leali e franchi : ricordiamo d'esser chiamati a vita 
nuova e a prove solenni : ricordiamo che l'ora dei 
sagritizii non è finita, e che la patria attende da noi 
non un solo ma mille atti di civile coraggio. E voi, 
cittadini, sarete pronti al richiamo di lei : animosi 
stringerete un'arma : la lotta sarà per avventura tre- 



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-( 170 )- 

menda, ma pronta e sicura la vittoria, dacché pa^ 
gnano con noi la fede e il dritto ad una causa santa, 
la giustizia di redìmerci dal servaggio, la coscienza 
di risorgere a virtù. Poi tornando alle vostre case 
dite alle famiglie che libertà è amore del prossimo, 
affetto per tutti, sian qualunque le condizioni e le 
origini : dite che libertà vuole abnegazione sincera, 
e lascia la violenza e la rapina ai feroci del dispo- 
tismo : dite che lo Stato ha bisogno di tributi, senza 
di che Tedifizio sociale non si sostiene : dite che non 
è liberale colui che attenta all'altrui vita o rapisce 
l'altrui sostanze o macchina vendette o s'ammanta di 
furore, costui non è italiano nell'anima, ma serve 

suo malgrado il nemico » 

Correvano al Monteforte gravi doveri : l'organa- 
mento municipale nei modi della legge del i812; la 
chiamata dei volontarii, per l'esercito di terra ; dei 
capaci pel servizio della marina : la leva pel contin- 
gente dei muli e dei cavalli : la elezione delia com- 
missione speciale per la punizione dei crimini : l'or- 
dinamento della pubblica sicurezza sotto il potere del 
Questore e dei Delegati : la composizione della guar- 
dia nazionale; e più di tutti il grande atto dell'annes- 
sione della Sicilia al regno italiano. II governo di 
Floridia spingeva con alacrità quest'opere, e nel mi- 
glior modo vi riusciva, imperocché le voglie di con-* 
tribuire a questa ricostruzione morale e materiale dei 
comuni negozii, erano piene n(^li animi di tutti ; e 
quanto ai Siracusani, far la volontà di Garibaldi non 



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~( 171 )^ 

era solamente debito, era graiiladioe. Non avea egli 
decretato a* i7 maggio da Alcamo che Siracusa tor- 
narsene! vantooonferitoledalla rivoluzione del Ì8b8? 
Non era questo il significato puro dell'art. 9 di esso 
decreto ? 11 perchè i Siracusani e Finterà provincia 
lessero lo invito che addì i6 giugno Monteforte fa- 
ceva ai vani funzionarii, quali erano ricevitori distret- 
tuali, percettori comunali, ricevitore dei RR. e DD., 
conservatore delle ipoteche, direttore delle poste, 
ricevitori dei D, !•, acciocché costoro versassero 
nella cassa della ricevitoria generale in Floridia tutte 
le somme di conto dello Stato. Ài funzionarli poi della 
magistratura e direttori provinciali ed altri ufficii, 
davasi l'esempio di seguire il capo del distretto. Ed 
ecco i magistrati criminali e civili venire in Floridia: 
vennero altri impiegati ; se non che si volle mettere 
in campo non so quali sofisticherie da parte del rice- 
vitore generale in Noto; e cominciarono i guai alla 
finanza del siracusano distretto. 11 Governo, o male 
informato o illuso, avea disposto che i varii agenti 
della percezione del distretto di Siracusa fossero 
andati a versare nella cassa di Noto, e ciò pel tempo 
che durava l'occupazione borbonica in Siracusa. 
Strana determinazione e strano lo scopo. Che si temea? 
Forse che le poche sommo raccolte per conto della 
nazione, riunite in Floridia, avessero attirato i regi! a 
farne man bassa ? Ma in Floridia erano altre ric- 
chezze qhe le poche e sparute raccolte in quei primi 
tempi : erano le ricchezze e le sostanze delle fami-» . 



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-(172)-. 

glie siracusane ivi radunate: erano queUe dei Flori- 
dianì; e certamente i regii, una volta risoluti di rom* 
perla col governo di Floridia, non stavano sui con- 
venevoli col solo denaro nazionale, ma per trista 
esperienza sapevano far bottino di ogni cosa. Da qui 
il continuo dibattersi di Monteforte col governo: il 
protestare continuo contro Tillegatità delle pretese 
notinesi : da qui le reclamazioni giuste di coloro che 
i$ervivano come pubblica forza. Eppure la caparbietà 
vestivasi dell'imponenza della ragione, e trionfava. 
Fra le decretazioni della Dittatura era quella di 
istituire i consigli di governo in ciascun distretto. 
Floridia era sul punto di provvedere a ciò, allorché 
giunse altro decreto che abrogando questa istituzione^ 
ordinava le classi degli ufficii. di governo, e diceva 
di prima classe i governatori di provincia, di seconda 
classe quelli di distretto. In tale nuova fase non face- 
vasi parola di Siracusa : strepitarono i Siracusani, e 
con giustizia. C!ome? dicevano essi : e il decreto del 
17 maggio 1860? e lo articolo 9 del decreto mede- 
simo? e le sofferenze grandi dei Siracusani, le pri- 
vazioni presenti e lo abbandono dell'amata patria? e 
i titoli passati, le violenze del 1837, la reintegra- 
zione del 18^8? Che il Dittatore dimenticasse Sira- 
cusa, e in momenti così solenni, non era da credere; 
onde Siracusa protestò per via del suo governatore, 
e le parole furono gagliarde e recise , furono solenni 
e forti, le quali valsero ad arrestare qualch'altro atto 
di inconsiderato danno per Siracusa ; ma le cattive 



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-(173)-^ 

fraudi nbn cessavano di lavorare in male contro di 
essa. 

Queste le lotte siracusane in Floridia : maggiori 
e più pericolose in Siracusa, dove l'opinione delle 
milizie erasi rivolta sinistra su Rodriquez, e ad 
ogni costo si voleva la costui perdizione. Soffiava 
sdegnoso più di tutti il capitano del genio Prest, e 
con lui altri uffiziali, e il cappellano Misseri, i quali 
tutti, non che chiamare inetto il Rodriquez, lo quali* 
Scavano traditore e causa dei loro malanni in questi 
luoghi. Si vblea che l'onesto generale precipitasse in 
provvedimenti estremi ; che facesse catturare quanti 
irrequieti erano tornati in città e li facesse giudicare 
da un consiglio di guerra : mostrasse vigoria anche 
coi soldati, e troncasse così ogni voglia alla diserzio- 
ne, mentre questa s'era fatta frequènte in ogni corpo: 
Rodriquez era maledetto dai suoi, e un giorno poco 
mancò che una voce malevola non s'ingrossasse a 
spogliarlo del potere.; la discordia dunque avea ca- 
gionato l'indisciplina. A sviare le menti poi dal pen- 
siero di redenzione italiana, contribuiva nei soldati 
la venuta continua di legni a vapore con nuovi uomini 
e nuove munizioni, e altresì la mala arte di occultare 
il vero stato delle cose; onde in tale incertezza sti- 
mossi di mandare in Napoli il maggiore Violante per 
conferire col re e col ministero, conoscere il vero 
andameqto della rivoluzione, quali gl'intendimenti 
dei suoi compagni in quella capitale. Partì dunque 
Violante, e da lì a poco tempo ritornò in Siracusa, 



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-.( 174 )- 

ma più tronfio e petlorato, e eoa propositi minacciogi; 
più fidente nelle armi regie, più sicuro d'un prossi- 
mo rassetto dell'ordine sociale ; accennò a pericoli 
occulti e maggiori per la Sicilia. La soldatesca fu in 
estasi per tali rassicnrazioDi ; fu veduta piangere nei 
quartieri allo affetto del re, che giovane in tanta pro- 
va, facea sembiante di disprezzare le insidie ne- 
miche, e vi trovava rimedio : s'intenerì alle soffie- 
renze della famiglia reale. Questa mutazione avea 
cagionato negli ' animi scorali dei soldati il ritorno 
di Violante. Fu quindi ragione di confortare i tie- 
pidi e parlare il vero. Violante o ingannava, o, mi- 
sero, era stato ingannato : pur conveniva condurre 
)a faccenda net ta*mini della prudenza per non per- 
éere il ben fatto. Bufordeci serivea: 

« Fralelti f 

« Lungi di adombrarvi delle parole di un fana- 
tico che borioso torna da Napoli » e della nequizia 
é'un altro croato^ fango delle borboniehie schiere; 
lungi di temere le spacciate mediazioni per le 
quali l'Inghilterra e te Francia si sono solenne* 
mente rifiutate» gittando la vera luce al quadro poli* 
tico del nostro awMare ; ricordatevi piuttosto che 
un obbligo di gratitudine ci lega al primo guerriero 
dritalia, cfeb& eg^i vaHcò i mari, sprezzò i pericoli, com* 
promise ta sua gloria, per ndcmare atta Skilia la 
libertà ; e teatM n^ fMqciosìli, fiero nelle battaglie. 



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geaerasa nelle vittòrie, ba niostrato all'Eurapa e ai 
potentati^ che egli sa attuare nei fatti i ponderati pen-* 
tóeri. — Or egli ooa vi ciiedte che Tunica, la sola 
ricompensa — mostrure ai potentati e all'Europa che 
iM>i siamo degni del prezioso dono, che i nostri uni- 
formi prineipii sono stati dai despoti calunniati, che 
noi siamo fH-onti ad affrontare sagrifizii e pericoli^ 
|>urchè questa estrema parte meridionale d'Italia 
airitaliano governo appartenga ». 

Giunsero intanto nuove di concessioni borboni- 
che^: ederane veramente il tempo, e preparate le per- 
sone. Più tardi venne fuori il bistrattato statuto del 
1848, e le mura di Siracusa s'ingombrarono di que^ 
ste carte: ma in Floridia erasi pensato ad altro, or- 
nare cioà ogni angolo della città col voto dell'Italia 
una e Vittorìo Emanuele re costituzionale : bastò una 
notte per far questo: nella dimane i soldati, infero- 
citi a tal lettura, erano affaccendati per istrappare 
ituesta criminosa leggenda, a farne scomparire fino i 
segni. 

Ingrossavano i tempi. Il governo borbonico non. 
credette più <^>jportuna la presenza e il comando di 
^odriquez in Siracusa, e richiamolla in Napoli. Ne 
gioirono i suoi nemici, indegni veramente di avere 
avuto k fiducia di questo onesto sddato ; indegni 
pet la distanza cèe separava i loco pravi disegni dalla 
hùinih di q^eU'uwio^;: i«éegm se colla divisa anche 
^ di soldati^ intesero fmre quella riputazione one* 



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-( 176 )- 

Sta, e avvelenargli i cadenti giorni. NeirorganisoM^ 
militare borbonico parea che non capisse la lealtà ; 
la diffidenza invece tra capi e dipendenti yolevasi 
alimentata dal potere. Ogni generoso dovea o ammu- 
tire simulare, ma dirsi francamente risoluto ad .una 
impresa liberale non potea senza incontrare certi 
pericoli, o romperla co' pericoli stessi disertando la 
bandiera. Il generale Rodriquez fu in questo bivio : 
fu anche il colonnello Galluppi, figliuolo al distinto filo- 
sofo : ma a Galluppi toccò in Siracusa sorte più age- 
vole, dacché potè stringere fra non molto il vessillo 
italiano con effusione di giubilo, e rallegrarsi della 
conversione dei suoi: ma quale conversione e quanta! 
ignoranti soldati e stupidamente feroci reputavansi 
padroni del campo e voleano dettar lèggi : il sangue 
cittadino e le sostanze dei privati erano le loro avide 
mire : i pochi sollevavano la testa, e doveano ricac- 
ciarla titubanti : ora erano promesse felici, e tosto 
minacce arroganti ; scernevi lo amico, e dovevi pur 
diffidarne. Con tali auspicii il buon Rodriquez lasciava 
Siracusa, e tale era lo addio confuso ch'egli dava ai 
Siracusani. 

A* 23 giugno Siracusa vide il nuovo generale Lo 
Cascio, ma con quali intenti generosi, lo sa egli e 
Francesco II che lo mandava. Da Floridia cercammo 
studiare la mente di quest'uomo, e ci parve che i 
destini della patria nostra per suo mezzo volgevano 
sinistri. Lo Cascio dava a Vedere che la vita del ser- 
vaggio era la sola conveniente ai popoli ribelli ; e la 



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~( 1" )- 

sua attitudine fece assai per vieppiù scavare lo abisso 
tra regii e cittadini. Non disperammo per questo, e 
continuammo in Floridia a muovere la macchina go« 
vernativa. A Monteforte in luglio era succeduto da 
governatore il sig. Raffaele Lanza, il quale sentendo 
l'alto uffizio di cui era investito, dicea: 

« In momenti così solenni è debito d'ogni onesto 
cittadino dedicarsi di cuore a prò della patria : mo- 
dello sublime d'abnegazione è a tutti noi Teroe Ga- 
ribaldi, che seguito da un pugno di prodi, spregiando 
gravissimi pericoli, slanciavasi d'oltre mare per com- 
piere la nostra redenzione. — La Sicilia grata e rive- 
rente l'ha investito di poteri dittatoriali, e cìecaotiente 
ubbidisce alle leggi che egli decreta .... 

<c Ck)mprendete, signori, che conferita la dittatura 
ad un uomo qual è Garibaldi, il più certo modo d'as- 
sicurare il trionfo della nostra libertà e delle nostre 
istituzioni egli è che uniti e compatti ci prestiamo a 
dare esecuzione ai suoi voleri. La libertà esige sagri- 
fizii e longanimità : e queste virtù è obbligazione che 
noi coscienziosamente mettiamo ad esecuzione » 

Queste ed altre le parole di Lanza ; ed aggiun- 
gea che, forte della legge, non sarebbe recesso in- 
nanzi ad ostacoli , purché, i voleri dittatoriali venis- 
sero compiuti. La quistione della finanza tornò in 
campo, e dovea, come la prima e l'unica in quell'in- 
viluppo d'amministrazione. Le pretensioni del rice- 
vitore di Noto, se sostenute da tolleranza governa- 
tiva, non poteano essere né secondate né accolte : in 

Siracusa 12 



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FioKidia er» tteslieri éTarmaft e èi armi : era me- 
stieri di gnffiMreatigia delle proprietà private mercè 
Mopera àéf m\M a cavalla: era mestieri radstetnrare 
ki libertà cittadiiia, e een parote non si* potea. Lanza 
teteò ec* Governo, e rimcV ad arrestare Tìm provvida 
risoluzione riferibile agli agenti della finanza? i mn- 
Bieipii poterono^ svolgersi più franchi, previi ^hiari- 
Bienti éfi tegge all'uopo einaviati : lia guardia nario* ^ 
naie a^&'essa 6M)e ^ preeise mire e anafegfte 
leggi, E o^mécy il Governo chiese i muli e i cavafli, 
potè ^11 maodare Io equivalente in danaro nella 
eifra di onae 7 9»6, lodato per questo df solerzia ; Io* 
dato pie d-*ogni altro it municipio siracusano, che, m 
mezzo a ristrettele e sofl'ereiyz^ u-aiversali, versava 
in una voila tan<to denaro, e avea saputo trovare il 
modo'diversarhy. 

Erane prove di patriotismo. jE^a! Toro canto gti 
«oiaini éek Governo in Florida non erano meno so^* 
lerti. I giudici della Commi^ione speciale intende-» 
V(ano airistrusione èei processi. ¥1 Presidente del 
tribunale eivile e il Pipoeuratore del Re servivano i 
pttbblici tt^ozii Dielle limitate attribuzioni d'allora, 
par feeevano mostra di senfire grandemente TufBzio 
kf o ; altri kgipiegali coUa loro sagacia acer^^bero la 
vita ^ goveroo,^ siechè (ttHa questa gente, (rapian- 
tela in m» istawte in^ paese di sparute agevoiezze, fa 
paga di quel éestìno^ asp«Wè eo» coertanea if giorno 
di rivedere la eìMà inlerdèlla,^ lo angari prossimo e 
fcliea; tal ^tm n^» dtovaa tafidare, e la eanzono 



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-( W9 )^ 
étì fìtorttù presto fi; net hhbtì <K tutti. Qoest'eni 

La Gancio dE^tupfese Cffce i» temp eccezioimtì dovea 
ecc^ezioiieTm'éiìle procèdere in tutto: mostròSBi biJi^ 
bevO; irrequieto, mn^cioso (v'er& in Sprateosa chi 
}| eiDOsi^mtà) : rvcfaìese di fanmmarii ed impiegati^ 
e li t^oìea dsi Florfdia ; lo editto fatte d'accordo col 
aottifìtendeflte non ebbe effiefto^ né fu accollato. Lo 
Cascio infuriò, e multò di desiitn^ne quanti erano 
in Floridia dipendenti del Governo ; e forse re Fratì- 
eesco sanzionò le violenze di Lo Gancio, appagò i 
desideriì del sottónteùdenle; e gran nuisero di cil- 
tadini condann«ivaniSi a morte da an potere oramai 
morto. Lo Cascio intanto si volse ai SiYacuiSani ter- 
nati" m p^Ptria, e chiese ubbidienza alle antiche leggi, 
al Re, ai s«ioi delegati : i Siracusani tacquero, poiché 
tra la forza e la clebdezza è noto il divario, molto 
pia noto quando della debolezza si fa osceno mercato, 
e ta forza vuole fnaligna'meMe ammantarsi di ra- 
gione. — Lo Cascio si volse all'armamento. 

Il piroscafo Arehmeàe con equipaggio borbonico 
avea menifestato la volontà sovrana di resistere a^d 
©gui costo. Per questo eransi rilevate le famiglie dei 
mrlrlari, e partili aneìne parecchi impiegati civiti. 
Sopf aggi unse i\ Sorrento col generale Aflan de Ri- 
vedrà ed aHri uffeiali , e portò munizioni di guerra. 
0» Agosta vennero qnaltro compagnie dell' 11^ e due 
compagnie dfr artiglieri da NapoR: anche una coru* 
pffgnia di pionieri era giunta adf Sfeerescere i di^fenr^ 



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— ( 180 )— 

sori del Borbone: ed ogni giorno quasi nuove provvi- 
gioni, cannoni, aCFusti. I Siracusani vedevano questo, 
€ senza cader d'animo continuavano le pratiche di 
conversione: uffiziali e sotto uffiziali non erano tardi 
a stringere la nostra mano, ma pei soldati il lavorio 
era penoso e pericoloso : lanciavasi la parola amica, 
ed era per avventura accolta, ma tosto altre parole 
od altri consigli guastavano l'opera buona; pochi 
veramente gli eletti, ma scoraggiati dall'insolenza 
del maggior numero. 

In questo angoscioso contrasto vedonsi nel porto 
a' S agosto tre vapori francesi e due brigantini na- 
politani con l'intento di disarmare la piazza e portar 
via le milizie. Doloroso lo spoglio , ma accolto con 
entusiasmo dal popolo; che finalmente compariva 
l'istante bramato in cui Siracusa tornava a se stessa : 
non più sfrenato lo arbitrio, e liberi gli occhi nostri 
di una divisa fastidiosa. Fu consolazione comune 
propagata con la potenza elettrica nei paesi vicini e 
nelle campagne. Tutti contammo le ore , e desi- 
gnammo il giorno in cui lo sgombramento poteva 
dirsi compiuto, e la patria sospirata facevasi pili cara 
ed accetta. Vano conforto! La dimane giunge altro 
vapore , e fa sospendere il disarmo. Che era avve- 
nuto? Lo sapemmo di poi, e più di tutti lo sapea 
Garibaldi, che, ricusato ogni accordo apparente, non 
lasciavasi imporre da alcuna potenza, e andava dritto 
a ferire il Borbone in Napoli. Lo Cascio ritornò ai' 
suoi poteri illimitati: resse anche le cose del muni- 



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-( 181 )- 

cipio c^p quella vigoria che era uso nelle militari^ 
ed è a^^iré a suo onore che dalle carte rimaste nel- 
l'ùfBéio del Comune non fu né dilapidazione né 
sciupo delle sostanze comunali. 

Duravasi a questo modo : quando a' 23 agosto 
vedesi entrare in porto la fregata Fulminante; poi 
sette bastimenti carichi di viveri e di carbone; poi 
altra fregata; e la dimane altre due fregate, tra le 
quali il Borbone^ malconcio dalle palle. Ch'era stato? 
Ma all'equipaggio esterrefatto stava più a cuore ri- 
velare i loro fatti , che non ai Siracusani conoscere 
la cagione di tanto ammasso di navigli » onde i ma- 
rinai spaventati ci narrano dello sbarco di Garibaldi 
in Calabria, dell'attacco di Reggio, del combatti- 
mento sostenuto in terra e in mare, della impellenza 
della loro fuga, e del ricovero in Siracusa. Narra- 
vano che due legni garibaldini aveanli inseguiti fino 
ai mari di Catania, e ch'era stato un miracolo l'es- 
sere usciti a salvamento. Parlavano di Garibaldi 
come d'un essere a cui nulla resistea, e che col gran 
prestigio potea tutto tentare, e vincere. Era mirabile 
lai racconto , misto di quella bonomia di gente cre- 
dula é superstiziosa, ma più degno d'osservazione lo 
scoraggiamento comune, la dissoluzione in tutti, il 
diffidare dei capi , il voler desistere da inutile im- 
presa. Ed era tanto vero lo spavento di che erano 
invasi, che non osavano uscire dal porto, e costretti 
poi a partire, vollero le fregate drizzare la prora pel 
sud, non credendo più sicura la via dianzi percorsa 



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del Fan». Coofuii diif^[iw^ «'hUmIwììiqm» « il Gm^ 
veroo barbooiofii ubando par èm ha yaf>Qr^ fmnoaswu 
il cui ^BM mdft»to 49V0kte feopimiMre fl oamuftuo lit 
mezzogiorno per rinyewliL 

La mìlitia ia Siraeii^ tmni^ aAoh'ossa delki wur- 
liiaento 4i qiiei maiiii: i cittadm profiltewflio deUe 
vooi, od ^aiaifemraDd J0 peidNN» ragie: le iatift^iM* 
per far eavaa eoaiuua diveiiMro più &*aoiobe; era A 
3^ »l^a(a, e ia Skaouia 9m «1» che fi&we«to ad 
agiiamM: vaiiì ì par^ «a ^eoacordi m f^e^ 4à 
far fifiilD qMeUe atato ti^atjasiiap; i^olevaaì cbe Ui 
CiaaGio ai fosse pwauMo é'mimàm^ a Sìracoaa eie 
dia in ^QgDt pentodi SìeHia era ordùae dì legge, »q- 
<!i09dam oioà i^e il fiofolo okiattasae i^uoi ^etti per 
le laeQ^e ixi«bajcifiati«€|ie la goArdia ^cìMadiiia fi^ov* 
vedeaae aU'i«lMAaN«|imta). Fi^i^esoo Belfiore auggerì 
d'interesaaMe i €maab« e Qm9»^ la peitzioiid 
segwìOidi 

« 4i signari Viceconsoli di Francia ^ d'Inghilterra y 
d* Austria, di'RussiUy di Spagm a di Sardegna. 

« ift tutti i tooipi q^ai^o wk odìdii>e di eose eoa- 
seatita dall'^uaiv^wle è aubecitrato ad iacoaiporta- 
bile eterna» pr^piu) dovere dei cittadiai fu sempre il 
vegliare unaQtaù alla toltela della proprietà, alla ai* 
curezza delle pe^aofie, al maiMtei^ime&to della pub- 
blica quiete» ebe soao ttoica Jfoate da om sorgooo i 



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godioìeoti 4et dritto. Frattanto iàaflWM él^^Moto di 
fo»data fiducia ^^ooforta .^U amm 4et soUdsoritti eì^ 
ta4iait i (}aaU (3f gi che fm nom è quislione uè kaitta 
<ìi princi|tti , ,ma di afiaektanieiito «ccmirieto 4'«ft'jidea 
fevei^le e irmmo^f^bile» seatooo fÀù ^cbe imi irnsoip^ 
pcrtahìle uiii'eGoeziettaVUà ebe 0i\riUJfftt»(e fieMi «n 
di loro. --^ Sena aiwnkjfiteasiMe ocmiNaale^ «enea 
fiume di ^iustisia; ioterpotte le mr^^eoti vilaU 4el 
coniMrcio; sospese le ÌAdiifitoie^ iiUeinuKìabUi le per^ 
I^essitii e le iocertene; ismo questo le casatlenki^ 
ebe d'ui» j^polaùoiie di dO«4M)0 abitati obe 4a im 
mesi soffre la miseria 49 lo imu rf i tec e. 

« Né vale H Qcedere le&e eoHaU aoii^iMRe ^mor*- 
faaodal seatire «Miiiiaie eesistiiite aiUiacausa della 
wuioAe; ^li è pei temjierai«)ei»tì ÀndeeJJAabiU detta 
(boa sputare ebe si sottace aJOe km^ ^^oam^tà^ 
A rea4er docili e iOOiiii|Kirttal>ili le quali « i soink^ 
scritti si xivolgoiM) a V^n^ sigoopi VkecoasoJi^ |»ap- 
dbkè iateiypottiate iJ v^sUso «fScw^ «e vi iaeeiate iiirt»> 
|»:eli del voto di questo pubblico furesso il geaarate 
Lo Cascio, oiide^^ ìq vista 4el lOorao irpesisttibile degU 
evonii « j^r ie eircoatafize speotali ;a questa città, ai 
idetermini^ ad esempio 4e]la UlAmioaita jurudeinsa dd 
maresciallo Beroardò FaVn^ oel .marzo i^kS, a ìmgì 
costituire uello iuterno di lineata ,piazza joelle ioruie 
cittadioe e psoprie , eoaveoeoclosi preventiva Diente 
tutto ciò cbe possa' render sicuri e gareatiA^i ^riu- 
teressi dei cittadi&i in faccia a iquelli della guar- 
iU|;ioae ». 



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^( 184 )- 

La scritta or cernia ta si riempi di firme; ma iau- 
tile: il popolo avanzava nella sua audacia, non cm- 
rava pericoli, andava dritto allo scioglimento. La 
soldatesca cominciava a tentennare, e non pochi 
sottofficiali mestavano ed applaudivano: già nei 
quartieri i dissidii davano il loro frutto; fu un istante 
jn cui altemaronsi gli evviva di Garibaldi e di Fran- 
cesco II, e qualcosa di meglio stava per riuscire se 
non era per le tristi insinuazioni dei due famosi apo- 
stati Prest e Misseri. Costoro nella notte del 26 sco- 
sto presentaronsi nei quartieri non da istigatori, ma 
da organatori di reazione: i facinorosi stimarono de^ 
bito di giustizia e di ossequio al loro Re romperla coi 
liberali, e trarli all'agguato: i liberali a premunirsi 
da qualunque insidia, a star desti per non eadere 
proditoriamente nelle reti : la guerra nella stessa mi- 
lizia erasi dichiarata aperta : non più obbedienza né 
soggezione morale: gli ufficiali temevano d'acco- 
starsi ai soldati perchè tenuti nemici al Re; i sol- 
dati a disprezzare i loro capi; e il popolo a soffiare 
in quel bollore, a incoraggiare, a promettere, a con- 
fortare i renitenti. Era propizia l'ora di risolvere, e 
la risoluzione fu presa. — Nel palazzo del Comune 
convennero il generale Lo Cascio, il colonnello Gal- 
luppi, il maggiore Violante, il capitano Scarpelli ed 
altri: convennero altresì i Consoli mentovati. Lo 
Cascio tenevasi a promesse di contentare il popolo, 
ma richiedeva del tempo : Belfiore, viceconsole d'Au- 
stria, dicea che in quella riunione egli e i suoi com- 



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^( 185 )- 

pagai non vestivano forma ufficiale, ma venivano da 
semplici cittadini e siracusani: volere cessato ogni 
indugio: essere le cose ridotte al punto da non po- 
tersi evitare un qualche conflitto tra popolo e sol- 
dati: il primo risoluto a qualunque ruina, i secondi 
a fare il modo consuèto, cioè a rinnovare le stragi 
di Palermo e di Catania: cedesse dunque il Lo Cascio 
ai gridi dell'umanità e alla forza della ragione: mo- 
strassesi italiano, qual era. Lo Cascio', commosso, pro- 
metteva aderire, ma chiedeva ancora 24 ore per 
risolvere coi suoi compagni la scabrosa faccenda. 
E radunanza scioglievasi ; ma al comparire nelle 
sale del palazzo del Comune, il popolo accoglieva 
tra plausi il Lo Cascio e gli altri: nelle scale cre- 
sceva il frastuono; prorompeva grandissimo nella 
via, dov'eran pronte bandiere tricolori: gli evviva al 
Re d'Italia e al Garibaldi suonavano pel largo del 
duomo : il popolo toglie in braccia il colonnello Gal- 
luppi e lo porta in trionfo: l'esaltamento non ha più 
limite; da quel momento si strinse Tunione tra po- 
polo e regii, e TafiFra tei lamento si annunzia avve- 
nuto. — L'H^ di linea manda fuori stampato questo 
saluto : 

« Siracusani! 

« L'ora solenne del trionfo è sonata. I destini 
dell'Italia vanno a compiersi, ed il grido di gioia si 
eleva dal baluardo dell'Alpi alle vette del Vesuvio. 



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« QiiMal sentiinmto ài m>eFtà ^ attfin» di patria 
che la forza del 4overe e ésì decoro «lùUtare «oant^ 
neva «^ceto, ora si matiifeiUa aedito, ed i Aosbri kb* 
bri sficMTMdo d*4iii tetterò somso , dicono.: *-*- Dmt 
rfttaHa. 

« Si^ il t&ofitro braccio si arreca {)«ir la soia sua 
!salv«iva. 

« La aostca condotta fiaoa questo iBomoato, ere^ 
diaiDo ess^e stata q«eUa del soldato 4'wore, b g^ 
uomiiiii di 6e«ti>o fiosawo giudicarlo* 

a La i^oatea ei tenne ttaravigliati ed juaDtoMratori ! 

« hmf^ inorciò da noi offtiodio, ogiù ranowe. 

« ^iaoao tgAti fratelU, deUltalia figU larlunaiki. Ob ! 
seguiti 11 cielo a pcoteggere ia tonra4el isuoMcriia^^ 
la terra di predilezioiiej 

a No , «on più xMa mìh gloria 4*Italia -^ luce 
e gloria. -*«- £ uoi gridiamo: **^ Vìva Vittorio £aia* 
anele -*— Vìva Garibaldi — Vi^a Tltalia » . 

l Siracttsaoi risjpondeafio tosto: 

« Sì, l'ora del trionfo è sonata. Il vessillo della 
redenzione è inalberato: slam tatti fratelli stretti allo 
stendardo del Re d'Italia. 

tt Luagi ogni odio^ ogni raocore. 

« Il grido della libertà echeggia dalle cime delle 
Alpi ai piedi del Vesuvio e deU'ElAa. 



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aSm lode eterna ^ nmMsài mMsA àeìVlt^, 
Sia jg^oria «1 dislAala ootoMelto Calliopi — ai ^- 
ina«daiKti tutti *-^Lode att^<€«ìiHÌ(i^|teDec9le Lo Cafioio^ 
ai fratdHi dei mtfi miiimMìi^ ^e^I'aFti^UeFia^ 4ei 

^ FccilaUil U hm» « Jk)a«afdei80 4i qiftdste giamo 
soleiwie kan fmiQ iJ ««iggeik^ aUa featettenza «di ^m^ 
stopofi^coii t«KMi noiigiàfraMU ii08Uù<ed italiani! 

« li iKMMiioiratmwt&.aoialiJ^ 

€ SmtL tutti mM^ s AileftdiaiQO lineala terra 4i* 
viaa. Sicofa»iaf»MÌ 4i f^xM ^^^ Aiori io strai^iera^ « 
gridlaaoi» liJtori fttaii aia^ai — Viva Vittorio Eoka^ 
naele «-^ Viva (ìarilMJdì «--* Vìva Tltalia » . 

£ra il 31 agosto^ li gav^iiatore Laaza è av«^isato 
di recam Ed Swaeuaa; e la 4waM ^iioge aella 
caiepi^a dì Baiardaoi^ éom ai^pareccbiajaai le pra- 
ticbQ da «ogràre » a 4)iriJa guardia «azioadle di varii 
ooaiiwi è iavitata k «Ukia cittadiaa di €aitaisiia^ La 
città è m festa. DairaJlodol Ouonao sviatola oraioai 
la èanadalta l>andÌQra : le Vtoci ai aMafoadGaiio idi eauU 
iMm te di ifiettQ, Quiafiti accora cittadioi rostavaao 
loQAani» toraaoo frattotos» ia patria: la ^aa muta» 
zioae roodeiva ^coovulai gli apiritL Lanasa, accampa^ 
gaato da fiufsffdaci»^ da Lo Cascio, ma eatrambi 
dovettero rimaaere sorpresi pel contegao più risero 
bato te più fr<eddQ del giorno innanzi: oè era senza 
cagione: la inconsideratezza di taluno av.ea ingene*^ 
rato aoapetti neiraAimo di Lo Cascio, e facea duopo 



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-(188)- 

dileguare le sinistre apprensioni. Lanza dunque e 
Bufardeci a nome del popolo scongiurano Lo Cascio 
a venire a patii ragionevoli. A che quelle titubanze 
e quelle incertezze? mature essere oramai le cose; 
inqualificabili le ritrosie, perniciose le diffidenze: 
salvo l'onore quando Italia parlava. Lo Cascio scuo- 
tevasi, ma chiedea in quella nuova fase che il go- 
verno nazionale gli lasciasse per premio il comando 
della piazza. Dura dimanda! Pur l'urgenza degli 
eventi consigliano Lanza ad implorare dal Proditta- 
tore questo provvedimento, e aspettano una risposta. 
Intanto il consiglio militare di difesa deliberava che 
il governatore Lanza potesse costituirsi in Siracusa : 
ordinare a suo modo il Municipio e i militi cittadini: 
la milizia ritirarsi nel castello, e pensare che altro 
monarca sorgeva reggitore delle sorti italiane. 

La festa prende regolare apparato. Dai balconi, 
in ogni via sono bandiere e canzoni patrioticbe ; coi 
strumenti musicali si confondono le acclamazioni 
cittadine : l'undecimo di linea, dopo parlato in istampa, 
è nelle braccia dei Siracusani : non v' è distinzione 
di militi e di cittadini : gli abbracciamenti istantanei 
e reciproci: sincere le espressioni di cordialità; il co- 
lonnello Galluppi testimonia in istampa il suo affetto: 
il tripudio comune non è a dirsi. Sorge in questo 
un gentile pensiero, presentare cioè di rinfreschi ed 
altre cortesie tutta la milizia per quella sera : il de- 
licato proposito è unanimemente accolto e felice- 
mente compiuto. La città intanto ripigliava la gaiezzza 



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—(189 )- 

passata : toccava i cuori il riflettere che tal vittoria 
dovevasi alla potenza deiraffetto, e non ai conflitti 
sanguinosi, sempre funesti : la vita cresceva ad ogni 
istante: suoni di bande musicali, case illuminate, 
lusso di cittadini, tutto nella sera del 1^ settembre im- 
primeva nelle menti tale un fascino, da non credere 
a quella miracolosa mutazione. Era gioia insperata. 
Eppure nei quartieri militari la perfldia non era scom« 
parsa : il solito serpe insinuavasi avvelenatore dei 
comuni contenti : fuori, le milizie gridavano le Iodi 
di Garibaldi, ma dentro, il rantolo pel re Francesco 
udivasi talvolta non soffocato né confuso ! 

E il 1® settembre scompare; sorge il giorno 2 au- 
spicato e sereno e con proponimenti piii fecondi di 
cittadina esultanza. Altri afletti si suscitano, quelli 
dell'adesione dei ritrosi artiglieri, che, vinti dal- 
Tesempiodei compagni, vogliono partecipare dell'one- 
sto convito. Li regge il capitano Giardina: ripetonsi 
i consueti tripudii, s'alternano i programmi e i sa- 
luti : le dissensioni sembrano vinte, e vuoisi tentare 
il gran colpo di innalzare l'amata bandiera nel Ca- 
stello. 11 padre Luigi Occhione cappuccino s'inoltra 
col vessillo spiegato ; gran moltitudine lo segue : 
le autorità civili fanno causa comune col popolo : 
Occhione ha fiducia di persuadere i renitenti rimasti 
alla custodia del forte ; molti egli ne conosce, e sa 
le intime convinzioni loro verso la causa italiana : 
crede che la sua vista basti a trionfare, ma non era 
così nel Castello. parve un agguato dei cittadini, 



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— ( »o 0-^ 

m perchè fo milizia ^vole^aÀ ameoraf e éefle proprie 
sorti fatate, e qttin^i serliafre qvel Arte per pegno; 
Taeceglienza mm ffiaavfestoaaì arnica r anzi afflitca^ 
«are del popokve affé y^tyét iadialiiìte e tarìe, gR ar* 
«igliert del Gastello guardano bveefiì, agitano la mtc- 
da, e danno a eapvre efee iH qffei cannom tafano 
poteva venire in loro mustù : pur il popolo noii si 
sconerpoae, e eercai eotun^vevere gii atuphii aofdati 
eoi care nome di Garièei^ t aon tale: in qaesto il 
ponte levatoio è rizzato, rrnteftto fallito r fcr ira pri- 
mo passo sinistro : altre pi«i sialaiigarato slava per 
eflFettuarsi, e non tardò. 

Un vapore francese, dei emraefi a servire te voglie 
éispotìche del Borbone, veniva Jeato verso noi r fa 
visto entrare nel porto, e la gente, tolta da quel taf- 
feragiio, corse frettolose^ all^ marina per dimostrare 
cbe i tempi nefesti era>a finiti, e cfte la milizia e i 
k)ro capi stavano col* popolo, lì largo de(fa nsrarìna 
d'un fratto si vesfi óAì giunte fiMa e dt soldiati ; Mn- 
Aere in^ gran numero e fa timda mu'sicate ; grida 
per Viltorio Emaniwfe e per Garibaldi ad- assordare 
l'aria' ; barchette con bandiere a scorrere il mare, 
altre molte a drizzafrsi verso il viapore t la novtlè avea 
colpito e il comanffdatite^ francese e gli ospiti sfuov, 
tra' quali il figlio de! generale ioCascioclie tornava 
#a Napoli. Si cofirriieiò h discesa, hi t«tti ««^'^Aiisfa, 
un'incertezza. Il figlio di Lo Cascio o per sagsteia o 
per timore annuMiia al primo toccare del terreno 
éke la eilfladeHa di Messina avva* capitofafo: h voce 



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eorse rapidla per fe iwltìfttìffitie, «f «a grido d*a|>- 
fi^xsQù scoppiò m tutti ; r soldini le^g^fio suFlé braecfa 
it portatore della fdii«f» iwrov», e coi conteato dei 
cittówfiiii è per Mngo fratto' condotto per via; ma ì 
più avveduti han stièt^ffala airorecchio cfte il bel 
trovato dì Lo Cascio^ era» ftmdoaia, e che il vapore 
veniva » ristorate la fede* vacillaiftle delle milfeie, a 
portar deaaro e farkie. F» tacitrto> il malaimo, e il 
fì*ast)»o»o della festa eofi>lhìti^ per la città : durò all'- 
che nella notte ; ma la notte del 2* oscnravasi san- 
guigna nei quartieri. H mafigno Plrest e Pì'pocrita 
Hissèrì, il quale aft^ volta eoo modi- consueti a' suoi 
pari ave» predicato nelTa cMesa dei Btomenicani la 
morte di Garibaldi; Prest e Mfsseri s'introducono 
nei quartieri coi denaro dì re Francesco ; parlano e 
commtHyvono, istigano e tam frem^ere , ed i soldati 
come spaventati dalla prepoDen^a borbontca si scom- 
pongono e tornano alte antiche nrfre ; altri poi guar* 
dano àa smemorati, aftri gridano al tradimento : gfi 
amici sì rinnegano : la maledizione^ è nette loro lab- 
bra : i liberali son segno dMnsidia e di morte: il nu^ 
mero dei furiosi diviene stragrande : l'eccidio e sul 
cominciare, tntanto una voce f/etst» di rialzare la 
fede novella, ma non appena è proferito il nome 
di GarilM^di , cenalo' voci s'ìwnafzaoo per Francesco : 
la tocta è negii esfrensi. Vfficiafi, soltolficiair e sof-^ 
da^ cfte k»« da rendere qwafeike conio, spariscono: 
l(a soldafesea è rfbatlezzato borlN^iifca, e Prest elMis^ 
seti €9aÈtdmo vittoria. Quiest'era neffa nolte, e nei 



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-{ m )- 

quartieri. Però, a pontrapporre ardire a quell'ardire, 
la sera del 2 era giunto nella vicina campagna un 
battaglione di guardia nazionale Catanese capitanato 
dal marchese Casalotto, e il marchese era entrato in 
città a chiedere gli alloggiamenti per i suoi militi. 
Lanza, che pur l'aspettava, ne fu imbarazzato : il 
nuovo incidente sopraggiungeva increscioso, onde i 
bravi militi di Catania son pregati di riunirsi nel 
convento dei PP. Cappuccini, ad un miglio quasi di 
distanza da Siracusa. 

Siamo a' 3 settembre, Lanza si reca da Lo Cascio, 
e sente i fatti avvenuti nella notte : dal suo canto il 
popolo s'incontra co' soldati, e li vede guardigni e 
freddi : qual mutazione? e perchè tanta circospe- 
zione ? chiedevansi i cittadini. Ma il fatto portava 
che grandi pericoli apparecchiavansi per Siracusa, e 
le conseguenze incalcolabili. Lanza va da Casalotto 
ai Cappuccini e gli partecipa la risoluzione della im- 
becille milizia. Qui è un momento di scoramento e 
di dubbiezze, e non si sanno i temperamenti da pren- 
dere. I militi Catanesi dichiarano intanto che i loro 
conti eran fatti, e che venuti a cooperare coi Sira- 
cusani per la difesa di Siracusa, eran pronti a com- 
battere pei Siracusani. D'altra parte i cittadini, sgo- 
mentati per un istante, tornano animosi ; il cimento è 
sprezzato : s'agglomerano e s'ingrossano ; accorre la 
banda musicale: le bandiere sono nelle mani di tutti: 
la città torna al tripudio dei giorni precedenti: è tem- 
po di finirla, avvenga che può. Quest'attitudine pro- 



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—(193)— 

ducei suoi effetti: i borbonici non si credono sicuri: 
la diserzione diviene spauracchio della ^essa milizia: 
contansi gli uomini, e mancano all'appello uf&ziali^ 
sottofBziali e soldati. 

Lo Cascio coi suoi fidi è anche spaventato di que- 
sta dissoluzione : manifesta a Lanza che il Re avea 
accettata la rinunzia di lui e del figlio, e che il co* 
lonnello Galluppi imprendeva il comando della pìa2za: 
felice nuova! Galluppi di migliori intenzioni per Si- 
racusa, e volonteroso di secondare i voti comuni ! 
Lanza avverte di ciò il general Gasalotto, e ammi- 
rando i sacrifizii e i disagi dei bravi fratelli Gatanesi, 
scongiurava il loro comandante ad aspettale, e a 
promettersi qualche utile e non lontano risultamento* 
Difatti Lo Gascio è di nuovo in conferenza con Lanza : 
è presente Emilio Bufardeci ; questa volta le parole 
di costui suonano alte e precise : dicea: il contegno 
vostro» generale, fa fremere chiunque : voi irrisoluto, 
voi incerto : ma voi potrete piangerne le conseguenze; 
la lotta è di giorni : innegabili sono i trionfi di Gari- 
baldi: se oggi è merito Topera vostra, non sarà tale 
dimani, quando, mutate le condizioni, sarete tratto 
ai nostri voleri colla forza. Riflettete, generale, o la 
vostra fortuna presente, o la vostra caduta fra poco 
e con vostro danno. — Si scosse il Lo Gascio, e 
venne a deciso consiglio coi suoi: in breve tempo 
il partito era preso, Lanza è chiamato con Bufardeci, 
Ja dedizione della piazza è convenuta nei termini 
seguenti; 

Siracusa 13 



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m Attesa la condiztoQè politica di ^^èsta piazza 
tanto in tapporlo alla popolare esaltazione, quanto 
per le nuove par troppo imperiose del continente^ 
volendo causare lo impegno d'una lotta fraUricida^ e 
mal sicuri delle intenzioni di taluni soldati : noi cav. 
D« Ferdinando Lo Cascio, comandante questa piazza] 
e cav. D. Raffaele Lanza, governatore di questo di- 
stretto, siamo, neirinteresse umanitario e civile, coni- 
venuti nei seguenti patti: 

« Il generale Lo Cascio si obbliga oggi stesso ri-^ 
lassare questa piazza, facendone fare legale conse- 
gna dalsig. dav. IK Giuseppe Galapai, colonnello d'ar- 
tiglieria, per la parte del materiale delle armi^ e 
dair^gr^ìo sig. Giuseppe Angelotti, direttore del 
Genio, per quello del materiale di esso corpo. 

« ikl il sig: governatore Lanza dichiara esserne 
inenamente soddisfotto di sì onorevole risoluzione, e 
si obbliga prestare alla guarnigione tutti i mezzi di 
tinsporto per Napoli, non che a tutti coloro che re^ 
ateranno provvisoriamente in questa città per affaftri 
A servizio. -^^ In fede di che ci siamo sottoiserittì nel 
'presente atto in doppio originale. 

« Siracusa 3 settembre 1860. 

' « Ferdixando Lo Cascio, Generale comanda 
\ if Raffaele Lan^, Governatore »/' 

' La milizie boriM>niehed'ogni corpo^ d'ogni amia> 
meglio di 3 mila uomini, muovono al dopo pranzo 



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•-( 196)- , 

per la marina ; scomposte, precipitose, diffidenti* 
Era fuga, o premura d'uscire da quello stato di an- 
gustie? non sappiamo; questo sappiamo, che usciva 
da Siracusa un gran nucleo di armati aventi con sé 
bastite inespugnabili, e con dinanzi private genti, 
che a tutto mal volere, con ntun mezzo e colla sola 
parola non poteano sormontare ia disperazione regia, 
e le iattanze sarebbero rimaste vaniloquio : pur le 
iattanze avean dato il loro frutto, e i Siracusani van- 
Cavansi d*aver riportato una vittoria che in Milazzo 
avea costato gran sangue, e sangue assai sotto Ga- 
pua ; sangue e sterminio dovea costare a Gaeta ; 
sterminio nella cittadella di Messina... I regii intanto 
sicuri di poter bastare e il vapore francese. ed altri 
navigli siracusani airuopo apprestati, si disanimano 
quando trovansi a bordo : li disanima ancor più il 
comandante francese che dicl^t^ra di poter condurre 
iseco solamente bOO di essi. Qui nuovi imbarazzi, e 
<|uasi nuovi tumulti ; e l'urgenza soffocava quella 
gente. Prendesi altro partito, e la soldatesca è ricon* 
dotta a terra, meno dei malati e di quelli contenuti 
dal vapore francese. La discesa fa aprir gii occhi ai 
Siracusani, molto più che si pretendeano pei soldati 
gli alloggiamenti antichi, finché nuovi legni e più 
<^paci fossero giunti per condurli in Napoli. Erano 
le preghiere della serpe irrigidita. Tosto son chiuse 
le porte, e il solo campo di ricovero é lo spazio della 
marina, dove solikti e capi son costretti a serenare^ 
«e non TOgliono che, mutati gli eventi, non li per- 



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H i9<5 )- 

cuotano sinistramente le mitraglie delle due batterie 
della Campana e della Fontana, sotto i cui fuochi ri- 
mangono essi chiusi. I soldati sopportano rassegnati 
questa nuova condizione : Lanza rinnova i patti con 
la milizia ; è largo di soccorsi e di agevolezze , piii 
che il dovere; lo vuole l'umanità e la religione : i 
Siracusani applaudiscono, e il programma seguente 
n'è la prova : 

« Cittadini ! 

a La vostra fermezza ha trionfato: i baluardi son 
nostri. Voi già vedete dall'alto del Castello svento- 
lare la bandiera d'Italia. Una convenzione ha san- 
zionato i mutui voleri. Però il vostro compito non è 
finito. È d'uopo che la stessa moderanza vi governi, 
la stessa fiducia vi rassicuri. — Non avendo potuto 
tutti partire, una finea di dimarcazione si è fissata 
tra noi e i regii. Entrambi sapremo rispettarla. Com- 
pite l'opera santissima con là prudenza. D'altronde 
il soldato di Napoli ha fraternizzato. Egli con voi surse 
alle aspirazioni della patria : ei non è nostro nemico, 
è nostro fratello ». 

Parliamo della brava milizia Catanese. Nell'im- 
brunire del 3, ben ordinata e in armi, ella è in Sira- 
cusa : accolta da vive acclamazioni e al suono della 
propria banda musicale è condotta sino al quartier 
nuovo. Da tal punto le comuni brame erano esau- 
dite : liberi tutti : svincolate le nefaste pastoie ; non 



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-(197)- 

soggezioDe inquisitoria, ma garanzia delle leggi, e 
la gioia di dirci redenti al pari delle altre città sici- 
liane* Da li a poco il generale Casalolto, che assunse 
anche il comando della piazza, mandò ai Siracusani 
questo saluto : 

« L'ora del riscatto per voi suonò, còme per le 
altre città d'Italia libere ed unite sotto un vessillo 
solo, sotto una sola parola. 

« Onore e gloria a voi, che senza spargere una 
goccia di sangue, avete saputo acquistare la vostra 
libertà; senza combattere una battaglia, avete ripor- 
tato una luminosa vittoria. 

. « Onore e gloria a voi, che dopo avete saputo 
conservar Tordine mirabilmente, far rinascere la fi- 
ducia e la tranquillità in tutti ! 

« Noi accorsi ad una vostra parola, noi siam su- 
perbi di avere assistito al vostro trionfo, alla vo- 
stra gioia ; di poter stringere le vostre libere destre, 
dividere in parte le vostre fatiche, i vostri pericoli, 
se ve ne siano, unire la nostra alla vostra voce nel 
grido del nostro eroe : Italia e Vittorio Emanuele » . 

Or fa duopo toccare del frutto de' nostri sforzi 
con la evacuazione dei regii. Avevamo contro di noi 
da centosessantasette cannoni, due mortai con grande 
apparato di bombe, gran deposito di granate ; più 
diciassette mila proiettili, cinquecento palle incen- 
diarie ; due polveriere con più di ottocento quin- 
tali di polvere, mezzo milione di cartucce, e in due 



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^ 198 )- 

magazzini immenso materiale da guerra : tutto que- 
sto stendevasi pei varii forti della città, e i cittadini 
stavano come in una cittadella : nel castello, nella 
vignazza superiore, nella casamatta, a Yigliena, a 
S. Giacomo, a S. Giovanello, a Casanova, a S. Fi- 
lippo, a S. Lucia, alla Campana, alla Fontana Are- 
tusa. Più erano le opere esterne al di là delle porte : 
una palizzata. Batterie munite anche a S. Michele id 
Montedoro, nell'opera a corona; un cammino coverto 
procedente l'opera di essa corona. — Questi erano 
i luoghi da dove dominavano i regii, e pei quali 
mostravano i loro strumenti bellicosi, e questi luoghi 
furono tenuti in non cale dai Siracusani, e con impeto 
supremo superati ed acquistati. Poi Taltra ricchezza 
delle provvigioni, da bastare al sostentamento non 
solo dei 3000 soldati , e per un anno, ma a mag- 
giori milizie. Tante lusinghe ci confortavano, e et 
rincoravano dei tre mesi passati in patimenti funghir: 
ci facevano fissar gli occhi da vicino; e vedevamo i 
regii, stretti come da magica potenza, molestati dalia 
sferza del sole pel corso del giorno, infastiditi dalla 
brezza notturna durante la notte. Era tremendo 
giudizio di Dio in questi tempi di mirabili prodigii^ 
e i ciechi non lo vedevano, o quelli che ripudiati 
da Dio, credono servirlo rinnegando principii e fede 
nei suoi protetti per una causa sì giusta ! 

E i regii stavano ad attendere impazienti che i na- 
vigli venissero a liberarli da quelle angoscio ; invece 
«ra loro annunziato il trionfo di Garibaldi io Napoli,. 



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-( 199 )— 

acclamato: ed esalUto ; e la festa siraeusatia per qù»i 
sto ^YfSùtOy e i cannoni che tuonarono per iOl ooipi; 
erano annunziate le paiole del nmiìstro €osew a 
Qome.di Garibaldi che valeva tutti sotto Titaliana 
tMindiera. Lo Cascio allora e i suoi non si seppero 
contenere, e la manna fu piena di cittadini con ban* 
dieip e suoni; intervennero due compagnie della 
milìzia cittadina catanese:. agitassi il santo vessillo, 
Torà del giuramentoT giunse, e Lo Cascio e suoi solf 
dati proclamarono il nuovo stato : ammutirono te 
dissidenze ; Napolitani e Sidliani si strinsero figli 
d'una sola patria, riscaldati (la. un sole, avvivati 
da una sola favella, confortati da un sentimento solo, 
quello della maestà d'Italia. Ck)si mutayan le cose, e 
a' 13 settembre, il saluto dei Siracusani augurava 
prosperità ai fratelli di Napoli che partivano; «^ Si- 
racusa non ebbe altro pensiero.; £ti volse al suoeom-» 
piuto organamento ; gli eletti del Municipio, nella 
chiesa dei decaduti lojolani, giurarono di servire la 
patria con le leggi rivendicate : tutto . si rianimò di 
fiduicia e di> letizia. E già la fortuna siracusana ri- 
fluiva su' fratelli d'Augusta, e anch'essi liberavansi 
da soggezione insopportabile ; ch'era più a desider 
rare ? Sentivamo d'essere usciti da procellosa tem-' 
pe^, e ì beni della sospirata quiete stavano in tutti 
i cuori: si sperò neirantive^eaza del goverito ; ma 
il governo allora era invasato da febbre funesta, e 
i brividi, come metallo elettrico, comunicavanai per 
Sicilia, e accrescevano il nude : e il male divemM 



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-^(200 )— 

irrimediabile. Siracusa dovette in quel trambusto 
tacere, e aspettare più propìzia stagione per rivendi* 
care i suoi dritti. Altri credette che il silenzio era ac* 
quiescenza di consumato olocausto. SMngannò. Non 
era tale stupidezza nei Siracusani da rinunziare ai 
proprii vanti, e se gl'interessi generali d'Italia ri- 
chiedevano un momentaneo sacrifizio, e la concordia 
cittadina parlava in tutti i cuori e vinceva le pri- 
vate esigenze, Siracusa seppe Idhganime adempiere 
questo dovere. Ora è tempo che levi la voce, e re- 
clami il suo dritto : e noi ci metteremo a quest'ul- 
tima parte del nostro gradito lavoro. 



jtpplicafeiotii e concliM^oB^* 

€i pare che, giunti a tal punto, l'umana giustizia 
debba sorridere affettuosa al nome di Siracusa. So- 
lerte quant'altrì nelle vicissitudini del 1820; ardita 
nel 1837, e ferocemente percossa ; ristaurata dalla 
rivoluzione del 18^8 ; reintegrata dalla parola del 
general Garibaldi nel 1860 ; ninna forza o malvolere 
può far gravitare su lei una sciagurata perdizione, 
e che anzi dal risorgimento comune deve contare il 
proprio risorgimento. Ma qual premio è stato finora 
concesso a Siracusa ? È ella capo luogo del Valle 
quale la fecero la sua fama e il suo dritto? in- 
vece della presente sua vita, ha da soffrire ulteriori 
sciagure? Se vogliamo per digressione toccare del 
decreto del 17 febbraio 1861^ isti tuitivo dei tribu- 



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^( 201 )- 

nali circondariali in Sicilia, la condizione di Siracusa 
divien seria. 11 Governo nel promulgare tal decreto 
non considerò che nel presente erano in Siracusa i 
collegi giudiziarii, quant'a dire la provincia per 
l'ordine giudiziario era rappresentata da Siracusa, e 
come nel continente napolitano Santa Maria, Lucerà 
e Trani rappresentavano la loro. Tacque di ciò, ed 
è stato cagione di necessarie apprensioni e diffidenze. 
Nel decreto si dice che nel Circolo del capoluogo di 
provincia risiederà un tribunale : da qui le preten- 
sioni di Noto che crede fruire di tal benefizio perchè 
indebitamente la provincia si distingue col suo nome: 
pretensione più forte viene da Modica per avere 
altro tribunale ; e Siracusa che comprende l'intero, 
dovrà ripetere le lamentanze del Profeta che pre- 
sagì spartite le vestimenta del Cristo, e non per 
sorte, ma per istillata violenza. Vero è che la povera 
Siracusa debbo chiudere la bocca per arbitrio indi- 
screto : che la sua storia debba cancellarsi o rima- 
nere inutile arnese negli scaffali ; che di lei debba 
compassionevolmente parlarsi come oggi si parla 
dijebe e di Ninive^ secondo si vuole da uno scrittore 
modicano. Vero è che il Comitato segreto di Palermo 
non s'ebbe nel 1848 potere legislativo di ristorar 
Siracusa dalle spoliazioni del 1837, siccome assicura 
uno scrittore notinese, e che è una sbadataggine del 
generale Carini suggerire al Governo di rimunerare 
di medaglia d'argento quegli uomini, ì quali non 
aveano pubblica veste, ma riunivansi come in fa- 



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— ( 202' )~ 

miglia, e trattavano le cose siciliane in camera se-( 
greta. n—. Queste cose son vere perchè sì staanpano, 
ma chi. le stampa ha altro in testa che Tenore, sioi-^ 
liane e il proprio pudore; se il pudore Ibi sospin- 
gesse farebbe miglior conto d'una città che présen-i 
tasi all'occhio non preoccupato dello studioso come Io* 
splendore di Sicilia tutta, e s'inchinasse a riverire 
quei monarchi che un po' più di Ninive e di Tebe 
fruttarono a Siracusa il dominio quasi dell'intera 
Isola ; che valsero com'oggi a liberare le pàtrie sponde 
dall'esoso straniero^ che stipularono patti da esaltar- 
sene l'umanità in tutti i secoli ; s'inchinasse a quegli 
uomini che seppero stabilire un reggimento a popolo, 
quando la tirannide divenne insopportabile, uomini 
che ai nostri giorni molto si riscontrano, con l'eroe 
Garibaldi ; s'inchinasse ai famosi in ogni' disciplina, 
ai fattori di stupende leggi e di mirabile civiltà. Ha 
tutto questo è storia, si dice ; e noi ripetiamo che la 
storia è la vita gloriosa d'un popolo, e guai a chi la 
storia manca, e cerca con cenci rattoppati venire al 
cospetto di genti doviziose : non sempre la carità è 
benevola ai mondici; e se li guarda compassionevole, 
trista condizione è suscitare l'altrui pietà, -r- Quanto 
ad altri che nel 18(18 non riconobbe poteri legisla- 
tivi nel Gomitato generale, è da dirgli che nemmeno 
re Ferdinando profferì si insensate bestemmie contro 
il governo provvisorio di Sicilia ; il quale Ferdinando 
nei primi passi della rivoluzione volle far suoi gii 
editti del Gomitato di Palermo, e con questi editti: 



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-<203)-. 

adescare i Siciliani, e con le parole del Comitato 
convocare ii general Parlamento : Tingiuria è me* 
schina insieme e perfida : chi la pronunziò iion 
seppe valutarne il gran significato ; non vide che 
nello scemare potenza e qualità ai valènti che nel 
18^8 sedevano regolatori dei destini di Cicilia , 
che trattavano con lord Minto come a delegato del- 
l'Inghilterra, scema il dritto ai Siciliani di essersi ri- 
vendicati a libertà, ai Siciliani che convennero da 
ogni punto dell'Isola in Palermo, e insieme ai Pa- 
lermitani formarono il gran comizio inteso a gettare 
le basi del nuovo dritto pubblico, e fecero leggi che 
rimangono tuttavia documento di sapienza e di mo- 
derazione civile^ 

Pur Siracusa vuol essere generosa di rinunziare 
ai fasti antichi. Deve per questo rinunziare a qual- 
che vanto odierno? A qual prò tale sacrifizio? E dove 
l'interesse generale della Penisola che reclama un 
tanto olocausto? Serve egli a liberare i fratelli eroici 
della Venezia ? si crede altrimenti che mancano i 
titoli che il nuovo dritto siciliano concesse a Siracusa 
per succedersi di dinastie? I tempi eroici sono quelli 
di Ninive, ma la monarchia di Sicilia inaugurata dai 
Normanni, la calò anche nell'abisso? Nel 1 lOb i Nor- 
manni stabiliscono i contadi e le baronie : tra i con- 
tadi è Siracusa. — Nel 1105 Ruggiero ordina i su-^ 
premi magistrati, assegna alle città primarie il Balio 
o Giustiziere, dà a Siracusa il Balio, poi il gran 
Giustiziere. C'è altro. Alla signoria siracusana era 



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_( 204 )— 

dipendente la città di Noto, la guale versava nel for- 
ziere di Siracusa la decima dei suoi prodotti ed ogni 
altra contribuzione ; vi versava i dritti d'arnmira- 
gliato e di dogana che percepivansi nel littorale di 
Noto, e questa signoria durò sino alla morte di Gu- 
glielmo il Malo. — Nel 1209, lo svevo Federigo 
viene in Siracusa e conchiude gli sponsali con Co- 
stanza d'Aragona : nel 1232 vi torna per convocarvi 
il general Parlamento: nel 123ti dà a Siracusa titolo 
di fedelissima. — Nel 1 282 Pietro d'Aragona è in 
Siracusa, investe molti baroni, dà il comando delle 
fortezze a Bernardo Rosselli. — Nel 1300 Federigo II 
concede il privilegio di non potere alcuna nave di 
commercio caricare fuori del porto di Siracusa. — 
Nel 1 360, Federico III costituisce Siracusa Camera re- 
ginale, con tribunali civili e criminali, esenzioni ecc., 
dando soggette Lentini, Minco, Vizzini, Paterno, 
Francavilla, Castiglione, Linguagrossa, S. Stefano di 
Birona, S. Filippo d'Argiro, l'Isola della Pantelleria. 
11 Governatore comanda nel politico e nel militare ; 
stanno un presidente, un consultore, un protonotaro, 
un grand'ammiraglio, un protomedico. — Federico 
nel 1372 viene in Siracusa e le conferma il privilegio 
del porto; vi toma nel 1376, e vi riceve gli amba- 
sciatori di Bernabò Visconte pei suoi secondi spon- 
sali con Antonia del Balzo. — Nel 1398, re Mainino 
dà a Siracusa il Mastro segreto ; la dignità del Se- 
nato: conferma la Camera reginale. — Nel 1398, 
Martino viene ad aprire il generale Parlamento, poi 



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_( 205 )— 

come atto di particolar degnazioùe ordina nello 
stesso anno che tré gentildonne siracusane e tre 
gentiluomini si recassero in Catania per assistere nel 
battesimo la prole della sua sposa ; nel lti09 lascia 
la regina Bianca sua sposa in Siracusa con il consi- 
glio di sei ministri da scegliersi dà Palermo, Mes- 
sina, Catania, Siracusa, Girgenti, Trapani ; nell'anno 
medesimo viene innalzalo il porto siracusano a scala 
franca per tutte le nazioni, j — Carlo V accorda al 
Senato siracusano di poter mandare ambasciatori 
alla Corte. — Nel 1 559, il viceré Medinaceli, venuto 
fra noi, ordina che i giudizii d'appello della Comarca 
si facessero in Siracusa. — Nel 1586 accorda al 
senator Patrizio il giudice di appello. — Nel i586, 
il protomedico di Siracusa è dichiarato indipendente 
da Palermo. — Nel 1638 il Senato siracusano è di- 
chiarato quarto Barone parlamentario. —Nel 1715, 
casa Savoia esenta Siracusa d'ogni imposizione, tassa, 
donativo ecc., le conferma i privilegi antichissimi, r— 
Nel 1753, il Segreto è nuovamente investito dei poteri 
di far caricare le merci nel porto dì Siracusa» ' — 
Nel 1767 aboliti i Gesuiti, s'istituiscono nelle pri- 
marie città di Sicilia collegi e convitti, Siracusa è 
nel novero ; nel 1789 si restituiscono al 1^ Accademia 
siracusana le cattedre di filosofia e di teologia, si 
esentano i giovani del triennio dell'università di Ca- 
tania: nel 1791 Siracusa ha le sue scuole normali : 
nel 1 806 si rida l'antico privilegio di tre giudici, 
triumvirato che determinava gli stadìi delle cause 



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— ( 206 )-- 

^civili e crinìiilali: nel 181S, si divide Sicilia in tre 
cdmaDdi militari per valli, e soiì destinate Palermo, 
Messina, Siracuisa : nel 1847, Siracusa è annoverata 
tra le sette provincie ; nel 1815, è sede dei Collegi 
*gìadÌEÌiairii. ^^ Quanto a giurisdizione ei^lesiastica, 
-troviamo Sicilia distinta nelle due prdtiocie liltfoe* 
«tana e siracusana : -due rettori in Palermo e in Si* 
racusa, ma in questa la prima sede metropolitana, 
e la sola. E per tal distinzione troncate le pretese di 
Noto circa a vescovado, primamente ai tempi di Al- 
fonso 'Hel 1433, quando Noto da ferra baronale fa 
elevata a città demaniale, e Alfonso, benefico per 
Noto, volle òon diploma di quell'anno che Siracusa 
serbasse intera la diocesi : oltreché Eugenio IV , 
con bolla del 1433, non solo respinge la connata 
•pretesa, ma impone perpetuo silenzio r « Nicolò V, 
nel 10 febbraio lf^56, cooferiìià la bolla di Eugenio, 
e aggiunge la pena della sospensione a divinis di 
tjuegU ecclesiastici fautori di tal dimanda ; la priva- 
zidne dei beneficii, la scomunica per coloro che 
l'avrebbero' rinnovata ; poi Teditto d* Alfonso del 1* 
optile 14^51, con che si ordina al viceré Ximenes di 
pagar Nota le i^>e8e «sc^erte da Siracusa per soste- 
lìerte siffatti litigi. — Comprendiamo che nelPàiun- 
eiato fin qui at^i del borioso, ma cóme fare con 
gente che non Vuol saperne di Siracusa; e se antica, 
À commiserata come Nimve, se irioderna, debbe ce* 
4ere ogni bene per addossarne t'aVidità altrui? 
' £>qoi nuova quistione. P^^ssibile, si dice, che Si^- 



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— <2« >- 

Iraeusa ìum ^ri migUoram^to cbn aitri mézzi; e che 
sola :Ia fimania < di eapoloogo debba invasarla? Là 
posizioBe di Siracusa marittrma non la solleva? Peiv 
che addormentarsi sa meschine lusinghe , mentre 
per lei è aperto un oceano di vantaggi? Il consigliò 
è' affettuoso, ma Tìngrata esperienzar le presenta altri 
ricordi^ Una voce levàvasi nel 1791, ed èiia Quella 
del marchese Gallilo, con che invocavansi' le ce^ 
lesti e le terrene potenze per ristorar Siracusa dal 
decadimento iù cui giacea. Gridava il valentuomo t 
la fidanza del municipio è smunta, e cagióne H^è lo 
abuso. e le usurpazióni dtà governo e dei privati; soc^ 
correte la mendica y se nop volete che il pkrimoniò 
comunale rovini ; eppure il patrimonio del Comune 
fu sbranato dal potere. Chiese che tre sobborghi si^ 
racusani, Floridia, Belvedere, Solaiino, ai sen^ della 
prima loro costituààose, rendessero a Siracusa quantA 
era stabilito di dazii per debito di dipendenza; quei 
borghigiani, come oriundi di Siracusa; vollero con^ 
UnuarB a godere delle esenzioni , privilegio dèlia 
madre; quanto al rimanente risposmi con Tinterà 
emancipazione. Chiese ohe il territorio siracusano 
non fosse pììt stremato e tagliuzzato, e che i baroni 
e i marchesi avessero mostrato un po' di pudore 
rispetto ài Coranaev e in cons^fueoza pagare i pe^ 
e le collette fonsuete: ii marchesi e i baroni allega^ 
rono la loro.indipitedenza dalla giurilsdizione imiv^if^ 
sitarìas e perchè fiir(i>,' ehber» pronto ravviso d^ 
iribunale del . patrimonio, che . dichiara t IpM> iMiK 



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-(208 )- 

nullius territorii: da qui la povertà e la ruina del 
Comune: povertà per scemameli to d'introiti^ ruina 
per obbligo di sostenere i pesi. Si sperò che Siracusa 
fosse lasciata esente di concorrere alla dotazione an- 
nuale delle bastie, cagion per essa di tanti malanni, 
o che almeno vi concorresse in proporzione con 
altri Comuni, sulla ragione che la sicurezza diSii^- 
cusa era difesa del Valle: tal querimonia restò «orda. 
Idearonsi non poche vie di fortuna : pàrlossi d'una 
cassa per favorire gl'indigenti nei matrimonii, ed ov* 
viare in tal guisa alla crescente e fastidiosa miseria : 
si parlò d'uno spedale per gli esposti da unirsi a 
quello degl'infermi: si parlò d'un banco e d'un 
monte di prestiti; si pensò per l'istituzione d'un'acca- 
dqmia da congiungersi con un magistrato d'agricol- 
tura, il quale con senno ed amore avesse provveduto 
al rialzamento di quest'arte salutare : si proposero 
regolamenti per promuovere la pastorizia , per ani- 
mare la pescagione; per l'introduzione d'arti utili, 
d'un collegio d'arti-; patlossi di riforme necessarie 
per ravvivare il commercio ; si chiese che il men- 
zionato dritto di caricare nel porto siracusano tor- 
nasse alla Segrezia di Siracusa. Si- pensò agli studii 
e si proposero miglioramenti a questa accadèmia, 
la quale in allora contava le cattedre di dritto , di 
chirurgia e di medicina , è indicaronsi altre catte* 
dre per fare intero il corso scolastico : mille altri 
propositi vennero in mente al marchese Gargallo, i 
quali se per avventura fossero stati accolti nel tempo 



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-(209)- 

in cui scrisse, con tutta la loro esorbitanza e con la 
poca scienza economica, non farebbero oggi strillare 
alto e stringer vento; ma il Governo chiuse gli orec- 
chi, e la parola d'un uomo, i cui meriti letterarii non 
erano vernice , e che nei suoi detti era la storia si- 
racusana e le tante miserie, non trovò modo di mer- 
cede^jdx^po anni, che i decreti del 1817 e 1819, e 
la cosapi%!tmase nei regni dell'immaginazione ; il che 
era coslhme e legge, borbonica, sanzionata dall'as- 
solutismo d'orìgine divina^ 

Anche oggi tornano in cainpo ineJQTabili lusinghe. 
Si parla d'un quarto dipartimento navale in Siracusa, 
d'arsenale, di magazzini corrispondenti, di bacino 
di raddobbo con darsena e per costruire navi: parlasi 
della ricostruzione della banchina, del risanamento 
del bacino Pantanelli, déirarginazione dell'Anapo, 
dell'incanalamento del fiume Gassibile, di quello al- 
tresì di Cardinale : parlasi di ferrovie che da Siracusa 
portino a Messina e quindi al continente, da Terra- 
nova a Siracusa, gentil pensiero di Salvatore Contarella 
da Vittoria : questo apparato ingrandisce la mente e 
la fa navigare per un mare di dovizie, molto più se 
a tali beni si aggiunge il maggiore, cioè il taglio del 
canale di Suez. Chi conterrà allora Siracusa nello 
slancio di prosperità? E che farà a lei la miseria del 
capo luogo di provincia, ella sì piena d'ogni cosa 
che conduca a ricchezza vera? Se con tai mezzi è 
costretta di allargare la sua cinta per dar luogo a 
capaci ed ornati palagi per novelli e numerosi ospiti? 

Siracusa 14 



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H »o >- 

NoB è avYeoire di rose questo dei Siracosani? E chi 
Yorrà contrastar loro le gioie presenti ed imminenti? 
Gone alta Terrà la scienza del €ommertàf>f qni^la 
delf indoslna, qnelia dei campi! E gli studii fiorenli, 
e gringegni stimolali a nobile palestra , e promossi 
ì ptemii, e le beneidie istituzioni ; asili per rinfan- 
zia, ricoveri pei mendici, per glMofenni, per gli 
stwpii, pei vecchi, perle orfiine, p^ troTatettì": casse 
di risparmio^ capitali d'associazione^ casse bancarie, 
tutto un Eden sospirato che ugnale è bellamente net 
cidi. ~-^ Il pensiero è gentile e generoso, e noi ci 
rendiamo riconoscenti a chi questo ci promette: ma 
m buona pace: possono i Siracusani per tali affet- 
tuose promesse mettersi di presente al sole ignudi, 
per la speranza che i vestimenti sfaraosi verranno? 
Ami ci pare che effettuati gli anguru, è di dritto è 
di ragione che Siracusa tenga forte i privilegi di 
che è investila, affinchè nelFora del risorgimento 
morale e materiale che ¥è serbato, si presenti quaUè 
stala, regolatrice e direttrice delle cose ammin^ra- 
live e giudRiarie della provincia. Una città di 20,000 
abitanti, e che cogli auspicati vantaggi in brevi anni 
pu& raddòf^iare di popolazione, ha dritto a venir 
rispettala nella condizione in cui si vede, a for ta- 
cere le altrui importune prelensioni. 

fifa nel 1817 e 1819 furono ignobili le pratiche 
di Siracusa per riuscire a città primaria del Vallo: 
In dieono : e ehi non ha ragioni per sé, trova belle 
le c^dunnie. fila queste ignoluli pratiche da dove 



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-( 211 )- 

partivano? forse da qualche eittadozza scoDosciuta 
e senza nome? Chi pofea contendere cqu ^racnsa in 
questa provi nda? I nostri oppositori parlano da senno, 
o la cecità li rende furiosi? Ma questa dea della du- 
chessa di Floridia è poi una realtà o un mito? E le 
parole deirincorruttìbile Tommasi furono anch^esse 
comprate? E re Ferdinando che nel dispaccio del 
iB06 parlava con riverenza nuova per Siracusa , 
furono suggerite da altra donna favolosa, Maria Ca- 
rolina? Dove trasporta Finipudenza e il poco senno! 
E viene il 1837, e k> sdegno dei generosi per la 
prepotenza del ministro di re Ferdinando, e poi la 
commozione nel 1S48, per l'atto di riparazione verso 
Siracusa, e le adesioni amidie in quell'epoca di tutti 
i municipii di questa provincia fatte per deciisioni 
de' Consigli civici, Modica , Scicli , Ragnsa, Chiara- 
monte, Santacroce, Monlerosso, Giarratana, Comiso, 
Spaccafomo, Rosolini, Avola, Feria, Palazzolo, Cas- 
sero, Buscheri, Buscemì, Lentini, Carlentini, Fran- 
oofbnte, Sortino, Ftorìdia, Bagni, Solarino, Belvedere, 
Agosta, Melilli. Non potea essere altrìnienti. La ve- 
rità di un nobile atto balzando agli occhi di tutti, 
imponeva su tutti ; e noi osiamo dire che senza la 
decretazione del Comitato generale, Siracusa di jneno 
dritto sentivasi reint^rata dal momento che il grido 
di riscossa tuonava a' i2 gennaio 1 SkS ; un tal grido 
sfasciava il dispotismo, sarollava le leggi tiranniche, 
cbiamava a vita ordini nuovi , schiacciava la vio^ 
lenza; e violenza satanica era stata la spoliazione di 



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-( 212 )- 

Siracusa. Se il Comitato avesse taciuto, era nella giu- 
stizia della rivoluzione il trionfo di Siracusa. Ciò che 
nel 1848 avvenne, non può non avvenire nel 1860^ 
disperso il tiranno, devono disperdersi i segni della 
tirannide: i generosi della libertà parlano a questo 
modo; chi della libertà sente per privati fini, si tolga 
la maschera, e invochi il suo santo! 

Siracusa, raccolta all'ombra del suo dritto , so- 
stiene che noi vuole né menomato né troncato : lo 
evento contrario la strozzerebbe nella vita. Avvi nelle 
condizioni peculiari d'un paese tal conformazione 
con gl'individui, che il negar loro improvvidamente 
ciò che è bene particolare, è procurare la fine di 
quello. Per Siracusa è particolar bene la vita, più che 
di municipio , di governo : a questo è cresciuta ed 
educata la più parte dei suoi abitanti. Dare a costoro 
tutt'altro indirizzo, e invogliarli a mutar di abitudini 
e di costumanze , é contrariare quasi la natura del 
popolo siracusano, il quale per avventura potrà as- 
sistere ad un mutamento violento delle sue cose, ma 
dimenticare che gii si fece violenza, non è possibile. 
I fatti del 1837 Io provano: lo prova la disperata 
dimora durata in Noto per dieci anni, e gli odii che 
alimentavansi col sentimento della patria depressa. 
Questa è verità da non voler essere smentita; né qui 
han luogo le melliflue lusinghe. Come difatti preten- 
dere che cessino nei Siracusani quelle voglie di ne- 
gozio continuate per tanti anni nei tribunali e nei 
varii officii ? Come volere che numerose famiglie si 



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-e 213 )- 

addicano ad arti o mestieri che non solleticarono mai 
le loro brame? Come sperare che stimabili persone, 
in mezzo a taut'aura di viver civile, lascino la pro- 
pria casa, e vadano altrove, e forse in paese non 
amico, per procacciarsi da vivere, e questo sacrifizio 
a qual prò'? Comprendiamo che i mezzi a prosperare 
sono moltiplici: le speculazioni commerciali, indu- 
striali ed agricole valgono qualcosa più della spa- 
ruta cerchia delle faccende forensi, e misero chi 
chiude l'animo a meschine vedute. Ma il campo alle 
pingui risorse è egli aperto? Il commercio siracusano 
conta agevolazioni, o può per se stesso venire in flo- 
ridezza? Il siracusano territorio lamenta l'incuria 
d'indolenti padroni, o vedesi in gran parte abbando- 
nato ad avidi e venali fittajuoli, i quali son finiti di 
sperperarlo, perchè così consigliati da privata ingor- 
digia. Dove rindustria, dove gl'istituti che diano 
alle infime classi pane sicuro e a buon mercato? 
Quanti esperimenti per questo caduti in fallo , e 
quanti disinganni di volenterosi e d'ingegnosi! Ed 
ecco Siracusa a ripetere che il suo lustro e la nor- 
male vita è nel moto di civile negozio inviluppato 
nella rete d'amministrazione e di governo, e che 
ogni altro bene è secondario, quasi dissi proprio di 
una minima parte dei suoi cittadini. 11 dire dunque 
che basti la promessa d'una grande istituzione, ed 
anche l'adempimento di essa per sentirsi Siracusa 
ricompensata da qualunque jattura apparente, è teo- 
rica che può confortare gli utilitarii alla Bentham, 



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-(214)- 

ma Siracusa dirà che dannata al sagrifizìo, resterà 
col sagrìfizio. E con ragione. Si sa che nelle tendenze 
d'un popolo non è il clima solamente che commuove, 
né l'aria che ravviva gli spiriti, uè la luce che fo 
risentite le menti : havvi qualche cosa di più grave 
che vien da natura, esce dall'indole e si rifa col- 
l'educazione; e il Siracusano, se volete, è urbano e 
cortese nei modi, amante della pulita eleganza e dei 
lasso schietto: vuole i comodi e ì piaceri, conrivo 
dello studio delle varie discipline, entusiasta della 
terra natia: lo vedete perseverante nei disegni, co- 
stante nelle fatighe; ma spensierato e quasi dissi 
indolente: non dubita che altri malizioso gli mac- 
chini mina, crede alla bontà e alla virtù altrui, 
pronto ad addolorarsi quando l'esempio tristo del- 
l'ingratitudine e delia malizia venga ad assalirlo. 
Quest'è il Siracusano, che conosciuto da amici e ne- 
mici, è stato sempre vìttima della propria inespe- 
rienza e credulità. 

Fate ora che chiuda la bocca a dimandare il suo: 
fate che dimentichi il diritto che gli viene dal de- 
creto del Ì8i7, ferocemente strozzato nel 1837, e 
che il mondo civile gli consente unanime! Saranno 
strida disperate di gente portata a immeritalo sup- 
plizio. II perchè gli eletti della nazione italiana seen-* 
dano un poco a considerare le ragioni d'una città 
che fu illustre anche nella sventura; una città che 
pugnò per le sorti siciliane debellando più vcrfte la 
tracotanza cartaginese; che fé' impallidire la gelosa 



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-( 215 )^ 

Atene, anniràtando le schiere elleniche qui 
per soppiantarla; che lutto contro Roma, e fìi vinta: 
lattò più tardi per la Croce, e divenne preda e 
sterminio dell'esoso Saraceno: pur serbò il nome 
e la gloriosa storia, e di Siracusa si vogliono diia-» 
mare città nel Nuovo Mondo, di Siracusa e dei suoi 
monumenti si esaltano ì più lontani ingegni che qui 
vengono a sciogliere un affettuoso voto : e gli eletti 
ingegni di Siracusa antica si ricordano come docu- 
mento dì sapienza suprema. Questo considerino i de- 
putati della nazione, e preparino il gran giudizio : ma 
badino che due uomini stanno ad attendere una pa- 
rola di salvazione dopo esecrazioni, infinite: l'un di 
essi, Francesco Saverio Del Carretto, vuol sapere che 
le carneficine di tanti martiri e la condanna d*un 
nobile paese vennero da giustizia nel 1837; l'altro, 
Ferdinando li, ombra sanguinosa e tremenda, chiede 
la sua parte di ragione, e pensa uscirne consolato da 
decisione sì augusta. Ma no, nella rivoluzione ita- 
liana e nel risorgimento presente è la rivendica del 
diritto siracusano : non puossi condannar Siracusa e 
lasciarla nel suo abbandono senza condannare nel 
tempo stesso la rivoluzione che ha fatta l'Italia. Il 
Timoleonte antico nel liberare questa terra lasciò lo 
splendido esempio del come combattere e vìncere la 
tirannide: il Timoleonte moderno accettando l'ere- 
dità e il nome del corintio, ha saputo con incredibili 
gesta far salva la Sicilia, ma nella sua mente il pen- 
siero volava al primo Timoleonte, e quindi sincere 



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-( 216 )- 

e affettuose le sue parole per Siracusa. Né questa 
ha da temere di essere posposta ad altra città ; gri- 
dano per lei la madre Corinto, l'emula Atene, la 
rivale Roma: Io vogliono quanti han cuore ed intel- 
letto per riverire un nome unico nei secoli, l'immor- 
tale Archimede. 



Siracusa, 8 maggio 1861. 



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RE6IUH DIPLOMA 

QUO 

FERDINANDUS TERTIUS 

TRIUMVIRALE JURECONSCLTORUM TRIBUNAL 

AD CIYILES ET CRIMINALES CAUSAS COGNOSGENDAS 

SYRACDSIS RESTITOIT 



♦14 



THOMAS GARGALLO 

MARCHIO CASTRI LEONTINI 
EDI GURAYIT 



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FERDINANDUS TERTIUS 

DBI GRA.TIA SICILIAEUM ET HTERUSAI^EM BBX, HYSPANIARUM 
INFANS, DUX PARMAE , PLACENTIAE, ETO. AC MAGNUS HE- 
REDITARIUS ETRURIAB PRINCBPS. 



Providentiae laudi quicumque inhiat Prìnceps nihil 
oportet habeat antiquius, quam populis, sibìque subjectis 
civitatibus praemia prò meritis retribuere. Jucundissima 
sane vicissitudo ! Namque splendor a Principe in subdi- 
tas gentes emissus, in eumdem, repercusso lamine, fui* 
genlior remeat. Qua de re quemadmodum Syracusae, 
si antiquitatem consulas, Siciliensi regno nonnihil adji- 
ciunt decoris, sic et Siciliae Reges gratam, tantoque no- 
mine dignam rependere vicem, honestum rectumque 
omni tempore senserunt. 

Tibi itaque, Syracusarum Urbs, fama praeter omnes 
clarissima , pulcherrima olim , ac Graecarum urbium 
maxima, utpote quae Àthenas strenue aemulabaris, in- 
clyta benefìcentiae nostrae argumenta aequum est expe^' 
ctare, nobis dulcius exbìbere^ 

Regum profecto potentissimorum sedes ac florentis-^ 
simae Reipublicae caput, tantae molis eras, ut prima» 
memorabilis olim belli quasi scintillas €arthaginem inter 
et Romam veluti excuteris, primamque buie trans mare 
ferendi arma , aemulum imperium opprimendi , atque 
universi demum orbis dominationem longe lateque adse^ 
Claudi obtuleris opportunitatem. Nec superbissima, ea< 



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— ( 220 )- 

demque tunc potentissima romana respublica, occupata^ 
artibus potius et fraude, quam armis civitati foederisin- 
vidit jura, aut honestioribus titulis te per vices augere 
est dedignata. Qoin te Provinciae Principe constituta ^ 
Praetoris domicilium haud alio dìfferri decrevit. ^ 

Et universae fortassis Insulae adhuc praeesses, ni 
fides erga Graecum, cui tunc parebas, Imperatorem 
(quae semper Syracusanis adeo fuit egregia, ut inde 
perillustre lucrata fueris nomen) nono jam vergente se- 
culo, te a tanto fastigio non deturbasset. Eximiae id 
certe fidei ac virtutis fuit argumentum, quod, ingruenti- 
bus Saracenis« invisa barbarorum juga, quasi Siciliae 
Numantia, pene ultima subierìs. Animi tamen^ ac natu- 
rae dotibus, quae fortunae arbitriis circumagi nonferunt, 
talem ad banc usque aetatem te praebes, ut e loco tam 
edito fere delapsa, non ideo a temetipsa desciveris. 

Tanta igitur rerum tuarum celebritas, tamque in- 
corrupta fides, antiquiores, uno verbo, quibus inter prae^ 
cipuas hujus regni emicas urbes , recentioresque tuae 
laudes (barum siquidem luculentissima , cum le nuper 
adessemus, monumenta nostris contigit oculis perlu- 
strari) dignitates,baud meritis impares^ tibi omni aevo 
exorarunt. — Et portus commercio opportunissimi ^ et 
agrorum fertilitas, et moenia, quibus munitìssimis Eu- 
ropae arcibus adcenseris, et propylaeorum in magnifico 
ingressu majestas, etvetustaeamplitudinis reliquiae su- 
perbissimae; scientiarum itidem cultus, ac familiarum 
genere periUustrium numerus, splendidìssimis undique 
te decorant omamentis. 

Quin immo sub'Sicìliensium Reginarum ditionem cum 
plures in hoc regno coierint civitates, te, quasi ut staret 
magni nominis umbra, Principem jamdiu coluerunt. Illis 



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~( 221 )- 

quippe temporibus sub seculi xiv exitum Martinus Rex 
et Maria Regina patricia dignitate honestatam , atque 
Panormitanorum et Catanensium civitates bocce honoris 
titulo aequiparantem edixere. Patricio exinde tuo tribus 
JudicibuSj civilis componentibus juris tribunal, fuit 
praesidendi potestas. Tercentum fere annis hoc obtinuit 
munus, non regia auctoritate, sed tacita quadam desue- 
tudine, aut civium potius incuria tandem obsoletum. 
Designatio tamen quae sùpplicibus adponitur libellis^ ac 
Patricii sigillum quo rogationis litterae ad hunc usque 
diem obsignantur, intermissae supersunt jurisdictionis 
vestigia. 

Cum itaque firmum nobis sanctumque fuerit civìtatt- 
bus, Majestati nostrae ex animo addictis, antiqua band 
unquam, quibus gaudent, jura abrogare, sed nova po- 
tius addere ; precibus idcirco, quas tres Siciliae ordines 
in generalibus v Id. Julii habitis comitiis, regia aucto- 
ritate IV Kal. Sext. jam sancitis, prò te exhibuerunt, ut 
vetus Judiciorum forma revalescat, lubenter annuere 
constituimus. Triumvirali igitur Jureconsultorum ma- 
gislratu, cui in causis criminalibus cognoscendis annuus 
ex Procerum ordine criminibus coercendis Praefectus, 
in civilibus vero Senator Patricius est praefuturus, non 
secus ac utitur Drepanum, tibi uti concedimus. 

Propterea mandamus spectabilibus, magnificis, di- 
lectisque Consiliariis , Magistro Justìtiario, Praesidibus 
Magnae R. C. Patrimonii , et Concistorii , et praesertim 
Conservatori nostri regalis Patrimonii , ceterisque de- 
mum imperio nostro subjectis , ut tuum hoc a nobis 
restitutum triumvirale Judicium in civilibus et crimina- 
libus causis civium, incolarumque tribunal jam inde et 
agnoscant, et eo, quo decet, prosequantur honore. 



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-(222)- 

la cujiis rei tesUmouiuin lias liUeras dari jassiaius, 
inaou nostra subscripta^, noslroqoe sigillo munìias ei ab 
infrascripU) nostro Status Consiliarìo recognitas. 
Datum Panorxni die 23 octobris i806. 

FERDlTiAiNDUS 

Framciscus Seratti« 



Y. M. hoc diplomate confìrmat et pienissime adpro- 
bat gratiam conoessam Urbi Syracnsanim Blagistratus 
TriumTiralis iure Gonsultoram, ut supra, et in generali- 
bns comitìis petitam. 

Praesentatum die 25 octobris 1806, et mandat S. R. M. 
qaod Illnstris regìos Consiliarìns Conservator Generalis 
R. P, recognoscat et referat. 

AL0Y8IUS AgrJLZ 

ProUm. et Caneettarkn sì^gtiMns 
Camerae SegmalU. 



Eodem; factts recogniUone et relatione praedictis, 
S. R. M. raandat qnod fiant exequutoriae. 

DoNATus ToMMASi ConseroatwT gmveroMt, 



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— ( 223 )-.r 

FERDINANDO III. 

PBEB LA GAÀZIA DI DIO SB DBLIJI SICILIE E DI GERUSALBÌUCB^ 
INFANTE DI SPAGNA, DUCA DI PASMA E PIACENZA, GRAN 
PRINCIPE EREDITARIO DELLA TOSCANA, ECC. ECC. ECC. 



Chianque Prìncipe alla gloria anela di provvido, uopo 
è che nulla prenda tanto a cuore, quanto a' popoli e alle 
città a lui soggette il distribuir proporzionato ai ineriti il 
guiderdone. Vicenda certamente piacevolissima! Avve- 
gnaché lo splendore dal Sovrano emanato, in lui stesso, 
riflettendone la luce, ripercuote più luminoso. Quindi 
siccome Siracusa, consultandone gii antichi Tasti, al si- 
ciliano regno non picciol ornamento aggiagne ; cosi di 
Sicilia i Re con grato e di cotanto nome degno ritorna 
in ogni tempo ricambiaria onorata e convenevol cosa 
han giudicato. 

A te dunque, o Siracusa, per nome più che altra fa-* 
mosa, bellissima una volta ^ e massima tra le greche 
città, come quella che Atene intrepidamente emulavi^ 
segnalati della nostra beneficenza argomenti è ben giusto 
l'aspettare, a noi più dolce il concedere. 

Sede essendo invero di Re potentissimi, e d'una fiori- 
tissima Repubblica capitale, ben eri di si grave impor- 
tanza, che già d*una memoranda guerra quasi le prime 
scintille tra Cartagine e Roma pressoché sprigionasti^, e 
a questa di spinger oltre mare l'arme, e d'opprimere 
l'emulo impero, e di aspirar finalmente di tutto il mondo 
per ogni verso al dominio ofleristi il primo incentivo. 



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—{ 224 )— 

Né quella cotanto altera, e insieme allor potentissima 
Romana Repubblica, dopo averli per artificio e per frode 
più òhe per forza d'arme occupata , dell'alleanza ti con- 
irastò i dritti, né dei più onorevoli titoli di tempo in 
tempo decorarti ebbe a schifo. Te anzi capo della Pro- 
vincia constituita, non altrove del Pretore il domicilio 
decretò trasferirsi. 

E a tutta l'isola forse ben tuttavia presederestì, se la 
fede verso l'Imperador greco, cui allora ubbidivi (la 
quale tanto fu sempre ne' Siracusani insigne, che illustre 
titolo a te se ne aggiunse), al volger del nono secolo, te 
da tanta sommità non avesse sbalzata. Esimio certamente 
e di fedeltà e di virtù monumento fu quello, onde nel- 
l'invasione saracenica all'odiato giogo de' Barbari, quasi 
Numanzia della Sicilia, presso che l'ultima ti sii sotto- 
messa. Pur nelle doti dell'animo e della natura, che a 
capricdo di fortuna non lasciano volteggiarsi, tal ti con- i 
servi tuttora, che da così eccelsa cima omai travolta, 
non però tralignata sei dall'antica te stessa. 

Tanta dunque celebrità di vicende e cosi incorrotta 
fede, le più antiche insomma, onde omai di questo re- 
gno fra le principali città folgoreggi, e le più recenti tue 
lodi (delle quali testé a punto , visitandoti , ci avvenne 
osservar coi nostri occhi in gran copia i monumenti) 
quelle sono che dignità pari ai tuoi pregi ti han sempre 
impetrate. E i tuoi porti al commercio opportunissimi, 
e la fertilità de' campi, e le mura, che tra le più famose 
fortezze ti ripongon di Europa, e delle opere esteriori 
nel magnifico ingresso la maestà, e dell'antica tua gran- 
dezza i superbissimi avanzi; delle scienze inoltre la col- 
tura , e di famiglie di chiarissima origine il numero te 
di luminosissimi ornamenti fregiano di ogni parte. 



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^( 225 )- 

Che anzi molte città di questo regno sotto la partico- 
lare giurisdizione delle Reine di Sicilia essendosi riunite, 
te, affinchè rimanesse quasi del gran nome l'ombra, ri- 
conobbero in lor capitale. In quel tempo impertanto, 
sulla fine del secolo xiv, il Re Martino e la Reina Maria 
della dignità ti decorarono di un senator patrizio, e alle 
due città di Palermo e di Catania in tale onorificenza ti 
costituirono eguale. Quindi al tuo Patrizio l'autorità di 
presedere à tre giudici, che il tribunal civile compongono, 
fu commessa. Sussistette intorno a tre secoli cosi fatta 
magistratura , non per regio editto, ma per una certa 
insensibile dissuefazione, o de' cittadini per Irascuranza 
più tosto, finalmente obliata. Pur la designazione, che 
apponsi alle suppliche, e il sigillo del patrizio, onde le 
rogatorie lettere sin oggi munisconsi , vestigii restano 
dell'intermessa giuridizione superstiti. 
^ Laonde nostra stabil massima essendo ed inviolabile, 
alle città con sincero animo a noi divote^ non che quelli, 
de' quali godono, antichi privilegi non abrogar giam- 
mai, ma nuovi piuttosto aggiugnerne; indi è che alle 
suppliche del general Parlamento a' 40 di luglio congre- 
gato, e a' 28 dello stesso mese del corrente anno 4806 
sanzionato, a noi indirizzate, perchè l'antica forma dei 
giudizii ti venga reintegrata , di buon grado ci siamo a 
condiscendere indotti. Quindi il poter godere d'un Ma- 
gistrato di tre giureconsulti, a cui nelle cause criminali 
il capitan giustiziere del ceto de' nobili, come in Trapani 
si osserva, nelle civili il Senator Patrizio preseder debba, 
a te concediamo. 

Comandiamo perciò agli spettabili, magnifici e diletti 
Consiglieri, al Gran Giustiziere, a' Presidenti della R. G. C. 
del Patrimonio e del Concistoro, e specialmente al Con- 



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-( 226 )- 

serbatore del R. nostro Patrimonio, agli altri infine al 
nostro dominio soggetti che questo, or da noi restituito, 
triumriral tribunale per le civili e le criminali cause dei 
cittadini e degli abitanti, d^ora innanzi e' riconoscano, e 
con quell'onor che conviensi, vogliano riguardare. 

E per contestare una tal grazia, queste lettere ordi- 
nammo che si disponessero^ sottoscritte di nostra mano, 
munite del nostro suggello, e dairinfrascritto nostro 
consigliere di Stato riconosciute. 

Dato in Palermo a* dì 23 ottobre 1806. 

FERDINANDO 

FRANCESCO Sbratti. 

V. M. con questo diploma conferma e pienamente ap- 
prova la grazria conceduta alla città di Siracusa d'un 
trìumviral magistrato di Giureconsulti, come sopra, e 
nel general Parlamento implorata. 

Presentato a' di 35 ottobre 1806, e S. R. M. comanda 
che l'illnstre Regio Consigliere Conservator Generale del 
R. P. riconosca e riferisca. 

Lumi Agraz 
JProiomtajo € dmeelMert Sostituto 
della Camera Beffinole. 

Nello stesso giorno, Catta la ordinata ricognizione e 
relazione, comanda S. R. M. che si spediscano le lettere 
di esecuzione. 

Donato Tommasi Coiuervator generaie. 



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— ( 227 )- 

Perciò in esecuzione di quanto la prefala M. S, ordina 
e comanda ^ ed in osservanza della nostra preinserta 
provista, vi diciamo ed ordiniamo, ed a chi spetta in- 
carichiamo che vogliate e dobbiate, e per chi si deve 
facciate eseguire ed osservare il preinserto Real Diploma, 
giusta la sua serie, continenza e tenore, e di parola in 
parola prout jacet, guardandovi di fare il contrario, per 
quanto la grazia regia tenete cara, e non altrimenti. 



Datura Panormi die 25 octobris 1806. 



Vida ToMMASi Conseìuaior generalis. 



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Intento del lavoro Pag. 

Disinganni » ^ 

Esenzioni >; ^ 

Lusinghe > < 

Decreto del 1817 » 

L'anno 1820 » ^ 

Dal 1820 al 1837 - . . . » U 

Un po' di storia » 2( 

Il marchese Del Carretto » 2( 

Alcuni ricordi » li^ 

Un benemerito della Compagnia di Gesù .... » 4e 

Spoliazioni » 4*^ 

L'anno 1848 » 51 

Modestia del tenente generale Filangieri ....)> 11^ 

Tre proscritti » 12j 

Aspirazioni » 124 

L'anno 1860 » 138 

Applicazioni e conclusione » 2O0 

Documento 217 



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